A chi fanno paura le carceri

Adriano Sofri

Per dimostrare che in cella non esiste alcun problema, Travaglio e Bonafede (e soci) sono lì a sperare che la pandemia non esploda in carcere. Viaggio in un’ipocrisia senza fine e in una prossimità beffarda e bastarda

C’è un’ironia nella storia, anche quando si incanaglisce. Prendete Marco Travaglio. Il fatto è questo: Travaglio è ora angosciato dall’eventualità che la pandemia infierisca nelle galere, e speranzoso che risparmi i detenuti. Non è magnifico? Travaglio (vedremo gli epigoni) ha deciso di sfidare la sorte sostenendo che non c’è luogo più sicuro dal contagio delle prigioni. La logica è dalla sua (la sua logica): non c’è luogo più isolato, più recluso, del carcere, dunque stiano là e si godano il loro privilegio di perenne quarantena. E’ perfino oltraggioso replicare: il carcere, che accatasta i suoi inquilini fissi gli uni sugli altri, accoglie quotidianamente un buon numero di persone il cui piede libero le porta dentro e fuori: agenti di polizia penitenziaria, direttori e direttrici e funzionari e impiegati, sanitari, medici e infermieri, infermiere e dottoresse, educatrici ed educatori, cappellani e suore, avvocati, a volte (troppo raramente!) magistrati, eccetera. Anche quando, come adesso, sono vietate le visite dei famigliari dei detenuti e gli ingressi dei preziosi volontari, il virus, svelto com’è, ha dunque una quantità di passaggi di cui servirsi per sgattaiolare dentro. Dentro, fra promiscuità indecente e vulnerabilità fisica e psichica, gli è promessa una pacchia. E una volta che arrivi, e muti la prigione, che è già un nosocomio di ogni patologia, infettive specialmente, in un vero lazzaretto, la prigione saprà restituire il contagio al mondo esterno, coi piedi liberi e le mani e le goccioline degli entrati, con gli interessi. Questa l’ovvia constatazione. Avendola ignorata e anzi intrepidamente capovolta, Travaglio deve pregare che i capricci del destino o del virus (coincidono, del resto) non lo sconfessino, dimostrandolo un’ennesima volta rosicchiato dalla malevolenza, oltre che stupido: dunque eccolo che si augura la salute dei detenuti, le sue bestie nere (Davigo docet: non ci sono innocenti, ci sono solo colpevoli non ancora scoperti – tranne Davigo, immagino). Bene, eccomi dunque associato a Travaglio nell’augurio. Naturalmente, io prego davvero che ai detenuti, in attesa di giudizio o dannati, colpevoli o innocenti, vada meglio che può, e ho una mia doppia ragione, cui Travaglio è inetto, una di universale solidarietà umana, un’altra di intima fraternità, la memoria viva di un viaggio comune.

 

Un’analoga ironica considerazione può farsi per i più esposti consoci di Travaglio nell’anima trista. Sono Alfonso Bonafede, che gli scherzi della storia hanno fatto svegliare una mattina nel suo letto – orrore! – mutato in ministro della giustizia, e sulla scia il capo dell’Amministrazione Penitenziaria, il Procuste secondo il quale il sovraffollamento andava superato riducendo i centimetri regolamentari per detenuto, e qualche altro. La stessa insensata argomentazione è stata svolta dal Procuratore Nicola Gratteri, nei confronti del quale sono, oltre che dispiaciuto, più prudente: nessuno può dimenticare che cosa si era detto contro Giovanni Falcone finché (per poco) restava in vita. Qualunque impressione si abbia del merito di opinioni e azioni di Gratteri, è un uomo esposto all’odio di farabutti, e merita rispetto. Rispettosamente, gli chiederei di ripensare all’assurdità dell’idea che le galere siano un luogo riparato dal contagio: le galere sono, in una pandemia, il luogo più somigliante alle case di riposo. Gli chiederei di ripensare anche all’assurdità di ripetere il suo desiderio (“Se fossi io il ministro della Giustizia…”) di costruire quattro galere da 5.000 posti l’una e buonanotte: anche a non frugare dentro quel desiderio, non ha alcun senso riproclamarlo quando le vecchie galere sono là e il virus ci è già entrato e sta per banchettare.


Chiederei rispettosamente a Gratteri di ripensare all’assurdità dell’idea che le galere siano un luogo riparato dal contagio


 

Non sono pochi, soprattutto fra gli addetti ai lavori, come si dice, coloro che si ricordano della Costituzione e si rendono conto del rischio umano e civile che sta dentro la questione del carcere, in Italia e fuori. Per un Bonafede che in Parlamento vanta come un astuto raggiro gli ostacoli frapposti al sedicente provvedimento per “alleggerire” l’affollamento – “ne sono usciti solo 50…” – ci sono magistrati di sorveglianza responsabili che usano le possibilità che la legge offre e anzi consiglia loro. Ci sono agenti penitenziari e loro organizzazioni che sanno di che cosa parlano, e che difendere sé, la propria salute e la propria dignità coincide largamente con la difesa dei carcerati. Ci sono alti magistrati che esortano a fare altrettanto, come il Procuratore Generale di Cassazione o l’ex Procuratore di Milano. C’è un magistrato che si è accorto che se si impone a un popolo di tenere la distanza reciproca di un metro, pena la vita comune, bisogna che la cosa valga anche per chi sta in carcere, detenuti e agenti. Ci sono membri illustri del Consiglio Superiore della Magistratura. Ci sono magistrati insidiati dalla notorietà che non temono di usarla come Dio comanda. Ho dimenticato il Papa? No, io no, quegli altri sì.


L’idea che le rivolte in carcere, l’evento più contagioso che si possa immaginare, siano frutto di regie occulte è essere fuori dal mondo 


Ma mi resta da trattare di un altro argomento dei “duri” – Travaglio il duro: un pusillanime da esposizione – ma che suggestiona anche giornali che si vogliono autorevoli. La ribellione dei detenuti, i due giorni che incendiarono le carceri e lasciarono tredici detenuti morti e molti più feriti, viene ora meticolosamente certificata come la cospirazione della malavita organizzata – “la ndrangheta prima di tutto, ma anche la la camorra, Cosa Nostra e la mafia foggiana in Puglia” (così un giornalista del Fatto, 4 aprile). Anzi, come se non bastasse questa formidabile alleanza fra tante multinazionali del crimine, si è “innestata anche un’altra matrice: quella degli estremisti – soprattutto anarchici – che a livello ideologico sono sempre disponibili a sovvertire l’ordine, anche se si tratta solo di una breve rivoluzione interna al penitenziario”. Oplà. Gratteri, che sposa senz’altro questo scenario, dice che “alle 10 di mattina” la rivolta è scoppiata a Modena e a Foggia. Non è vero, naturalmente, e fa sorridere, la rivolta delle 10 di mattina, regolate gli orologi. Fra i carcerati di Foggia, legati soprattutto alla piccola e grande criminalità locale, e quelli di Modena, soprattutto stranieri e disgraziati, non c’era nessuna affinità. Per confermare la regia simultanea Gratteri sostiene che le carceri sono piene di telefonini. Davvero? A volte si scoprono telefonini introdotti clandestinamente: le perquisizioni sono continue in carcere, almeno quanto le soffiate. Nel febbraio del 2019 successe addirittura che un detenuto argentino, cinquantenne, rientrasse da un permesso nel carcere di Trapani e fosse scoperto da una radiografia con quattro telefonini cinesi ingoiati: impresa notevole, che infatti fece notizia. Dire che le prigioni pullulino di telefonini è surreale. Ma l’idea che le rivolte in carcere, l’evento più contagioso che si possa immaginare fra gli animali umani, siano il frutto di una “regia occulta”, vuol dire non sapere e non saper immaginare niente di che cos’è il carcere. Quello che si chiamò “Radio carcere” (e che simili cronache paranoiche citano senza badare alla confusione con l’omonimo programma benemerito di Radio Radicale, fautore di nonviolenza) è la comunicazione caratteristica dei luoghi chiusi ed estremi, di nocche battute e orecchi posati sui muri, di canzoni adattate, di saluti fra finestroni blindati e parenti, e ormai di vere radio e televisori. E la prossimità temporale, l’incendio che divampa in due o tre giorni, è il frutto di un’accumulazione combustibile sulla quale cade finalmente una scintilla: e la scintilla qui era, sul sovraffollamento, sulla malattia, sulla miseria igienica, l’avvento del panico dell’epidemia, per sé e per i propri cari di fuori, la sensazione di finire come topi, la sospensione dei carissimi colloqui e degli altri tramiti con il mondo. C’era bisogno di una regia? I protagonisti delle rivolte sono stati – “per lo più”, formula che dice di Bonafede, Dio lo perdoni – detenuti di basso rango, di corte pene, a volte ancora senza condanna, come succede. Quando in carcere si scatenano disperazione ed esasperazione tanti detenuti smettono di colpo di comportarsi come individui, perdono insieme indipendenza personale ed egoismo, e si lasciano travolgere in una furia che saranno i primi a pagare, come i morti – di overdose, “per lo più”, o in altri modi ancora da conoscere – e come i superstiti, sui quali si accanirà la vendetta. Saranno esclusi da ogni possibile “beneficio” legale, e anzi saranno puniti: per aver dato vita (ammesso che davvero l’abbiano fatto) a una ribellione che veniva annunciata come inevitabile e imminente da chiunque seguisse lo stato delle carceri, gli agenti per primi. Un altro trionfo della logica. Nel servizio del Fatto che ho citato, quello che smaschera il complotto ordito da mafie e anarchici di ogni ordine, c’è un quasi commovente culmine logico: che le uniche carceri in cui sono stati tutti fermi e buoni, dice, sono quelle calabresi. Dunque, visto che non si sono ribellati, erano i burattinai delle ribellioni altrui. Figuratevi se si fossero ribellati. Lucus a non lucendo, dicevano i latini. Certo che i vecchi boss possono bearsi delle rivolte allo sbaraglio dei poveri cristi, ma di qui a programmarle, oggi, corre un mare. I carcerieri sanno che episodi disperati, autolesionismi, gli stessi tentati suicidi sono più caratteristici delle sezioni giudiziarie, dove stanno i detenuti ancora in attesa di giudizio, i pesci piccoli, i giovani stranieri da poco.

 

Questo il quadro. Vedremo il seguito. Mi auguro che il male che minaccia le persone che vivono in carcere sia il minore possibile. Sorrido dunque, amaramente, di questa bastarda prossimità fra me e Travaglio e la muta dei suoi, che se lo augurano anche loro, per non dover render conto.