Le rivolte nelle carceri e l'espropriazione della singolarità e titolarità della morte

Adriano Sofri

Nella distrazione e indifferenza verso la morte di una decina di detenuti leggo un sintomo di avanguardia, al tempo del colera nuovo

Un divertimento – alla lettera. Una postilla sul carcere, e sull’analogia fra rianimazione e rieducazione. Sulla concorrenza fra posti di galera, posti di terapia intensiva, posti di camposanto. Il motto così citato secondo cui il grado di civiltà di una società si misura sulle sue prigioni non è affatto una bella espressione letteraria o una fatua proclamazione retorica. E’ vero. Vuol dire che il carcere, l’altro mondo separato da quello dei vivi come si separa la malattia dalla sanità, ad ammonire i sani del contagio che li minaccia – una parodia materiale dell’inferno e del purgatorio insieme – in realtà è legato indissolubilmente al mondo della luce e del piede libero: è la sua ombra. Luogo di sepolti vivi, li vede improvvisamente sollevarsi e rivendicare d’esser vivi e annunciare nel proprio destino quello degli altri, che se ne credono immuni. In due giorni sono morti dodici detenuti, tre nella ribellione di Modena, quattro nel trasporto da Modena ad altre carceri, tre nella ribellione di Rieti. Non dico delle cause addotte per queste morti – overdose, dicono, ci sarà il tempo di sapere e capire. Ma intanto va annotata la distrazione e l’anonimato in cui è passata la notizia. Devastazioni di suppellettili, evasioni, salite sui tetti, e – ah, sì, dodici morti e un certo numero di ricoverati in pericolo di vita. Bene: in questa distrazione ed essenziale indifferenza (quando non è compiacimento e cinismo, ma mi interessa meno) leggo un sintomo d’avanguardia, per così dire, della condizione larga che incombe sulla morte al tempo del colera nuovo: l’espropriazione della singolarità e della titolarità della morte. Il mucchio calcinato. La fossa comune.

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