Se no chiamiamo i cinesi!

Adriano Sofri

Di fronte allo sbarco di medici e infermieri della Cina a Milano con un nuovo carico di donazioni sanitarie lo spaesamento del vecchio spettatore era enorme: poco più di un mese fa eravamo noi a dare la caccia all’untore cinese

Avere una certa età e dunque aver visto tante cose è meno invidiabile che avere quindici anni e un appuntamento, provvisoriamente rinviato, con una compagna di scuola, ma ha i suoi vantaggi. Ieri guardavo i filmati sulla delegazione di medici e infermieri della Cina popolare atterrati a Milano con un nuovo carico di donazioni sanitarie. Era la seconda volta, dopo la delegazione romana e la conferenza tenuta col filocinese nostro ministro degli Esteri. Poi ci sarà una tappa a Firenze.

 

All’aeroporto milanese li ha ricevuti il vicepresidente della Regione, poi c’è stata una conferenza con il presidente, Fontana. In tutte le circostanze si notava la disabitudine degli ospitanti all’attaccamento rigoroso degli ospiti alla cerimonia, che dev’essere lunga, solenne, piena di omaggi formali e ostensioni di striscioni, prolissa nei discorsi, insomma, pur sempre continuatrice del confucianesimo maoista della prima potenza economica mondiale. Fontana, di cui non dubito che faccia del suo meglio, ha delegato loro il compito di ammonire i milanesi e i lombardi tutti, come un insegnante sopraffatto dalla scolaresca indisciplinata che chiama il preside a rimetterla al suo posto. E l’ospite cinese, tradotto prima in inglese poi in italiano, ha corrisposto pienamente all’attesa. Ha detto che “la situazione è molto grave”, che troppe persone continuano a riempire strade giardini e mezzi pubblici, per giunta senza mascherina. Fontana annuiva energicamente e indicava, come a dire: “Visto? Sentito? Ve la siete cercata”. Il capo-medico cinese prendeva un tono decisamente perentorio, del resto è l’effetto che il cinese fa all’orecchio nostro ignaro. Il traduttore italiano della traduttrice cinese-inglese dimenticava qualche dettaglio essenziale. Traduceva: “E dunque bisogna restare a casa”. E Fontana si premurava di integrare: “E chiudere tutto, tutte le attività”. Ci metteva anche qualcosa di suo, Fontana. L’ospite cinese deplorava l’eccesso di gente fuori di casa e sui trasporti, e lui aggiungeva: “E che ancora mangia nei ristoranti e negli hotel”. Tutto ragionevole, si capisce. Dopotutto, eravamo all’indomani del giorno in cui i morti italiani per il Covid-19 avevano superato il record cinese. Ma lo spaesamento del vecchio spettatore era comunque enorme. C’era il ricordo delle delegazioni italiane in Cina, m-l linea nera oggi, linea rossa domani, e anche il ricordo molto più fresco, poco più di un mese fa, della caccia all’untore cinese. Ne abbiamo viste di cose. E siamo ai governanti italiani che ammoniscono: Se no chiamiamo i cinesi! Il popolo, diciamo, è servito.

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