Il cielo abbia un occhio di riguardo per i virologi, nuovi rivali dell'insipienza

Adriano Sofri

La categoria che mette in crisi gli impostori da talk-show

Il dilettantismo e l’autodidattismo caricaturale del nostro tempo si battono con le unghie e coi denti contro le circostanze malaugurate che vogliono imporre inesorabilmente la competenza. È una lotta strenua e patetica, perché l’insipienza proterva e l’imbecillità, ubriacate dalla sensazione di aver conquistato il potere e costernate dalla sensazione di essere sul punto di perderlo, prendono qualcosa di donchisciottesco, ora che bisogna informarsi su Wikipedia, o da un compagno di scuola meno somaro e meno ambizioso che ha studiato, della differenza fra un batterio e un virus (“I batteri sono quelli degli antibiotici, o viceversa?”). L’insipienza dell’autodidatta di tipo moderno, che sa senza studiare ed è tronfio di non sapere, e ha infamato la gran bontà degli autodidatti antiqui, che sgobbavano di giorno e studiavano di notte al gelo e alla candela, aveva avuto la meglio su altre circostanze che avrebbero dovuto scalzarla. Aveva superato indenne i terremoti e la breve ora dei sismologi, era riuscita perfino a passarli ai birri e alla giustizia, che del cattivo autodidattismo è spesso complice e completatrice. Ha ignorato i geologi, ha scherzato sui vaccini. Ora è minacciata spaventosamente da un nuovo rivale: i virologi. Segnalo che, nello scossone della pandemia nuova, non sono solo né tanto gli impostori della politica a sentire la minaccia, ma gli impostori della comunicazione e del giornalismo: campi nei quali la transizione dalla preparazione all’improvvisazione, e dal dubbio alla sicumera, si è compiuta accanto a quella politica e fomentandola, con il vantaggio dell’esenzione da ogni verifica, anche le più formali – come le periodiche elezioni e i quotidiani sondaggi – o le sostanziali – come la perdita di lettori e di credito. Buona parte dei titoli dei quotidiani d’arrembaggio offrono ora un campione abbagliante di questa resistenza, e il loro cavalluccio di battaglia sono le divergenze fra i virologi. Intendono che se anche i virologi battibeccano fra loro, non sanno nascondere gelosie e invidie, si danno spinte fra uomini e donne (soprattutto di uomini a donne), si può reclamare il primato della politica, e siccome la politica è così malridotta, il primato dei suoi giudici da talk-show (i giudici di mestiere per il momento sono messi fuori gioco e i tribunali chiudono per eccesso di viavai. Chiudono anche le galere, del resto, che sono chiuse per definizione, ma ora hanno sospeso anche i colloqui, l’utopia realizzata di certe anime carceriere).

 

I virologi, dunque, e gli immunologi e gli infettivologi e i rianimatori e, in gran subordine, i medici di base: certo, sono anche loro umani, hanno le loro cordate e le loro avversioni, e una forte disabitudine alle telecamere. E chiunque, quando le telecamere gli si puntino d’un tratto addosso, soprattutto quando abbia raggiunto più o meno oscuramente una certa posizione e una certa età, è destinato a mostrare un po’ di corda. Ma passati i giorni e smaltite certe golosità, svelati specialmente certi dissensi dell’uno o dell’altro virologo con se stesso e con le proprie tentazioni estrinseche, e intervenuta una certa assuefazione all’esposizione – che dopodomani provocherà una crisi di astinenza, ma intanto rassicura il tono e la fisionomia – gli specialisti si lasciano conoscere e valutare per quello che dicono, per come lo dicono, per l’abbigliamento e per la zazzera, e insomma per gli ingredienti sui quali il famoso pubblico si fa un’idea, o due o tre. Il pubblico che rinunci a improvvisarsi virologo, e anzi si scopra alla buonora infastidito dalla vanità stupida degli opinionisti più virologi dei virologi, ha in compenso dalla sua una generica competenza, benché a sua volta inaffidabile: una esperienza psicologica che gli viene appunto dall’essere rimasto ancora “il pubblico”, senza che qualche imbonitore l’abbia chiamato a salire sul palco a dire la sua perché lui vale l’altro; e decide di chi e fino a che punto fidarsi. Il pubblico si fa il proprio virologo, o la propria virologa, di fiducia. Così faccio anch’io, sia pur continuando a dubitare. E soprattutto mi scopro a non ascoltare più le parole, che ormai per la gran parte sono state dette e ripetute e stentano a farsi nuove, e in cambio a fissare quasi ipnotizzato il microfono che l’intervistatore o l’intervistatrice mette sotto il naso dell’intervistato: il microfono coronato e colorato come un’amanita muscaria, con la vasta copertura spugnosa che ne fa un ricettacolo iperbolico di macro e micro gocce in aerosol, e il virologo o la virologa intervistati ne sono insieme attratti e respinti, ed emettono il loro parere come uno schermitore che duelli con l’intervistatore, indietreggiando e attaccando, incalzato dal microfono micidiale. Ieri guardavo in pedana il professor Massimo Galli, ormai gran protagonista di questa rivalsa della scienza, duellare così con una brava intervistatrice, dopo che il microfono aggrappato al suo bavero si era rivelato malfunzionante. Così la lunga intervista che aveva premeditato di svolgersi esemplarmente tenendo fra lei e lui la distanza minima di un metro, ma meglio se di un metro e 82 o di un metro e 85, era presto diventata un corpo a corpo, con quel microfono spinto alla stoccata e ritratto alla parata, e il professor Galli, fra incline e rassegnato, ha detto che il pericolo di contagio più incombente su lui viene dalle interviste. Il cielo abbia un occhio di riguardo per lui e il resto della categoria. Quando il virus recederà, torneranno nella loro penombra, nella loro nicchia di prestigio, e nei talk-show tireranno un umido respiro di sollievo opinionisti fissi e trinciatori di giudizi, e relativi sostituti procuratori. Finì un giorno anche la quaresima savonaroliana a Firenze, e bruciato il frate si dice che i fiorentini esultassero: “Finalmente si torna a soddomitare!”.

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