L'associazione tra carcere e coronavirus è l'annuncio della tempesta perfetta

Adriano Sofri

Dalla Francia agli Stati Uniti, tutti sono consapevoli che la questione non sia se il virus entrerà nelle prigioni, ma quando

Le carceri italiane hanno messo in allarme il resto del mondo. In Francia (71 mila detenuti all’inizio dell’anno) hanno formato un “Comitato di anticipazione” della crisi: nonostante il nome, non è andato oltre una riunione preliminare a un’altra riunione. Il ministero si dice consapevole, peraltro, che la questione non è se il virus entrerà nelle prigioni, ma quando. Finora l’unica misura decisa è l’assegnazione, nel carcere di Fresnes, di una cinquantina di celle dei “nuovi giunti” all’eventuale isolamento di detenuti contagiati: col risultato di aver accresciuto di altrettanto l’affollamento delle altre celle. La preoccupazione riguarda soprattutto le carceri per i detenuti in attesa di giudizio o non definitivi, le più affollate e sgangherate. La misura più suggestiva e rivelatrice è la proibizione del gel disinfettante “idroalcolico”, per impedire che i detenuti ne facciano un uso alcolico: lo bevano, invece di lavarcisi le mani. Altrettante conferme della natura di cronicari delle prigioni d’oggi. A Modena, dove si è consumata la morte di 9 giovani detenuti, quasi tutti magrebini, si è appreso che la cosiddetta popolazione carceraria era composta per il 65 per cento da stranieri, per il 35 per cento di tossicodipendenti, e per il 55 per cento da persone con problemi psichici! La carenza o la mancanza di sapone — i detenuti devono ordinarlo e comprarlo alla spesa interna — è denunciata per le carceri francesi come per quelle del Regno Unito (84 mila detenuti) e degli Stati Uniti. In Francia i colloqui coi famigliari non sono stati vietati: si è raccomandato di non venire in più persone alla volta, e di non portare gli anziani (strana idea, come se gli anziani rischiassero più di contagiare che di essere contagiati). Se non è un errore di stampa, giovedì gli agenti penitenziari francesi messi in quarantena di 14 giorni per essere stati in contatto con detenuti o persone positive erano ben 345. Alcuni sindacati propongono l’assegnazione a domicilio di detenuti con pene minori o di più di 70 anni, la sospensione dell’esecuzione per alcuni nuovi condannati. Giovedì è stato ufficialmente dichiarato un primo caso di detenuto positivo al coronavirus nel carcere belga di Mons.

 

Negli Stati Uniti, che contano 175 mila detenuti nelle prigioni federali e 2.300.000 nell’intero paese (solo 165 mila sopra i 55 anni), c’è una gran paura per il contagio del personale e dei carcerati: “In galera non c’è un posto in cui ripararsi. Se si ammala uno, si ammalano tutti”, dice un responsabile carcerario californiano. “Quello che è successo in Italia può succedere qui”. Si fa un confronto col 1995, quando, dopo un’esplosione di rivolte, tutti i detenuti furono reclusi nelle loro celle per un lungo periodo senza poterne mai uscire, senza l’ora d’aria proverbiale: una polveriera, se l’altra volta veniva dopo le rivolte, questa volta le scatenerebbe. L’associazione fra carcere e coronavirus, dicono medici ed esperti, è in tutto il mondo l’annuncio della tempesta perfetta.

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