Niente sarà più come prima

Adriano Sofri

Si può anche apprezzare una specie di fiducia nella promessa che da questo colossale malanno venga qualcosa di buono. Ma forse dovremmo rallentare, prima di consegnare quello che verrà a un bivio fra nostalgia ed entusiasmo

Forse è l’effetto della reclusione domestica, che esaspera muscoli e nervi (ieri un sindaco ha detto ai suoi concittadini: “Non mi ero mai accorto prima d’ora che foste così smaniosi di fare jogging!”), certo si ha l’impressione di una fretta incalzante di tener dietro alla rivoluzione dei modi di vita materiali e ai pensieri, sentimenti, emozioni che li accompagnano. Di descrivere il Tempo Nuovo, dopo aver archiviato il vecchio con la frase già non infrequente: niente sarà più come prima. Probabile, del resto. E si può anche apprezzare una specie di fiducia nella promessa che da questo colossale malanno venga qualcosa di buono, una riconversione della vita di prima, o addirittura una conversione, quella che nemmeno la constatazione dell’agonia del pianeta riusciva a ispirare. Forse tuttavia bisognerebbe tenere a bada la fretta.

 

Il confino di Ventotene nel pieno della guerra mondiale era certo un buon riparo in cui immaginare il futuro remoto, ma la condizione era di chiarirsi le idee sul passato, sul mondo di prima, sull’Europa (e sul mondo) che era passata dalla Belle Époque alla catastrofe della Guerra dei trent’anni. E’ probabile che il vecchio sentimento di soldati lontani dai propri monti, dalle proprie case, dalle proprie donne, e desiderosi di cantare, la nostalgia, cresca sulle nuove rovine. L’altro giorno sulla ex Biblioteca moresca di Sarajevo, ricostruita sulle macerie del rogo del 1992, e sul ponte di Mostar, sono stati proiettati i colori della nostra bandiera, episodio non ordinario di solidarietà e di benigno contrappasso. Nel 1914 era stato, quell’edificio, la meta della visita dell’arciduca Ferdinando, che la combinazione fra un piano terroristico straccione e una improvvida deviazione stradale trasformò nella scintilla (è il nome del virus quando si tratta davvero della guerra e non dell’epidemia). A Sarajevo facemmo, in tanti, insieme a quei cittadini, l’esperienza di anni di reclusione domestica, ed è un eufemismo, e di penuria di ogni bene necessario alla sopravvivenza, e dell’inflazione e della svalutazione delle morti personali; e insieme delle strade e delle piazze deserte, e del cielo stellato illimpidito come in un osservatorio sulle Ande. E anni dopo, finita la strage e l’umiliazione, non mancò chi dicesse di rimpiangere l’assedio, il cielo stellato disinquinato e la fraternità che si era insediata negli animi di persone accomunate dall’aggressione.

 

La nostalgia conosce solo se stessa per rivale: le strade vuote e silenziose rimpiangono il frastuono del traffico, il suo ritorno rimpiange i marciapiedi percorsi appiattandosi contro i muri. La cosiddetta spagnola, che mieté le decine di milioni, e in Italia fece tante vittime quante la Grande guerra, è accampata nella memoria come un suo mero episodio d’appendice. E’ un momento propizio all’immaginazione sul mondo di dopodomani, e c’è una gara a sporgersi il più possibile fuori dal balcone dell’appartamento in cui si aspetta che passi la nottata. Forse è consigliabile rallentare, e usare la distanza di sicurezza presa dal mondo di ieri per ricordarsi com’era, che cos’aveva di buono, che cosa no, prima di consegnare quello che verrà a un bivio fra nostalgia ed entusiasmo. Le riconversioni sono difficili, come le rianimazioni, figuriamoci le conversioni. E il grafico delle grandi prove può ridursi a mostrare che la stupidità e l’intelligenza ordinarie, la cattiveria e la bontà ordinarie, durano nell’emergenza, ma toccando picchi inauditi.

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