I secessionisti del virus

Adriano Sofri

L'epidemia avanza sul terreno sul quale il cosiddetto regionalismo differenziato non era ancora arrivato a completare l’opera. Cioè il disfacimento della solidarietà nazionale, e insieme della confidenza europeista

Senza maramaldeggiare, ci siamo tutti figurati come avrebbero reagito lo spirito pubblico razzista e i suoi promotori organizzati se il contagio fosse dilagato in una regione meridionale. O se fosse esploso a Pozzallo, o nella provincia cinese della Toscana. Non è successo, e purtroppo è successo che il virus infierisse sulla Lombardia. Si può pensare che questo svolgimento, doloroso com’è, abbia tuttavia scongiurato le tentazioni di aggravare le divisioni del nostro paese, e la divisione principale, quella fra nord e sud. Però forse sta succedendo, imprevedibilmente, il contrario. La Lombardia (e con lei, ma anche in concorrenza con lei, il Veneto), dopo aver lungamente rivendicato la superiorità della propria Sanità e del proprio governo regionale, vantandolo come un modello perfino planetario, è sempre più travolta dal bilancio terribile di morti e feriti, dall’avventato ricorso iniziale agli ospedali che li mutò in focolai, e dalla catastrofe delle case di riposo, e reagisce caoticamente ma soprattutto proclamando di voler e sapere fare da sé.

 

Il divario, fino a questo punto, col resto d’Italia, è stato così forte da attirare sui governanti lombardi una diffidenza incredula e sgomenta, e da ispirare in loro una velleità di autosufficienza. Non c’è quasi nessuno in Italia che non abbia un legame stretto, intimo, con la Lombardia, dei famigliari, degli amici, dei compagni di lavoro, dei luoghi fatti propri. Milano scintillava e attraeva per il suo successo, e per quello poteva anche respingere, ma ora le si vuole bene in un modo nuovo, quasi nel modo in cui si vuol bene a Napoli. Però nei capi leghisti, già frustrati dall’estromissione rocambolesca dal governo nazionale, dalla sproporzione fra la quota che assegnano loro i sondaggi e l’emarginazione di fatto, dalla certezza di disporre del governo in tutte le regioni del nord contraddetta dal fiato corto del suo esercizio, può crescere oggi un rimpianto per la Lega nord, un malumore pentito sull’azzardo di puntare all’espansione nazionale, un desiderio di ritirarsi nelle antiche trincee e appoggiarsi agli effetti capricciosamente secessionisti del virus. Il quale avanza sul terreno sul quale il cosiddetto regionalismo differenziato non era ancora arrivato a completare l’opera. Cioè il disfacimento della solidarietà nazionale, e insieme della confidenza europeista.