Paura del plebiscito

Valerio Valentini

La battaglia tra le due Leghe passa anche da una data: Salvini vuole ritardare il voto in Veneto, Zaia no

Roma. Ci sta che sia solo un sospetto malizioso, il tic di chi le astuzie è abituato a praticarle e allora le vede riflesse nei comportamenti degli altri. E però in politica anche le paranoie, spesso, sono rivelatrici di tensioni e conflitti. E insomma se Luca Zaia s’è convinto che Matteo Salvini voglia negargli il plebiscito in Veneto per evitare che la stella del “doge” cominci a splendere troppo, anche al di fuori dei confini della Serenissima, qualcosa di reale, di vero, deve pur esserci nei resoconti che parlano di questo dualismo all’interno della Lega. Lo sconcerto, tra i fedelissimi di Zaia, è deflagrato la scorsa settimana, quando Salvini, durante un suo intervento su una tv locale campana, ha detto che “no, non credo sia possibile votare a luglio per le regionali”, e che quindi “se ne riparlerà a settembre”, magari senza mascherine. Troncando di netto, così, i progetti di gloria del presidente veneto, convinto già di poter ottenere, sulla scia della meritoria gestione della crisi del Covid, non solo la riconferma alla guida della regione, ma un vero e proprio trionfo. E si spiega allora perché, secondo le indiscrezioni di chi era accanto a Zaia in quei momenti, il governatore avrebbe pronunciato “parole irripetibili” all’indirizzo di Salvini. Ma che il malumore sia in ebollizione, tra i colonnelli della Liga, lo testimoniano anche i messaggi al limite dell’ingiurioso che alcuni di loro hanno inviato, nei giorni passati, a Luca Morisi, il padrone della “Belva” social del “Capitano”, contestando le sue “trovate” e le sue iniziative.

 

E certo può darsi, come provando a ridimensionare i lumbàrd, che questo sia il solito ribellismo dei veneti, afflitti da quel certo complesso d’inferiorità nei confronti dei cugini. Ma è un fatto che limitare l’ascesa di Zaia, per Salvini, è tutt’altro che secondario. Per gli equilibri locali, innanzitutto, visto che il governatore rischia davvero di oscurare il simbolo del Carroccio, stavolta, ottenendo un’investitura diretta attraverso una sua lista personale. E per quelli di partito, ovviamente: perché malgrado le dissimulazioni di prammatica, la differenza tra lo Zaia celebrato come “eroe politico” dal Financial Times, e il Salvini umiliato dalla copertina della Bbc, si sente ormai anche dentro i gruppi parlamentari. “E’ la solita strategia che i giornali mettono in atto per dividerci, ma non riusciranno a spaccarci”, ha detto martedì scorso Giancarlo Giorgetti davanti alla pattuglia dei deputati radunati a Montecitorio, rassicurandoli sull’infondatezza dei retroscena che raccontano delle tensioni tra lui e Salvini. Che però poco prima, dicendo alla sua truppa che le cose vanno bene così, “perché tra tre mesi o tre anni comunque andremo al governo, e ci andremo con chi ci pare a noi”, era stato convincente mica tanto. “La verità - si son detti poi, tra loro, alcuni dei deputati - è che se ammettessimo che serve un’altra linea, dovremmo riconoscere che serve un altro leader”.

 

Ed ecco che allora l’ombra di Zaia ha ripreso consistenza. E, con quella, la necessità di respingerla da parte dei fedelissimi di Salvini. E’ anche così che si spiega, secondo alcuni veneti, il mutismo che il Carroccio ha osservato in questa settimana di audizioni alla Camera, dove alla commissione Affari costituzionali si è discusso il decreto che rinvia le elezioni regionali a settembre, in concomitanza col referendum sul taglio dei parlamentari. A meno che, ovviamente, non si corregga il testo, come pure chiedono ben cinque delle sei regioni (contraria solo la Toscana) interessate dal voto, stando all’illustrazione svolta, a nome dei suoi colleghi, dal ligure Giovanni Toti martedì scorso. Francesco Boccia ci farebbe anche un pensierino ad accontentarli, un po’ per ricucire coi governatori un rapporto logorato da due mesi di polemiche sulle mascherine e le ordinanze, e un po’ perché il suo amico Michele Emiliano coltiva in fondo lo stesso progetto di Zaia: andare al voto in un clima di emergenza e chiedere anche per questo una facile riconferma agli elettori. Ieri s’è invece capito che il governo era di nuovo tornato sui suoi passi, anche in virtù della ferma contrarietà del M5s (che reclama l’election day in nome dei risparmi che questo permetterebbe, nell’ordine delle decine di milioni di euro). Ma certo, anche l’atteggiamento rinunciatario della Lega ha influito, se è vero che tra i mille abusi e i mille scandali additati ai suoi follower, Salvini s’è guardato bene dal citare, in tutti questi giorni, quello del rinvio delle elezioni. “Non abbiamo fatto la guerra, sul punto, perché rimandare a settembre il voto è ragionevole”, dice Igor Iezzi, capogruppo legista in commissione e salviniano di ferro. “Non è neanche tanto l’allestimento dei seggi, il problema: ma ce la immaginiamo – spiega – una campagna elettorale svolta con le mascherine e rispettando le distanze?”. Come che sia, ormai la decisione sembra irrevocabile. Se non altro perché, per votare davvero il 12 luglio come chiede Zaia, bisognerebbe iniziare a raccogliere le firme per la presentazione delle liste già la prossima settimana, tra un divieto e una restrizione anti-Covid. E sembra a tutti poco fattibile che prima del 20 di giugno, quando il decreto verrà convertito – in Aula alla Camera approderà il 25 maggio, poi andrà al Senato – si riesca davvero a ridefinire un iter diverso. “Quello a cui noi ci opponiamo – insiste Iezzi – è la possibilità di un ulteriore rinvio, rimesso alla discrezionalità delle regioni, che farebbe slittare il voto di altri tre mesi in caso di riacutizzarsi dell’epidemia”. Che poi, dicono i maliziosi, sarebbe proprio il piano B di Zaia: attendere ancora, arrivare a gennaio 2021, e vedere se nel frattempo, a Roma cambia qualcosa.