All'inizio spavaldi, ora selezionano i pazienti: il tragico errore della Svezia

Adriano Sofri

La terapia intensiva negata ai più vecchi e ai più gravi

Giovedì due notizie mi avevano colpito, la prima dandomi una felicità – la proposta di legge cinese che esclude cani e gatti dal novero del “bestiame” commestibile, per considerarli come animali di compagnia – l’altra allarmandomi e rattristandomi, nella forma iniziale e approssimativa in cui era stata presentata: un documento interno del Karolinska Institutet svedese che avrebbe sancito l’esclusione dalla terapia intensiva dei pazienti oltre gli 80 anni, e di quelli oltre i 70 che avessero patologie gravi in almeno due organi (cuore, polmoni, reni).

 

La notizia cinese è certo legata alla constatazione dei disastri provocati dai “mercati bagnati” (di sangue) di animali selvatici e domestici. Ma è tanto più confortante che arrivi a ridosso di una sciagura di poveri umani che vorrebbe far apparire frivolo o capriccioso l’amore per gli animali, e in particolare i cani (uccisi e mangiati a milioni) e i gatti, ora sospettati di subire e poter trasmettere l’infezione. Quanto alla Svezia, si era diffuso un risentimento nei confronti della scelta di quel governo, di affrontare la pandemia senza chiusure e vantando la fiducia nel libero senso di responsabilità dei suoi cittadini. Anche nobilmente motivata, la scelta sembrava implicare un compiacimento superiore, e ignorare la diversità delle condizioni sociali nel paese. Insomma, come il Regno Unito nel momento della sfortunata iattanza di Boris Johnson, come gli Stati Uniti dell’ottusità sciagurata di Trump (non parliamo del Bolsonaro, fuori concorso), la Svezia tranquilla e sicura di sé non poteva che irritare nei luoghi in cui l’epidemia infieriva nonostante il sacrificio accettato dalla vita quotidiana dei cittadini. Com’era inevitabile, la Svezia è entrata anche lei nei numeri bui e nella penitenza. Il 9 aprile l’Aftonbladet, lo storico quotidiano socialdemocratico di Stoccolma, ha pubblicato un documento interno della prestigiosa Karolinska, che è l’università cui fanno capo la formazione e la ricerca medica in Svezia, e l’assegnazione del Nobel per la Medicina e la Fisiologia. E’ stato Pier Luigi Lopalco, autorevole docente di Epidemiologia a Pisa e ora consulente della regione pugliese, dov’è nato, per la pandemia, che ha vissuto e operato in Svezia, a pubblicare la foto dell’articolo sul suo profilo Facebook. Lopalco si è rammaricato che gli svedesi non abbiano saputo usare l’esperienza di altri paesi e ascoltarne le raccomandazioni, e che si siano trovati infine anche loro con la crescita esponenziale di casi, decessi, e pazienti in terapia intensiva. Poi ha scritto: “Le regole per ammettere un paziente in terapia intensiva sono ferree: se hai più di 80 anni, o se hai fra 60 e 80 anni ma hai più disfunzioni d’organo non entri in terapia intensiva”.

 

Si capisce che molti commenti abbiano dato sfogo a una rivalsa contro la Svezia, l’impostura del suo welfare, i trascorsi del progressismo scandinavo entusiasta di eugenetica o, più sbrigativamente, “nazisti”. Qualche equivoco era già nel giornale, che ha precisato e corretto. Il documento – qualcosa di analogo al testo della Siaarti, l’Associazione degli anestesisti e rianimatori, che fece discutere da noi – menziona l’età “biologica” dei pazienti, distinguendola dall’età “cronologica”: la differenza riguarda la condizione effettiva di salute, che può implicare funzioni e risorse fisiche di un’età molto inferiore o molto più avanzata di quella anagrafica. L’Ospedale Karolinska spiega di attenersi alle linee guida del Consiglio nazionale della Salute e del Welfare, riguardo al ricorso alla terapia intensiva in “circostanze straordinarie” – la “medicina delle catastrofi”. E che il criterio resta quello di non sottoporre alla terapia intensiva pazienti che non lascino sperare di poterla affrontare e uscirne. Si torna dunque al ripudio dell’“ostinazione irragionevole”, quello che chiamiamo accanimento.

 

Tuttavia non è di un malaugurato malinteso che si tratta. La sproporzione, improvvisamente schiacciante, fra la disponibilità delle risorse, dalle mascherine – il diminutivo, quasi vezzeggiativo, le ha fatte apparire dall’inizio pressoché irrisorie, e invece… – alla caccia ai posti in terapia intensiva, ha inesorabilmente indotto a procedere affannosamente e a volte allo sbaraglio, e a lasciarsi indurre alla tentazione di scivolare dal realismo al cinismo. A dire, o mettere per iscritto, cose che altrimenti non si vorrebbero pensare. E a farne, travolti dalle cose: non lo si riconoscerà, e non lo si imputerà altrui, ma è successo su una scala tremenda con le case di riposo. E intanto ormai bisogna dirsi, e devono dirselo specialmente le autorità svedesi, che richiamare la medicina delle catastrofi, o di guerra, quando si sono dilapidati spensieratamente mesi interi in cui la catastrofe si annunciava e si lasciava contemplare appena un po’ più in là della propria frontiera, suona male, malissimo.

Di più su questi argomenti: