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Due degli esperti coinvolti ci spiegano l'unità anti fake news del governo

Ma quale "ministero della Verità". "Nessuna censura. Contro la cattiva informazione ne serve una 'buona'", dice Villa. Per Zagni la comunicazione istituzionale è stata deficitaria “ma poteva andarci peggio. Vedi BoJo”

Enrico Cicchetti

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cicchetti@ilfoglio.it

6 Aprile 2020 alle 19:16

“Ma quale ministero della Verità?”. Due degli esperti ci raccontano cosa sarà l'unità anti fake del governo

C'è quella che dice di non lasciare cani e gatti sui balconi, perché passeranno con gli elicotteri a disinfestare. O quella della vitamina C che debella il nuovo coronavirus. In tempo di pandemia fioccano panzane e complotti inventati, che siano nati per noia o per propaganda. E, a ogni balla, si gonfia l'onda di allarmismo e la diffidenza apre una piccola crepa nel tessuto sociale. La televisione di stato, a fine marzo, aveva già annunciato la creazione di un osservatorio permanente per combattere le bufale sul coronavirus. E ora anche l'esecutivo vuole il suo. Si chiamerà “Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al Covid-19 sul web e sui social network”. La cosiddetta task force del governo per contrastare le notizie false sull'emergenza sanitaria è stata istituita sabato scorso dal sottosegretario con delega all'Editoria, Andrea Martella (qui il decreto). L'unità potrà contare sul supporto - a titolo gratuito - di alcuni esperti, dai giornalisti Riccardo Luna, Francesco Piccinini, David Puente, Roberta Villa e Giovanni Zagni, ai professori Ruben Razzante (diritto dell'informazione alla Cattolica di Milano), Luisa Verdoliva (Elaborazione dei segnali multimediali alla Federico II di Napoli), Fabiana Zollo (ricercatrice sui flussi informativi online alla Ca' Foscari di Venezia). Oggi si sentiranno informalmente, e in settimana ci sarà il primo incontro ufficiale.

 

Secondo l'ultimo rapporto dell'Eurobarometro della Commissione europea, basato su indagini realizzate a dicembre 2019 - quindi poco prima che si avesse un reale impatto dell’emergenza sanitaria sull'Unione - il 71 per cento degli europei ha incontrato notizie false più volte al mese o anche più spesso. Almeno due terzi degli intervistati hanno detto di essersi imbattuti in notizie false almeno una volta alla settimana a Malta (73 per cento), Francia e Spagna (entrambi 66 per cento), mentre la percezione in Italia è molto più bassa: solo il 41 per cento del campione. Ben venga allora uno strumento che aiuti i cittadini a sbufalare le più grossolane castronerie che circolano sul virus. A patto che, primo, non lo si intenda come strumento di limitazione della libertà di espressione e che, secondo, non riguardi solo il mondo del web.

  

Un intervento governativo sul tema ha aperto a inevitabili polemiche, con la leader di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni che cavalca la paura di un orwelliano ministero della Verità per censurare e filtrare le notizie. Secondo Giovanni Zagni, direttore del progetto di fact-checking Pagella Politica - che ha appena attivato Facta, uno strumento di verifica e debunking delle principali bufale sul Covid-19 - è una paura infondata: “Nel decreto è scritto quello che la task force ha facoltà di fare o meno. Personalmente, sono contrario anche a un intervento legislativo sul tema, ma questa è la mia umile opinione. In ogni caso, l'unità si occuperà di monitoraggio più che di repressione o censura, che non avrebbe modo e tempo di attuare né a livello editoriale né di debunking. Però ci sono, lo vedo quotidianamente nel mio lavoro ma anche nella vita privata, una marea di 'sitarelli' e profili social che diffondono bufale a decine. Ora vanno fortissimo anche i messaggi su WhatsApp. Sarebbe sbagliato pensare che tutti gli italiani ci credano ciecamente, così come sarebbe illogico immaginare che il fenomeno si potrà sradicare del tutto. Ma è senz'altro un problema che riguarda una fetta consistente di popolazione”.  

   

“Chi ci dà di censori sbaglia: non toccherà certo a noi stabilire cosa è vero e cosa no”, dice al Foglio anche Roberta Villa. Laureata in Medicina e Chirurgia, Villa ha collaborato per più di vent’anni con le pagine di Salute del Corriere della Sera, e tra gli altri anche con il progetto europeo Quest per la comunicazione della scienza e con il sito anti-bufale Dottore ma è vero che? dell'ordine nazionale dei medici. “Dovremo invece ragionare con diverse competenze sul fenomeno - puntualizza -, per capire se esiste un approccio strategico che permetta di migliorare l'ecosistema informativo. Che sia meglio un approccio a livello politico oppure di incentivi, questo è da studiare”. 

  

Diverse competenze - nella squadra ci sono esperti di fact checking ma anche docenti e ricercatori - e però anche diverse anime. Riccardo Luna, sabato scorso a Otto e mezzo su La7, ha detto che, pur non volendosi occupare “delle opinioni, che restano assolutamente libere”, la squadra di Palazzo Chigi dovrebbe poter fare debunking e bloccare la diffusione di informazioni "che creano danno alla salute pubblica. E' quello che hanno fatto Twitter e Facebook, sia nel caso di Maduro sia nel caso di Bolsonaro, quando hanno cancellato loro post che parlavano di rimedi miracolistici”. Non tutti, nella task force, la pensano esattamente così. “La battaglia contro la disinformazione ha due fronti”, dice Villa. “Uno che utilizza le censure, il blocco dei siti e le denunce; un altro, al quale appartengo, che invece predilige la 'buona informazione'. Per sconfiggere la cattiva informazione ne serve una 'buona', che si basi su dati scientifici solidi (e dove questi non esistano, ciò sia ben specificato) e che possa favorire tutto ciò che può aiutare i cittadini a difendersi. Non attraverso 'bollini di qualità' dell’informazione (chi li attribuisce?), ma sviluppando il senso critico e la conoscenza delle trappole mentali in cui ciascuno, scienziati per primi, possono cadere. Preferisco un mondo nel quale anche mille terrapiattisti possano esprimere le loro bislacche teorie, piuttosto di uno nel quale venga impedito di parlare a chi scopre e racconta un caso di malasanità. Ho accettato l'invito del sottosegretario proprio perché voglio assicurarmi che non si vada verso una linea che disapprovo, né che ci si concentri solo sul debunking - che ha la sua utilità, ma che non credo sia lo scopo principale di questa unità di lavoro”.

   

Come ha detto bene Francesco Costa sul Post, questo “non è il momento di dire bugie”. Ancora più grave è se le notizie non corrette arrivano dalle autorità, come nei casi di alcune palesi falsità sui tamponi e sulle terapie intensive diffuse la scorsa settimana dal capo della Protezione civile e da altri tecnici del governo. Perché ci preme ribadirlo qui? Perché il fatto stesso che la task force abbia mantenuto, nel nome, il riferimento a fake news diffuse “sul web e sui social network”, come conferma anche Villa, non è proprio il massimo: “In una email che ho inviato al sottosegretario, ho detto in maniera molto franca che il problema della disinformazione non riguarda solo internet ma anche i media tradizionali e la comunicazione istituzionale, da cui dipende molto di quel che succede 'a valle'. Sarà importante partire con un momento di autovalutazione, se non di autocritica, della modalità e dei contenuti della comunicazione da parte di Ministero della salute, Istituto superiore di sanità, regioni, sindaci, protezione civile, esperti a vario titolo che continuano a dare informazioni contrastanti tra loro e spesso evasive su messaggi che invece dovevano essere semplici e chiari, come l’uso delle mascherine, la possibilità di infettarsi dalle superfici o sulle condizioni che consentono di uscire di casa. Questo dire e non dire, affermare e poi smentire, contraddirsi l’un l’altro crea nel pubblico un senso di incertezza che autorizza poi ciascuno a credere a quel che sente o a quel che ritiene più convincente, anche se proveniente da fonti meno autorevoli”.

  

Per Zagni, la comunicazione ufficiale “è stata certo deficitaria, ma ci poteva andare peggio. Certo, ascoltando la conferenza stampa delle sei non mi sento governato come nell'Atene di Pericle. Ma poi penso a Boris Johnson - che prima invocava l'immunità di gregge, a scapito di innumerevoli morti tra i cittadini britannici, e oggi è ricoverato per Covid in ospedale - oppure a Trump, che voleva riaprire tutto prima di Pasqua e ora si trova con una New York militarizzata. O ancora alla Svezia, che ha lasciato tutto aperto e oggi inizia a contare i morti... È difficile trovare un governo del mondo che in questa emergenza sia immacolato”. 

  

“Abbiamo poi il caso del giornalismo italiano”, aggiunge Zagni, “che fa quello che fanno tutti i giornalismi del mondo, cioè cercare e pubblicare notizie, ma talvolta ci arriva attraverso uno strano giro. Prendiamo il caso delle bozze di decreto del presidente del Consiglio pubblicate anzitempo. Come sono arrivate alla stampa? Quel genere di informazioni arriva dallo staff delle autorità su delle chat con una ventina di giornalisti 'amici' e inizia a circolare. A quel punto i giornali la pubblicano. Il che è normale e giusto: le anticipazioni si danno in tutto il mondo. Il problema non è il fatto in sé, è il modo in cui sono state date: bisognava specificare bene che quella era una bozza e non un documento definitivo”. Senza scatenare ansie e allarmismi.

  

“In questo momento di incertezza, aggiunge Villa, capita poi che anche virologi e scienziati famosi si affezionino a un'idea e talvolta, per difenderla, tradiscano essi stessi il metodo scientifico. Le regole che si invocano in altre circostanze devono valere anche adesso. Per esempio i criteri che la scienza impone nel dibattito sui vaccini o quando valuta la solidità di un nuovo studio o di una teoria scientifica - solo per citarne alcune, la regola dell'association is not causation, la pubblicazione di studi e la peer review - non possono essere paletti validi solo in alcuni casi ed essere tralasciati in altri”.

Enrico Cicchetti

Enrico Cicchetti

Nato nelle terre di Virgilio in un afoso settembre del 1987, cerca refrigerio in quelle di Enea. Al Foglio dal 2016. Su Twitter è @e_cicchetti

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