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La grande rivincita di internet

Claudio Cerasa

Donazioni, servizi, benessere. No: il web non è il virus della società liberale

Nella grande scrematura delle minchiate imposta dalla rapida diffusione del coronavirus ce n’è una, di sciocchezza, molto significativa che riguarda il nostro rapporto con uno strumento che prima dell’arrivo del Covid-19 aveva cominciato ad assumere le sembianze di una diabolica creatura destinata inevitabilmente a prendere per mano il mondo per farlo avvicinare ogni giorno verso il burrone del caos. La creatura descritta da molti come intrinsecamente diabolica, maligna, selvaggia e perfida coincide con il profilo di un soggetto chiamato “internet” e a due mesi dalla diffusione del coronavirus si può dire che la rete sia magicamente riuscita a far ricredere rispetto alla sua presunta natura maligna anche i suoi peggiori nemici.

 

Due giorni fa, l’amministratore delegato del cattivissimo Twitter, Jack Dorsey, che fino a pochi mesi fa veniva descritto insieme con Mark Zuckerberg come se fosse una sorta di cavallo di Troia della peggiore feccia del mondo, ha annunciato di aver predisposto una donazione da un miliardo di dollari – poco meno di un terzo del suo attuale patrimonio – per finanziare gli enti impegnati nella lotta contro il coronavirus. E lo ha fatto, Dorsey, dopo aver strutturato, insieme con Facebook e Google un lavoro molto accurato sulla rete, creando un algoritmo utile per premiare nella ricerca online sui temi del coronavirus le notizie provenienti più dai siti ufficiali che dai siti che un tempo si sarebbero definiti semplicemente virali: uno non vale uno, of course. La stagione della quarantena forzata ha avuto però sulle nostre vite anche un altro effetto imprevisto e ci ha permesso forse per la prima volta di considerare in modo nitido la rete non come uno strumento intrinsecamente incompatibile con i valori di una società aperta, destinato cioè inevitabilmente a ingannare l’uomo attraverso la falsificazione del reale, ma come qualcosa di estremamente diverso e particolarmente prezioso: uno strumento indispensabile per costruire attorno a noi una costante e perenne rete di protezione.

 

Ce ne accorgiamo quando ci rendiamo conto che grazie a Netflix, ad Amazon Prime, a Sky e ad Apple Tv il cinema ci manca un po’ meno del previsto. Ce ne accorgiamo quando ci rendiamo conto che grazie a Glovo, a Deliveroo, a Uber Eats e ai servizi di consegna a domicilio delle catene dei supermercati si può fare la spesa senza infilarsi nella caciara – e grazie a internet si può pagare anche senza dover passare soldi da una mano all’altra. Ce ne accorgiamo quando ci rendiamo conto che grazie alla rete ci sono alcuni lavori che si possono salvare grazie alla possibilità di svolgere il lavoro da casa. Ce ne accorgiamo quando ci rendiamo conto che la rete di Amazon non è solo un diabolico attrezzo del capitalismo ma è uno strumento prezioso che ci permette di arrivare sugli scaffali dei negozi anche quando i negozi sono purtroppo chiusi. Secondo una robusta e popolare corrente di pensiero, in voga prima della pandemia, internet doveva essere il virus che avrebbe inevitabilmente ucciso la società moderna e occidentale. Ma in un momento in cui viene meno la dimensione fisica delle nostre relazioni sociali ci rendiamo tutti conto che possiamo continuare a esistere come società anche perché abbiamo ancora lo “spazio” delle reti virtuali in cui coltivare le nostre relazioni. E l’arrivo di un virus vero ci ha ricordato che il mondo reale e quello virtuale possono non essere in contrapposizione specie poi se i padroni della rete offriranno gli strumenti giusti per evitare che non siano i soli fenomeni virali a governare il mondo anche quando la pandemia sarà finita.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.