Pensare alla fase 2 significa non nascondersi dietro alla discrezionalità decisionale

Vitalba Azzollini

E' importante che il bilanciamento tra interessi contrapposti venga esplicitato, in modo che i cittadini possano sapere quali sono i criteri che giustificano la limitazione delle loro libertà

Il 1° aprile è arrivato il decreto con cui il Presidente del Consiglio ha prorogato le limitazioni disposte in precedenza. «Non siamo nella condizione (…) di poter allentare le misure restrittive», ha detto Conte nella conferenza stampa di presentazione del provvedimento, sottolineando di essere «in stretto contatto con gli esperti del Comitato tecnico-scientifico» e aggiungendo che «quando gli esperti ce lo diranno, entreremo nella fase 2 di allentamento graduale per poi passare alla fase 3 di uscita dall’emergenza, della ricostruzione, del rilancio». Al riguardo, Conte ha precisato che il Comitato andrà sentito per vagliare «adeguatezza e proporzionalità» delle decisioni - come previsto dal decreto-legge del 25 marzo scorso – ma ogni scelta resterà comunque “politica”: spetta alla politica quel bilanciamento di interessi su cui vanno fondate le deliberazioni che incidono sulla vita della gente.

 

È bene soffermarsi su quest’ultimo punto, che – in termini amministrativistici – si definisce come ponderazione comparativa di interessi: nelle valutazioni di tipo discrezionale, il titolare del potere deve identificare i diversi interessi (pubblici e privati) coinvolti, “pesarli” e metterli a confronto, operando la scelta che ne consenta il miglior equilibrio e il minor sacrificio. La trasparenza di tale ponderazione è importante, e lo è tanto più da parte del decisore politico - in questo momento, il Presidente del Consiglio - dati gli ampi margini di discrezionalità di cui gode, entro i limiti costituzionali, in scelte anche di forte impatto sulla collettività. È essenziale, infatti, che egli spieghi chiaramente come calibra la bilancia con cui “pesa” i diversi interessi in gioco: fuor di metafora, quali criteri utilizza per valutarli e confrontarli tra di loro, in modo da raggiungere l’obiettivo che si è posto, con i minori costi e i massimi benefici. L’esplicitazione ex ante dei parametri che il decision maker si impegna a usare serve a un fine importante: delimitare il suo “potere”. Infatti, la trasparenza di tali parametri consente a chiunque di sindacarne il rispetto da parte dell’autorità e impone ad essa di renderne conto. In termini di accountability, ciò è il minimo che si deve pretendere dai decisori pubblici, tanto più se compiono scelte con le quali comprimono diritti e libertà personali, come sta avvenendo per l’emergenza Covid-19. Altrimenti, può passare il messaggio che il titolare del potere politico agisce come meglio crede, quindi anche arbitrariamente.

 

Anche per altri profili è importante che i criteri decisionali siano espressamente dichiarati da parte di chi si assume la responsabilità di certe scelte, specie in un momento delicato come questo. Infatti, bilanciamento di interessi – sanitari, economici, sociali ecc. - significa pure bilanciamento dei relativi rischi, che possono essere rilevanti: dal rischio del collasso economico di imprese e famiglie, se si continuano a tenere chiuse le attività produttive del Paese, a quello di amplificare i contagi, se si decide di riaprire tutto ciò che oggi è chiuso. Peraltro, ponderare i rischi inerenti al complesso degli interessi coinvolti significa anche definire un livello di rischio accettabile: il rischio-zero non esiste, ed è bene spiegarlo. Va tuttavia detto che un’analisi di costi e benefici pure in termini di rischio - auspicabile fondamento di ogni decisione pubblica - trova presupposto in informazioni e dati idonei e chiari. Purtroppo, nella valutazione d’insieme della situazione causata dal Covid-19 questo presupposto sembra essere carente: sono noti pochi elementi di dettaglio - dalla gestione sanitaria all’entità del lavoro in nero al reale stato di indigenza di singoli e famiglie – e, in alcuni casi, l’attendibilità degli elementi noti non è nemmeno certa. Ancora, bilanciamento di interessi e rischi significa altresì bilanciamento dei tempi di intervento: misure restrittive protratte troppo a lungo potrebbero non essere sostenibili dagli individui, per vari profili, ma se interrotte troppo presto potrebbero vanificare gli sforzi fatti finora. Peraltro, da uno studio pubblicato di recente su La Voce emerge l’importanza che il decisore tenga in «adeguata considerazione anche la gestione delle aspettative del pubblico sulla durata delle misure restrittive, al fine di allargare il più possibile il loro rispetto», perché «dinanzi a una “sorpresa negativa” (cioè a una estensione più lunga del previsto), le persone sono meno disposte ad aumentare i propri sforzi di isolamento». Pure per questo motivo serve chiarezza.

 

Quanto sopra esposto serve a comprendere in concreto il motivo per cui, quando Conte formalmente dice che vaglierà la prosecuzione o la fine delle misure limitative a seguito di un bilanciamento dei vari interessi coinvolti, sostanzialmente non sta dicendo niente. Infatti - come spiegato - fino a quando in piena trasparenza egli non vincolerà le sue scelte a condizioni precise (numero e diffusione locale dei contagi, idonea quantità di dispositivi di protezione individuale e kit per tamponi, sostenibilità della situazione economica ecc.), al verificarsi delle quali “libererà” cittadini e imprese dalla “reclusione”, significherà che decide nell’opacità totale. E se l’assenza di chiarezza riguardo a scelte passate ha rivelato la mancanza di una strategia epidemiologica adeguata, l’assenza di chiarezza sui parametri di riferimento per scelte future sembra essere la spia della carenza di una idonea pianificazione per “convivere” con il virus, in termini di ripartenza delle attività produttive, di eventuali differenziazioni a livello locale, di protocolli di sicurezza sul lavoro e molto altro.

 

Il 2 aprile scorso, il direttore Cerasa ha scritto che «quando si è in una crisi come la nostra vale il detto americano. Right or wrong is my country. Right or wrong is my premier». In altre parole, non è il momento di fare polemiche su chi ha il compito di traghettare il Paese fuori da questa crisi. Tuttavia, non si possono continuare a tenere “rinchiuse” le persone, da un lato, senza esplicitare elementi idonei a consentire loro di valutare i provvedimenti che li riguardano; dall’altro lato, senza spiegare qual è il piano del decisore, affinché esse possano calibrare forze e risorse in funzione di ciò che le attende. Il costo economico e sociale delle attuali misure restrittive è troppo alto perché non si possa - anzi si debba - chiederne conto.

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