Curare l'Italia senza farla morire

Claudio Cerasa

I populisti non sono solo i rigoristi. Gli altri virus che l’Italia può domare senza chiedere il permesso all’Europa

I confortanti dati diffusi ieri dalla Protezione civile relativamente al numero dei nuovi contagiati, al numero dei nuovi ricoverati, al numero dei nuovi guariti e al numero dei nuovi posti liberi in terapia intensiva (vedi il bollettino in questa pagina) sono lì a segnalare che dopo un mese esatto di lockdown l’Italia ha il dovere di fare quello che fino a qualche giorno fa appariva semplicemente come un tabù: riaprire a poco a poco il paese per evitare quello che in molti oggi temono, ovverosia che l’Italia possa morire proprio quando sta cominciando a guarire. Per riaprire a poco a poco l’Italia, evitando di vanificare gli sforzi fatti finora ed evitando di trasformare la convalescenza del paese in una seconda malattia, occorre ragionare seguendo almeno due direttrici. La prima è quella che riguarda il “come” tornare a lavorare e, su questo punto, abbiamo raccolto un parere interessante dell’epidemiologo e virologo Andrea Crisanti, l’uomo che ha contribuito a trasformare il Veneto per l’Italia nell’equivalente di ciò che la Corea del sud è stata per il mondo, ovvero un modello nel combattere e limitare il coronavirus.

 

 

Secondo l’esperto, quando l’Italia riaprirà dovrà farlo seguendo tre paletti: “Ci dovrà essere – dice Crisanti – un principio geografico, perché alcune zone dovranno riaprire più velocemente di altre, mettendo in conto che nel futuro potranno esserci lockdown mirati. Ci dovrà essere un principio relativo ai lavori in sicurezza e in accordo con le prefetture le aziende che potranno riaprire non possono essere solo quelle essenziali ma devono essere quelle che garantiscono i criteri minimi di sicurezza. Ci dovrà essere infine un terzo principio che riguarda le misure innovative che andrebbero introdotte a livello sanitario: i test sul sangue per identificare gli immuni e i sistemi di tracciabilità per monitorare i contagiati”.

 

Il come riaprire, è evidente, non sarà un tema che avrà a che fare solo con il rispetto delle indicazioni offerte dagli scienziati (leggete Guido Tabellini sul Foglio di oggi per capire quanto la tutela della salute avrà un impatto sulla nostra economia) ma sarà un tema che avrà a che fare prima di tutto con le indicazioni offerte dalla politica e per evitare che l’Italia guarisca morendo – ecco la seconda direttrice – ci sono almeno tre forme di populismo che meritano di essere attenzionate, circoscritte e isolate come se fossero un virus. Le prime due forme di populismo hanno a che fare con l’Europa. E in una fase storica delicata come quella che stiamo vivendo, il compito di un paese come l’Italia non è soltanto quello di combattere il populismo rigorista di paesi come l’Olanda, che considerano ogni forma di mutualizzazione del debito come un attentato all’identità dell’Europa, ma è anche combattere un’altra forma di populismo di cui il nostro paese, nonostante la tragedia del presente, è purtroppo portatore non sano.

 

Questa seconda forma di populismo, che dovrebbe suggerire all’Italia di non parlare del Fondo salva stati con la stessa superficialità con cui l’Olanda parla di Eurobond, prevede il dovere da parte dell’Europa di erogare denaro all’Italia senza garanzie sull’utilizzo di questo denaro e per quanto la pandemia possa essere devastante non si può negare che le due forme di populismo purtroppo si tengano l’una con l’altra: c’è un pezzo dell’Europa meno indebitato dell’Italia che non intende fare debito senza avere la certezza che il debito emesso non venga populisticamente utilizzato per politiche finalizzate al consenso e c’è un pezzo dell’Europa molto indebitato che chiede di essere aiutato senza creare le giuste condizioni politiche per farsi aiutare fino in fondo. Una mediazione fra queste due tracce di populismo la si troverà probabilmente già oggi nel corso dell’Eurogruppo, anche grazie al ruolo di gran negoziatore assunto dalla Francia, e una volta governate le due forme simmetriche di populismo per poter ripensare al dopo, per poter pensare al come riaprire, per poter ragionare sul come ripartire l’Italia avrà il compito di dominare un’altra forma di populismo che è cresciuta come un mostro nei giorni della pandemia e che ha cercato di mettere in contrapposizione la salute dei cittadini con la salute economica del paese.

 

Un populismo che sogna di mettere le imprese sotto lo schiaffo dei sindacati, che sogna di mettere l’Italia sotto lo schiaffo dei magistrati, che sogna di proteggere i lavoratori senza proteggere le imprese, che sogna di mettere la crescita sotto la tutela delle sovrintendenze e che sogna di trasformare la pandemia nell’angelo sterminatore del capitalismo. Evitare che l’Italia possa morire proprio quando sta cominciando a guarire è possibile, ma per farlo l’Italia deve ricordare che ciò che l’Europa può fare per l’Italia è infinitamente meno importante di ciò che l’Italia può fare per se stessa.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.