Ripartire, ma come?

Claudio Cerasa

L’esperienza tedesca suggerisce all’Italia che errori evitare per non vanificare la quarantena. Chiacchierata con Pasini

Giuseppe Pasini è un imprenditore importante, guida da anni un’azienda di nome Feralpi, registra ogni anno un fatturato pari a 1,3 miliardi di euro, produce ogni anno 2,4 milioni di tonnellate d’acciaio e in questo momento è uno dei tanti industriali italiani a trovarsi in una posizione per così dire straordinaria: un piede della sua azienda si trova in una zona d’Europa in cui il lavoro è stato fermato dal coronavirus e un altro piede della sua azienda si trova in una zona d’Europa in cui il coronavirus non ha fermato il lavoro.

 

Il primo piede, Pasini, ce l’ha a Brescia, una delle città più martoriate d’Italia, e il secondo piede ce l’ha invece in Germania, dove secondo le stime ufficiali i morti per Covid-19, in tutto il paese, sono quanto quelli ufficiali registrati a Brescia: circa 1.500. In Italia, l’azienda di Pasini conta 850 lavoratori, che oggi si trovano tutti in cassa integrazione, mentre in Germania la stessa azienda conta 700 dipendenti, i quali, nonostante i 100 mila contagi tedeschi, non hanno mai smesso di lavorare. Pasini, dialogando con il Foglio, dice di non avere nulla da recriminare, dice di non avere nulla da rimproverare al governo, dice che la decisione di chiudere tutto in Italia è stata giusta ma dice anche che così come la Germania ha osservato con attenzione l’Italia per capire in che modo prevenire la pandemia con meno danni possibili (avere avuto il triplo delle terapie intensive dell’Italia deve avere certamente aiutato) oggi il nostro paese deve osservare la Germania per capire in che modo ripartire. “Riaprire una settimana prima o una settimana dopo non fa purtroppo la differenza e di fronte a una pandemia avere fretta può essere pericoloso. Ma ciò che invece non possiamo permetterci di fare è di non avere oggi una strategia per riaprire. E l’esperienza tedesca in qualche modo già oggi ci dice cosa andrebbe fatto per lavorare in tempi di pandemia”. E cosa andrebbe fatto? “I protocolli tedeschi ci hanno portato a far lavorare i nostri operai in sicurezza, con le mascherine, con i guanti e seguendo le giuste distanze. E se hai più di 37,5 di temperatura, e a tutti i dipendenti deve essere misurata, niente, devi andare a casa. A questo è stato aggiunto anche un intervento quotidiano di sanificazione degli spogliatoi, effettuato a ogni turno. Sulla base anche di questa esperienza, anche in Italia, insieme con la prefettura, i sindacati e le autorità locali, ci stiamo attrezzando per riaprire seguendo alcune procedure standard”.

 

Finora, e giustamente, la politica ha seguito le indicazioni della scienza, ma quando l’Italia dovrà riaprire sarà la politica a dover indicare la strada. Qual è la strada? “Io dico: servono i prelievi del sangue? Facciamoli. Serve riaprire a macchia di leopardo? Facciamolo. Serve far ritornare al lavoro prima gli under 45? Facciamolo. Serve tenere gli anziani più tempo lontano dai posti di lavoro? Facciamolo. Oggi non si tratta più di dire se sia arrivato il momento per ripartire. Il momento è arrivato. Si tratta solo di capire come si fa. Si tratta di avere una strategia. Noi siamo in attesa”.

 

Lo stato, chiediamo a Pasini, che prova ha dato di sé finora? “I provvedimenti adottati dal governo sono quelli giusti e il piano di garanzia è poderoso. Ho avuto modo però di studiare i pacchetti di sostegno alle imprese della Germania e della Francia e posso dire che la grande differenza non è la portata degli interventi ma è la loro attuazione: in Germania e in Francia gli strumenti anticrisi sono stati resi attuativi il giorno dopo la loro approvazione, in Italia, con le aziende ferme, i clienti che ritardano i pagamenti, le filiere produttive a rischio collasso, nulla è stato ancora reso operativo. Non sono qui per polemizzare. Voglio segnalare che ci sono virus difficilmente controllabili, e sono quelli che conosciamo, mentre ci sono virus che potrebbero essere controllati e dominati, e questi virus, per esempio, sono quelli che hanno a che fare con le incrostazioni della nostra burocrazia”. L’Italia, lo sappiamo, può reagire a una tragedia cercando di migliorare se stessa e un ragionamento simile si può fare anche per l’Europa. 

 

“Da europeista incallito penso che i punti centrali siano due. Il primo riguarda l’attenzione che l’Europa dovrebbe prestare al tema della concorrenza sleale e per favorire una globalizzazione di qualità non penso che su questo punto si possa ancora derogare. Il secondo punto riguarda invece gli strumenti che l’Europa dovrebbe adottare. Non è una stagione di vincoli, quella che stiamo vivendo, ma è una stagione di stimoli, di aiuti, e io dico che se l’Europa non capirà che la pandemia non ha passaporto e che i problemi di alcuni paesi riguardano tutto il continente purtroppo dovremo riconoscere che ha ragione chi dice che l’Europa non ha futuro. Io resto comunque ottimista. La ripartenza sarà difficile e sarà dura e non sarà uguale per tutti ma con uno stato più efficiente, un’Europa più solidale, una vocazione alla globalizzazione più spiccata delle nostre aziende io dico che ce la possiamo fare”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.