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Guai dell’unilateralismo

La lotta al coronavirus procede su basi nazionali. La visione che manca e i rapporti bilaterali non più sufficienti. Serve una svolta

11 Aprile 2020 alle 06:00

Guai dell’unilateralismo

(foto LaPresse)

Il terribile Covid-19 rischia di mettere in discussione il sistema multilaterale sviluppatosi nel Dopoguerra, sia nelle istituzioni che nelle reti di rapporti economici, politici e sociali. Il coronavirus è uno choc simmetrico che ha colpito con intensità uguale, anche se con tempi diversi, buona parte dell'economia globale. Ma, come molti hanno fatto osservare, diverse sono state le risposte delle autorità nazionali anche se con logiche simili (prima sconfiggiamo la pandemia, poi rimettiamo in sesto l’economia) ma non necessariamente coordinate. Le risposte in altri termini sono state asimmetriche, o meglio unilaterali. Nell’applicare l’unica (?) misura di risposta al virus, in assenza di un vaccino, cioè la minimizzazione dei contatti tra individui, i paesi hanno adottato forme più o meno stringenti di chiusura (lockdown). 

 

Questo ha provocato inevitabili costi diretti per ogni economia che ha applicato il lockdown e costi indiretti per i paesi “vicini”, cioè con i quali si intrattengono rapporti economici e non. L’interdipendenza che è alla base del multilateralismo questa volta ha giocato in senso negativo con caratteristiche tipiche dell’atteggiamento “beggar thy neighbor”, che ha distrutto molti tentativi di collaborazione internazionale nella storia. Tipico è il caso di atteggiamenti mercantilistici di paesi che vedono nella crescita dei propri surplus commerciali (e quindi dell’aumento dei deficit altrui) un beneficio nazionale. Superfluo ricordare che tale atteggiamento si basa sull’idea che si possa scaricare sul vicino i costi delle crisi di casa nostra, nell’illusione che non ci saranno rappresaglie. In questo scenario dunque le basi del multilateralismo sono minate dai comportamenti opportunistici degli stati.

 

Ma lo scenario imposto dal coronavirus è diverso. La pandemia non è responsabilità di nessuno, ma solo del virus. Nessun paese colpito dal Covid-19 beneficerebbe da azioni che dovessero aumentare il contagio nei vicini. Anzi è nell’interesse di ciascuno stato che il contagio nei paesi vicini sia minimizzato. E’ ovvio che di fronte a questo choc simmetrico la risposta più efficace sia quella globale, coordinata e condivisa.

 

Il problema è che ciò non sta avvenendo o sta avvenendo solo in parte. I singoli paesi stanno adottando misure diverse (per esempio su tempi e modi del lockdown) e i timori reciproci di contagio, compreso quello che potrebbe verificarsi in futuro, portano a prolungare la chiusura interna oltre che a contenere i flussi di persone da un paese all’altro e quindi ad accrescere i costi economici della pandemia.

 

Un altro esempio riguarda la ricerca. E’ chiaro che non potremo dirci al sicuro dal Covid-19 fino a che non ci sarà un vaccino adeguato, efficace e disponibile per tutti. La ricerca del vaccino è portata avanti in diversi contesti e in diversi paesi che non sempre collaborano e interagiscono. Questo è un aspetto paradossale se si pensa che il settore sanitario viene considerato, nella storia della cooperazione internazionale, come un caso di successo, contrariamente a quanto è avvenuto per la cooperazione economica. La ragione per il successo sarebbe la condivisione, nella comunità scientifica, della analisi delle cause delle pandemie e la conseguente definizione delle strategie da adottare. In economia invece ci sono spesso visioni contrastanti sul funzionamento dei sistemi economici e sulle ricette da adottare per affrontare le crisi.

 

Per adesso la lotta al coronavirus sta procedendo su basi nazionali. I rapporti bilaterali o sono conflittuali o, spesso, solo simbolici. Manca una visione sistemica, autenticamente multilaterale di questa sfida. Rimane il rischio di una strategia unilaterale diffusa. Forse non è troppo tardi per cambiare. Le istituzioni della governance globale, dal G7 al G20, alla Organizzazione mondiale della sanità, all’Ocse, alla Organizzazione internazionale del lavoro, hanno dato segni di reazione in questo senso. Vanno incoraggiate.

Pier Carlo Padoan

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