Perché il decreto liquidità rischia di creare un corto circuito

Mariarosaria Marchesano

Mentre altri paesi hanno fatto leva sul nuovo quadro di regole europee per erogare sussidi diretti, l'Italia ha puntato unicamente sul sistema bancario. Le lamentele unanimi delle associazioni di categoria

Milano. Ma perché sembrano tutti scontenti del decreto liquidità che consente di erogare 400 miliardi di prestiti alle imprese? Se si sentono le associazioni di categoria – Confapi, Confartigiano, Confcommercio – è un coro unanime di lamentele, con la sola Confindustria che si riserva di esprimersi dopo la pubblicazione del testo. Il piano viene percepito addirittura come un bazooka caricato a salve, il che a prima vista non si spiega considerando lo sforzo fatto per aumentare al massimo la garanzia statale sui finanziamenti e alleggerire le procedure. Ma è proprio questo il punto. “Non dovrebbero esserci iter burocratici per far arrivare almeno i primi aiuti alle aziende che devono pagare affitti e fornitori e spesso anche anticipare i soldi della cassa integrazione ai dipendenti”, dice al Foglio Roberto Calugi, direttore della Federazione italiana pubblici esercizi, che è forse la categoria più colpita dal lockdown poiché su 300 mila tra bar, ristoranti, pasticcerie, pizzerie, discoteche, solo una piccola parte sta continuando a lavorare con le consegne a domicilio e non si vedono prospettive di ripartenza a breve. “Se continua così avremo 21 miliardi di danni quest’anno – prosegue Calugi –. In una tale emergenza, la liquidità dovrebbe arrivare in modo automatico senza dover attendere che la banca faccia una valutazione sul merito di credito che potrebbe impiegare mesi, il che è esattamente quello che succederà per i finanziamenti superiori a 25 mila euro”.

 

Per ridare ossigeno all’economia il governo ha scelto come strada maestra il rafforzamento del sistema di garanzie che è alla base dei prestiti bancari – fondo centrale di garanzia e Sace – mentre altri paesi stanno approfittando del nuovo quadro di regole approvato dalla Commissione europea il 19 marzo (il Temporary framework) per saltare l’intermediazione delle banche ed erogare sussidi diretti. In Italia se ne parla poco, ma il quadro temporaneo prevede, infatti, vari tipi di aiuti tra cui “sovvenzioni dirette, agevolazioni fiscali selettive e pagamenti anticipati” e gli stati membri possono “istituire regimi per concedere fino a 800 mila euro a una società per far fronte alle sue urgenti esigenze di liquidità”. Finora, hanno ottenuto da Bruxelles il via libera all’utilizzo di questi strumenti Germania, Francia, Danimarca, Olanda e persino la Grecia, che distribuirà anticipi rimborsabili (sono possibili anche contributi a fondo perduto, ma ovviamente dipende dai margini di manovra fiscale).

 

Inoltre, Regno Unito e Spagna hanno chiesto alla Commissione “l’umbrella scheme”, cioè uno schema a ombrello che prevede un gran numero di opzione tra cui le “direct grants”, le sovvenzioni dirette, e il Portogallo ha avviato un piccolo piano di aiuti per il settore pesca. Ieri pomeriggio alla Dg Competition stavano per deliberare richieste analoghe per un altro nutrito gruppo paesi. L’Italia non figura tra questi perché ha puntato unicamente sul sistema bancario. Ma lo stesso presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, in un’intervista a Milano Finanza ha ammesso che la liquidità alle imprese non sarà immediata. Il che rappresenta un controsenso rispetto all’obiettivo del governo di mettere il mondo produttivo nelle condizioni di ripartire. Il ragionamento di Patuelli è che, per quanto le banche possano provare a correre, non sarà possibile fare arrivare la liquidità assistita dalle garanzie pubbliche in tempi sprint. Prima di tutto perché sarà necessario il via libera da parte dell’Unione europea (ma questo è un falso problema perché la Commissione impiega meno di 48 ore per decidere) e poi perché per le coperture sotto il 100 per cento, le procedure di erogazione non potranno che essere quelle ordinarie. In più, si potrebbe aggiungere, molte banche stanno lavorando a scartamento ridotto e, secondo quanto segnalano le associazioni di categoria, spesso non sono dotate della firma digitale per chiudere i contratti. Insomma, più che un decreto, rischia di essere un corto circuito liquidità.