Decreto di passione

Valerio Valentini

Prima il Mes e poi il ruolo di Sace. Nello sforzo per sostenere le imprese s’accende lo scontro tra M5s e Pd

Roma. Alle sei e mezza del pomeriggio, quando sta per riprendere un Cdm originariamente convocato per le unidici del mattino, poi rimandato di un’ora, quindi sospeso alle tre per ricominciare alle quattro e mezza e infine slittato di due ore, il sottosegretario al Mef Alessio Villarosa, grillino che è stato in prima linea nell’elaborazione del decreto in discussione a Palazzo Chigi, dà in una frase il senso dello scontro: “Ricordiamoci che il Parlamento resta sovrano, e che il M5s è pronto a tutto sul Mes e sui prestiti a famiglie e imprese”. E a chi gli chiede se in quel “tutto” sia compresa anche la sfiducia al governo, lui replica: “Tutto”. Riassunto di una giornata tribolata non poco, per il governo. Perché ovviamente c’è il Mes di mezzo. Che il M5s non vuole neppure sentir nominare, neanche in quella forma di fondo d’emergenza da utilizzare con condizionalità minime o nulle. E infatti, mentre ancora è in corso una riunione telematica dei presidenti delle commissioni del M5s, e mentre alcuni di questi provano a consigliare cautela per non interferire con una trattativa delicata condotta dagli sherpa del governo a Bruxelles, i canali della comunicazione grillina sposano la linea della fazione più intransigente: “Non è pensabile ricorrere a questo strumento in nessun caso”.

 

 

Ma più ancora di questo, ad alimentare la tensione nel governo, c’è la questione della liquidità alle imprese. E qui lo scontro si fa quasi surreale: perché, in un momento d’emergenza come questo, verrebbe da pensare che l’enigma sia solo su dove trovare le risorse. E invece quel problema è risolto, anche perché Italia viva s’impunta sulla copertura totale dei prestiti alle piccole e micro imprese. A metà pomeriggio, col Cdm ancora sospeso, Matteo Renzi giocando d’anticipo rivendica via Twitter un successo che, a rigore, è ancora incerto: “Ma ora vediamo se qualcuno proverà a tornare indietro”. E così, forse anche per questa zampata dell’ex premier, l’accordo sulle partite Iva viene blindato: lo stato garantirà il 100 per cento a tutti i professionisti che chiederanno alle banche un quarto del loro fatturato del 2019, fino a un massimo di 800 mila euro (e con una semplice valutazione dei bilanci così da ridurre al minimo la burocrazia); e il 90 per cento oltre quel tetto. 

 

Ma poi c’è l’altro scontro, quello che ha a che fare con Sace. L’Agenzia per il sostegno finanziario alle aziende esportatrici fa capo a Cdp, formalmente. Ma l’idea di utilizzarla come braccio armato dal Mef, trasformandola in uno strumento di politica industriale statale, è una vecchia suggestione mai dismessa al Tesoro. Solo che per farlo, bisogna consentirle di assumersi anche dei rischi fuori mercato, e finché resta sotto il controllo diretto di Cdp, che gestisce pure risorse private e deve dunque dare piena garanzia agli azionisti per gli investimenti stanziati, è un po’ un cavallo azzoppato. E allora ecco che la crisi del Covid-19 rende finalmente possibile questo progetto, e Roberto Gualtieri lo persegue fino in fondo: sarà dunque Sace, abituata per sua tradizione a valutare il livello di rischio negli aiuti concessi alle imprese, a fornire a queste ultime la liquidità necessaria, garantendo il 90 per cento dei presti per le imprese con fatturato fino a 1,5 miliardi, e poi, a scalare, l’80 e il 70 per cento.

 

E qui, però, si torna alla baruffa politica. Perché, essendo il Tesoro a dover garantire per Sace, il ministro dell’Economia pretende evidentemente anche di poter decidere in prima persona sul da farsi. Ma il M5s dietro la manovra ci vede l’ingordigia del Nazareno: “Siccome il Fondo di garanzia per le piccole imprese lo gestisce il Mise, cioè noi – si sfoga un uomo di governo grillino – allora il Pd reclama a sé Sace”, staccandola dunque da quella Cdp guidata da un uomo, Fabrizio Palermo, considerato troppo vicino al mondo del M5s. Che fare? Conte, per tutta la giornata, si ritrova al centro di un fuoco incrociato, e prova a opta per la tattica che in fondo preferisce: mediare. E allora ecco la trovata, molto italica: nella governance di questa nuova Sace ci sarà non solo il Mef, ma anche la Farnesina, che ottiene di poter utilizzare fino a 50 miliardi di garanzie per il sostegno all’export. E così pure Luigi Di Maio, ministro degli Esteri in perenne ricerca di visibilità (al punto che a Palazzo Chigi iniziano a considerare le sue passerelle sulle varie piste d’atterraggio degli aeroporti per accogliere i carichi di mascherine come un attacco neanche troppo velato al commissario Domenico Arcuri), ha il suo contentino, lui che del resto aveva voluto trasferire proprio nel suo nuovo ministero le competenze sull’export. Finisce così una giornata di scombiccherata passione: una giornata che convince ancora di più il Pd della necessità di istituire una “cabina di regia”. Perché, come dice il deputato Enrico Boghi, “non si può andare avanti a colpi di decreti e direttive, con incontri ristretti con le opposizioni, utilizzando poi il Parlamento come la buca delle lettere. La gestione della crisi deve essere più collegiale”.

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