Perché il Pd osserva preoccupato il Di Maio in versione gialloverde

Salvatore Merlo

Oltre l’Eurogruppo. Il grillino torna in competizione social con Salvini e fa a chi la spara più grossa (sull’Europa). Le critiche dem a Conte

Roma. Devono avere l’impressione di essere tornati ai bei vecchi tempi del governo gialloverde, quando Salvini al mattino si alzava chiedendo cosa avesse twittato Di Maio, e con lo stesso spirito del famoso detto africano sulla gazzella e il leone si consegnava alla sua rincorsa quotidiana nella savana social, una vita vissuta saltando sempre sul selfie fuggente: “Ah, tu annunci investimenti in Calabria e ti bevi un frullato di sedano e carota? E io allora ti vengo sotto con un panino al salame, una birra e una sparata sulla flat-tax!”.

 

Così ieri mattina Di Maio ha dichiarato guerra alla Germania per un titolo del quotidiano Die Welt, e Salvini ha immediatamente rilanciato con “l’ultima vergogna tedesca” e “sciacquatevi la bocca prima di parlare di ITALIA”. Il ministro degli Esteri grillino, con un occhio furbamente puntato sulle difficoltà di Conte a Bruxelles e pensando così di rilanciarsi, recupera la schiuma del sovranismo a cinque stelle, in questo aiutato da un manipolo di suoi deputati che (come leggete nell’inserto II) intanto firma un documento che allude alla fine dell’Unione europea.

  

Tutto questo mentre il leader della Lega arranca e insegue, perché da qualche settimana, malgrado come nei migliori sogni leghisti sia ora più che mai facile additare l’Europa matrigna, è la maggioranza grillina di governo che si è messa a recitare il ruolo eurocritico. Una passione spinta dalla necessità improrogabile e indefettibile di esporsi a ogni costo e in ogni istante sul mercato elettorale interno, il desiderio compulsivo di aderire senza posa agli umori del momento, che sono concitati e virali come il Covid-19. Nel Pd cominciano a dare la colpa di questo un po’ anche a Giuseppe Conte.

 

Della rincorsa antieuropeista tra i vicepremier ritrovati, Salvini e Di Maio, il Pd è infatti lo spettatore preoccupato e intontito, perché ad alcuni, tra cui Andrea Orlando e Graziano Delrio, appare evidente che si stia giocando con il fuoco: dovesse andare male il negoziato europeo come si farà a non scivolare sulle posizioni che ha già preso Di Maio, che sono poi ormai poco distanti da quelle di Salvini, cioè mandiamo al diavolo l’Europa? Di Maio e i Cinque stelle, o meglio una parte di essi, ci arrivano per calcolo e disperazione – i grillini non esistono in natura, ma solo in Parlamento – e un po’ anche perché nessuno può guarire da se stesso, e un Movimento governato dalla comunicazione finisce fatalmente col prendere la forma più facile e adatta alle esigenze della propaganda contingente.

  

Ma il Pd come fa a resistere? Emerge così, sempre meno velatamente, la critica alla gestione di Giuseppe Conte, che ha interpretato un po’ a modo suo l’idea dell’unità nazionale vagamente ispirata dal presidente della Repubblica, temendo che quel clima avrebbe congiurato per farlo fuori e sostituirlo con Mario Draghi. E insomma Conte non ha mai davvero coinvolto le opposizioni, manovra che – pensa per esempio Marco Minniti – sarebbe potuta servire a impedire l’inclinarsi del piano politico verso posizioni sempre più radicalizzate nei confronti di un’Europa che non sarà il massimo, forse, ma è anche l’unica cosa che separa l’Italia dal baratro del default e da quei bislacchi minibot, ideati dal leghista Claudio Borghi, che ora piacciono anche a una parte del M5s.

  

Ieri, per esempio, in Senato, la Lega, FdI e Forza Italia hanno votato contro il decreto del governo che contiene le misure sul sostegno al sistema produttivo italiano. Ed era stato Conte, d’altra parte, dicono nel Pd, a pretendere la compressione dei tempi nel dibattito parlamentare e la fiducia, cosa che ha contribuito a determinare l’allontanamento di ogni ipotesi di una pur vaga collaborazione che il premier aveva tuttavia di fatto già annacquato nelle settimane scorse. “Gli amici tieniteli stretti ma i nemici ancora di più”, diceva il Padrino Michael Corleone. E invece no. Perché Conte ritiene che soltanto la distanza e le impuntature tra maggioranza e opposizione lo rafforzino personalmente, giustificandone il ruolo. Il risultato, pensa (ma non dice fino in fondo) Delrio, è molto pericoloso. Ed è tutto lì, in bella mostra, incarnato nella ritrovata rincorsa tra Salvini e Di Maio a chi la spara più grossa. I dioscuri dello sfascio nazionale si sono rimessi in pista, alacri corridori, come ai bei tempi del governo gialloverde presieduto da… Conte.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.