Quando le cose si mettono male, il salvinismo è più un problema che una soluzione

Claudio Cerasa

Se le crisi si fanno complicate, avere al governo dei populisti può essere pericoloso. E se un paese deve ripartire, è preferibile scommettere sull’apertura piuttosto che sulla chiusura

La copertina del Foglio di oggi, disegnata dal solito genio di Makkox, vale forse più di un editoriale ma merita comunque di essere approfondita e incorniciata in un ragionamento più grande all’interno del quale emerge un unico grande protagonista negativo che risponde al nome di Matteo Salvini. Parlare di politica, e di politici, quando è in corso una pandemia non è semplice e può essere sgradevole ma quando l’emergenza finirà e quando la pandemia si arresterà e quando si potranno trarre alcune conclusioni sulla stagione vissuta dall’Italia, ci saranno alcune verità difficili da negare per quello che nonostante tutto resta ancora oggi il leader del partito più popolare d’Italia.

 

Quando tutto finirà verrà ovviamente valutato a freddo con quali costi il governo sarà riuscito a salvare l’Italia ma nell’attesa che quella valutazione venga fatta ce n’è un’altra che si può fare anche oggi e che riguarda un principio difficile da negare: tutte le strade individuate per superare l’emergenza dai paesi più colpiti dalla crisi del coronavirus hanno mostrato come il nazionalismo populista incarnato da Salvini appartenga più alla categoria dei problemi che a quella delle soluzioni

 

Vale quando lo scenario di riferimento coincide con quello internazionale, ed è sufficiente osservare l’anti democraticità del modello Orbán, il negazionismo scientifico del modello Bolsonaro, l’approssimazione politica del modello Trump per rendersi conto di come sia stata fortunata l’Italia a non aver avuto durante la crisi più profonda della sua storia recente un governo guidato da un altro truce. Vale quando lo scenario di riferimento coincide con quello europeo, ed è sufficiente ascoltare le critiche rivolte oggi da Salvini all’Europa per capire che, al contrario di quello che Salvini sostiene da anni, l’Europa è utile non se fa un passo indietro ma se fa un passo in avanti. Vale quando lo scenario di riferimento coincide con quello dell’opposizione, ed è sufficiente osservare il modo in cui i due alleati di Salvini hanno gestito l’emergenza per comprendere come in questa stagione lo spazio della responsabilità sia stato sequestrato completamente da un alleato di Salvini, ovvero Berlusconi, e per capire come lo spazio dell’intransigenza sia stato sequestrato da un altro alleato di Salvini, ovvero la Meloni, che al contrario del partito di Salvini, ovvero la Lega, non ha mai vagheggiato improbabili governi di unità nazionale, e chi diavolo lo vorrebbe Salvini al governo?, ma si è limitata a mostrare semplicemente un volto collaborativo restando nel perimetro dell’opposizione. Vale quando lo scenario di riferimento coincide con quello che sarebbe oggi il nemico giurato di Salvini, ovvero Conte, ma se il principale avversario di Salvini risulta essere il leader con il maggiore indice di popolarità nel paese è evidente chi tra Salvini e Conte ha acquisito più forza rispetto all’estate del Papeete.

 

L’irrilevanza di Salvini e il suo essere fuori dal tempo e fuori dal mondo valgono per tutto questo ma valgono per molto altro e valgono in particolare anche su un altro terreno che è quello del confronto tra i modelli di intervento messi in campo da alcune regioni nella gestione della pandemia. Non osiamo immaginare cosa avrebbe detto Salvini se la regione più colpita dal virus fosse stata amministrata da un governatore del Pd piuttosto che da uno della Lega. Ma immaginiamo invece cosa possa pensare in queste ore Salvini osservando un’altra verità difficile da negare: il governatore che esce maggiormente indebolito dalla gestione della pandemia – e che ha dovuto fare i conti con una tendenza all’ospedalizzazione del suo sistema sanitario che ha contribuito alla maggiore diffusione del virus nella sua regione – è il governatore della Lega più vicino al leader leghista, ovvero Attilio Fontana, mentre quello che ne esce meglio, e che è riuscito a trasformare, anche grazie alla minore ospedalizzazione del suo sistema sanitario, la sua regione in un modello, per i test, per la circoscrizione del virus, per gli esperimenti per il dopo, è il governatore della Lega più distante rispetto a Matteo Salvini, ovvero Luca Zaia, riuscito a trasformare la sua regione in un modello osservato dall’Italia, topi a parte, con gli stessi occhi con cui il mondo osserva il modello della Corea del sud.

 

Pandemia o non pandemia, la popolarità del partito di Salvini resta sempre alta ma nel giro di pochi mesi il salvinismo ha dovuto fare i conti con una realtà spiacevole da ammettere: quando le cose si mettono male, i leader più efficaci sono quelli distanti da Salvini; quando l’Italia ha bisogno di risolvere i problemi, avere meno Europa è più pericoloso che avere più Europa; quando le crisi si fanno complicate da gestire, avere al governo dei populisti può essere pericoloso; quando un paese ha bisogno di ripartire, scommettere sull’apertura è preferibile che scommettere sulla chiusura. Il mondo che Salvini sogna da sempre si è rivelato un mondo adatto alla stagione da incubo. E il mondo che Salvini non voleva si è rivelato essere quello adatto per tornare a una stagione da sogno. Non è poco ma forse di questi tempi ci si può persino accontentare.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.