editoriali

Essere non pessimisti sul dopo

Redazione

La ripartenza a V è possibile. Appunti per un’Italia più globalizzata

Vernon J. Smith, premio Nobel per avere studiato le interazioni tra psicologia e ricerca economica, invita sul Wall Street Journal a osservare le opportunità che dopo la pandemia si apriranno per chi le saprà cogliere. E non solo “perché l’economia sopravvivrà”. Trasposto in Italia, si può senza peccare di ottimismo essere non pessimisti?

 

Il primo motivo viene certo dal messaggio dell’Istituto superiore di sanità: “La curva ha cominciato la discesa, se i dati si confermano cominceremo a pensare alla fase 2”; ma attenzione il valore oltre che nel contenuto è nel fatto che scienziati, e non esponenti di maggioranza o opposizione, autorizzino a programmare la riapertura di produzione, commercio e spostamenti delle persone. Dunque abbiamo riaccolto tra noi la scienza, un mondo sul quale la politica – populista ma non solo –, ha rovesciato ogni sorta di accuse, complottismi, messe al bando. Vizio non solo italiano: i vari Donald Trump e Boris Johnson (che si rimetta presto) hanno cercato scorciatoie nazionaliste, salvo arrendersi all’evidenza. Se ci si pensa è il più grande esempio di globalizzazione come vaccino, dopo averla additata come virus: altro motivo di ottimismo. Da noi c’è però un di più: il caso di Ilaria Capua, che nell’800 sarebbe finita in galera come Alfred Dreyfus, è recente come l’èra delle scie chimiche e dei no vax. Oggi i governatori leghisti di Veneto e Lombardia si rimettono non a Matteo Salvini ma agli scienziati, e così pare i grillini: anche questo produce un lieve sollievo. Più evidente è che presumibilmente l’Italia, avendo chiuso tutto prima, uscirà in anticipo dal lockdown. Per un paese che molto dipende dall’export cambia poco in termini di pil. Può invece cambiare molto in termini di umore generale, per citare ancora Vernon Smith, e di segnale ai mercati, a cominciare dallo spread, mai così cruciale con le attenzioni centrate sull’Europa. E qui se è evidente come la curva della delusione europea segua un trend inverso al calo dei contagi, è altrettanto ovvio che non ci sarà ripresa senza Europa e la massa di miliardi che potrà venire solo dalla Ue e dai capitali internazionali. Le ricette autarchiche sono cadute tutte come birilli. La formula “nessuno si salva da solo” ha vinto sul campo non dell’eurofinanza, ma delle vite umane, e vincerà nella ricostruzione. Certo quella formula va anche letta in un’altra maniera: nessuno può pensare di cavarsela a modo suo. La Bce, che male aveva debuttato sulla scena della pandemia, ha recuperato in modo esponenziale. Il Mes, il Fondo salva stati che per l’estrema destra italiana è tabù (come per motivi opposti per l’estrema destra olandese, tedesca, austriaca), alla fine interverrà, senza Troika ma chiamando all’utilizzo responsabile dei miliardi. Il nostro destino europeo non sarà quello romantico dei Robert Schuman e degli Altiero Spinelli; forse più pragmatico, ma perché considerarlo un male? Il piano Marshall, che molti evocano in contrapposizione all’Europa di oggi, le condizionalità le ebbe eccome: George Marshall, che prima che segretario di stato americano fu un generale, lo vincolò all’adesione al libero mercato e ad accordi commerciali e politici con gli Usa. Ne nacquero il Patto atlantico, la Nato, il libero scambio. Utilizzo mirato degli aiuti vuol dire anche evitare scalate aziendali straniere; ma il golden power non potrà durare oltre l’emergenza.

 

Si tratta dunque di definire un nuovo perimetro degli investimenti pubblici: infrastrutture e ovviamente sanità. Ma rafforzare il sistema sanitario, che oggi è stata la nostra punta di diamante, significa migliorarne la centralità, non l’unicità. Dunque non dimenticarsene il giorno dopo e investirvi in formazione, stipendi, macchinari: 37 miliardi in dieci anni di tagli alla sanità pubblica corrispondono quasi ai 43 elargiti in più per pensioni e assistenza. Ai quali dal 2019 se ne sono aggiunti 40 per quota 100 e reddito di cittadinanza. E a proposito, vista la performance dell’Inps, nel distribuire i fondi è essenziale che intervengano le banche, magari le poste: il sistema bancario dal 2011 si è irrobustito grazie a fusioni, quotazioni e meno crediti incagliati, ed è oggi in buona parte uno standard europeo, checché ne dicano i populisti. L’epidemia ha dimostrato come siano vitali digitalizzazione, banche dati online in tutte le forme, dal commercio all’istruzione. Lo stress test è stato per ora superato, Inps a parte, ma l’Italia resta quintultima in Europa per diffusione di pc e tablet: più che ottimista è realista chi prevede forti investimenti in questo settore, che ha salvato aziende e posti di lavoro. Se anche una parte dei motivi di non pessimismo sarà confermata dai fatti, un’Italia più meritocratica e globalizzata darà la spinta alla ripartenza a V. 

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