Il peso delle pensioni in Italia può essere un ostacolo nel post coronavirus

Luca Roberto

Secondo il rapporto dell'Istat sulla protezione sociale nei paesi europei, spendiamo più degli altri in previdenza e meno nella Sanità. I rischi di una nuova stagione di assistenzialismo

Rispetto agli altri paesi europei l’Italia spende in media molto di più per le pensioni e sempre meno nel suo sistema sanitario. Con il rischio nell’immediato futuro di dovere destinare quote di bilancio pubblico sempre più ampie alla previdenza sociale, azionando le leve della cassa integrazione e allargando le maglie dell’assistenzialismo. Il rapporto “La protezione sociale in Italia e in Europa” pubblicato quest’oggi dall’Istat fa chiarezza sulle modalità e le dimensioni con cui i paesi europei, negli ultimi 25 anni, hanno allestito le reti di protezione sociale all’interno dei loro confini. Un’analisi ancor più preziosa nel pieno svolgersi di una pandemia che rischia di aggravare gli squilibri di bilancio e costringere le economie nazionali verso profonde trasformazioni.

 

Nel 2019 le spese previdenziali impattavano sul totale delle prestazioni sociali italiane per circa i due terzi (66 per cento), una quota che rispetto al 1995 si è ridotta del 4 per cento ma che continua a occupare circa il 40 per cento delle spese correnti. Di queste, la quasi totalità sono spese pensionistiche, 275 miliardi di euro, e per il resto trattamenti di fine rapporto e rifinanziamento della cassa integrazione. Se per la media dei 28 paesi europei le pensioni occupano il 40 per cento di tutte le prestazioni di sicurezza sociale, nel nostro paese arrivano a un vertiginoso 48 per cento.

 

Di contro, nello stesso intervallo 1995-2019 il nostro paese ha visto contrarsi la quota di risorse destinata al sistema sanitario. All’inizio degli anni 2000 la Sanità valeva oltre un quarto della spesa per la protezione sociale, adesso il 22,7 per cento. E al suo interno è andato contraendosi il peso dell’assistenza ospedaliera, una allocazione di risorse che ha avvantaggiato altre strutture di assistenza medica, come le case di cura private o i servizi in regime di convenzione. In Europa in media si spende per far fronte alle malattie il 29,7 per cento di tutte le prestazioni sociali: in Italia il 22,3 per cento.

 

C’è poi la voce delle prestazioni assistenziali, che nel sistema pubblico italiano era minoritaria fino a quando, prima per effetto del “bonus 80 euro”, poi per l’ancor più generoso reddito di cittadinanza, la sua quota è salita all’11 per cento e non sembra destinata a esaurire il suo trend in tempi brevi.

 

Il documento è di fatto una ricognizione puntuale per capire non soltanto quanto successo durante i decenni trascorsi, bensì per predire quanto sarà possibile osservare nel futuro prossimo. Le prestazioni previdenziali, sanitarie e assistenziali sono valse, nel 2019, il 60 per cento della spesa pubblica italiana, quasi equamente finanziata dal regime di imposizione fiscale (52 per cento) e dai contributi sociali (48 per cento). E’ quasi certo che il ricorso a ulteriori misure assistenziali e a forme di integrazione al reddito finiranno per impattare ancor di più sui bilanci pubblici. E nella puntualità e asetticità dei numeri sembra apparire un invito indiretto ad assumere, in questi mesi, le giuste decisioni per correggere le proprie ataviche storture e uniformarsi agli standard comunitari.