Perché sono ancora pochi i 400 milioni stanziati per le famiglie in difficoltà

Giovanni Immordino, Tommaso Oliviero e Alberto Zazzaro

La sospensione di tutte le attività economiche ritenute non strettamente necessarie sta falcidiando le entrate di molti italiani. I costi del lockdown per le fasce a rischio povertà

La sospensione di tutte le attività economiche ritenute non strettamente necessarie sta falcidiando le entrate di molte famiglie italiane. Il crollo dei redditi, soprattutto se prolungato nel tempo, potrà mettere in ginocchio milioni di famiglie a rischio povertà per le quali si è già concretizzata, o si concretizzerà, l’incapacità di disporre di beni essenziali. (Seguendo la definizione dell’Eurostat, una famiglia è a rischio di povertà se dispone di un reddito inferiore al 60 per cento del valore mediano del reddito delle famiglie italiane per adulto equivalente; nel seguito, tra le famiglie a rischio povertà, distinguiamo le famiglie severamente deprivate con un reddito inferiore al 40 per cento al reddito mediano, e le famiglie sulla soglia di povertà con un reddito compreso tra il 40 per cento e il 60 per cento di tale valore).

 

Affidandoci all’indagine sui bilanci delle famiglie italiane della Banca d’Italia, abbiamo ottenuto una stima (molto) prudente della riduzione di reddito che le famiglie a rischio povertà stanno sperimentando in questo periodo di lockdown, supponendo un calo dell’80 per cento dei redditi da lavoro indipendente e autonomo e un calo del 20 per cento dei redditi da lavoro dipendente e da capitale, mentre pensioni e trasferimenti restano inalterati. In questo scenario, le famiglie sulla soglia di povertà avrebbero una riduzione media del reddito per adulto equivalente pari a circa 158 euro mensili, mentre per le famiglie severamente deprivate la riduzione sarebbe pari a 106 euro mensili (80 al nord, 149 al centro e 110 al sud). In termini percentuali, a soffrirne maggiormente sarebbero le famiglie severamente deprivate delle regioni del centro-sud per le quali la riduzione media potrebbe arrivare fino al 20 per cento.

 

La drammaticità della condizione che stanno vivendo le famiglie povere è ulteriormente aggravata dalla scarsa disponibilità di risparmi a cui attingere per i consumi. Per le famiglie più povere, il livello mediano dei depositi bancari e delle altre forme di risparmio va dai 1.270 euro delle regioni del centro, ai 470 del nord, fino ad un livello pari a zero nel sud. La situazione è appena migliore per le famiglie sulla soglia di povertà che nelle regioni del nord possono contare su meno di 1.550 euro, mentre nel centro e nel sud su 1.100 euro circa. I risparmi, quindi, possono compensare solo parzialmente e per poco tempo la riduzione dei flussi di reddito. Se poi lo scenario ipotizzato per il calo dei redditi dovesse aggravarsi nelle prossime settimane, è evidente quanto sia urgente riuscire a garantire alle famiglie povere un adeguato sostegno finanziario. La decisione di stanziare una somma di 400 milioni da distribuire come “buoni spesa” alle famiglie in difficoltà risponde a questa urgenza.

 

Due questioni però meritano di essere analizzate. Anzitutto, per quanto tempo la cifra stanziata è in grado di sostenere il reddito delle famiglie povere? Secondo, i criteri di ripartizione delle risorse tra comuni fissati dal decreto sono in linea con l’obiettivo di sostenere il reddito delle famiglie povere?

 

Per rispondere alla prima domanda, ipotizziamo che metà della riduzione del reddito delle famiglie incida sui consumi di beni non durevoli e che pertanto il buono spesa debba essere mediamente pari a circa 70 euro mensili. Dato che il numero di famiglie povere potrebbe arrivare fino a 6 milioni, lo stanziamento di 400 milioni sarà sufficiente a sostenere le spese necessarie per un massimo di quattro settimane. Se supponiamo che ci vorranno ben più di quattro settimane per tornare allo stato di “normalità” saranno presto necessari stanziamenti aggiuntivi.

 

Passiamo ai criteri di ripartizione dei 400 milioni. Questi prevedono che 320 milioni vengano ripartiti in base alla popolazione residente e 80 milioni in base alla distanza tra il valore del reddito pro capite del comune e il valore medio nazionale. Su questa base, le regioni che riceveranno la quota maggiore saranno la Lombardia (13,3 per cento), la Campania (10,4 per cento) e la Sicilia (9,6), seguite dalla Puglia (8,1), dal Lazio (7,8) e dal Veneto (6,5). Se, invece, si adottasse un criterio che tiene conto del rischio di povertà in ciascuna regione, considerando cioè la quota di famiglie italiane povere presenti nell’area, le regioni maggiormente beneficiate sarebbero la Campania (14,2 per cento) e la Sicilia (12,8 per cento), mentre alla Lombardia andrebbe una quota di trasferimenti del 6,5 per cento.

 

Pertanto, non solo l’ammontare totale di 400 milioni dovrà essere rinvigorito da ulteriori stanziamenti, ma anche il correttivo indicato dal governo a tutela delle fasce più deboli della popolazione andrebbe aumentato per contrastare l’aumento del rischio povertà, soprattutto nelle regioni dove il crollo dei redditi ha un effetto più drammatico.

 


 

Giovanni Immordino

Tommaso Oliviero

Alberto Zazzaro

Università di Napoli Federico II

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