Coronavirus e lockdown. Così l'Italia rischia di perdere fino al 20% del pil

Luca Roberto

Secondo un rapporto dell'Institute for Economic Research (Ifo) con una chiusura prolungata delle attività produttive il nostro paese arriverebbe a perdere 350 miliardi di euro

Se dal fronte sanitario cominciano ad arrivare, per l’Italia, notizie tutto sommato incoraggianti sul fatto che le misure decise dal governo per contenere l'emergenza coronavirus sembrano produrre i risultati sperati, scenari ben più drammatici fanno da sfondo alla situazione economica del paese. Solo un paio di giorni fa Confindustria ha stimato che per effetto della pandemia il pil italiano si contrarrà del 6 per cento nel 2020. Ma secondo un rapporto dell’Institute for Economic Research, think-tank con sede a Monaco di Baviera, la crisi potrebbe colpire i paesi europei in maniera ancor più dura.

 

L’Ifo ha calcolato, a meno di 24 ore dalla decisione del governo di prolungare il blocco delle attività produttive “non essenziali” almeno fino al 13 aprile, a quanto ammonterà la perdita di produttività per le economie dei paesi maggiormente colpiti. In Italia un blocco parziale all’attività delle imprese che si protraesse per almeno due mesi avrebbe un costo tra i 143 e i 234 miliardi di euro, con una contrazione del pil tra l’8 e il 13 per cento su base annua. Se poi lo shutdown si estendesse al terzo mese, l’impatto complessivo potrebbe sfiorare, nello scenario peggiore, i 350 miliardi di euro: equivarrebbe a una perdita di circa il 20 per cento del pil nazionale. Ogni proroga aggiuntiva di una settimana, secondo l’Ifo, avrebbe effetti in termini di perdite che variano in una forbice tra 14 e 27 miliardi di euro.

 

L’Italia ovviamente non è l’unica nazione oggetto dello studio. Proiezioni altrettanto fosche riguardano la generalità dei principali paesi europei. Nel Regno Unito, per esempio, un’interruzione di due mesi dell’attività produttiva produce perdite più o meno speculari: tra i 193 e i 328 miliardi di euro, tra l’8 e il 13 per cento del pil. Un prolungamento al terzo mese anche qui farebbe contrarre il prodotto interno lordo tra l’11 e il 19 per cento. In Spagna corrisponde a minori introiti fino a 170 miliardi di euro, e ogni nuova settimana con le fabbriche ferme arriva a costare tra lo 0,8 e l’1,6 per cento della ricchezza prodotta annualmente. Stesso discorso per la Francia: pil in calo fino al 20 per cento in uno scenario di medio termine (3 mesi) con costi importanti nel breve periodo (ogni settimana di serrata costa tra i 18 e i 35 miliardi di euro).

 

In Germania, l’effetto pandemico sull’economia avrà costi “che con ogni probabilità supereranno qualsiasi cosa si sia vista nei decenni passati nei casi di crisi economiche o disastri naturali” spiega il presidente di Ifo, Clemens Fuest. Viene immaginato, per il contesto tedesco, un crollo del 58 per cento del pil nei mesi interessati dalle chiusure, una ripartenza parziale nel mese successivo e una completa inversione subito dopo. In un arco temporale di tre mesi la perdita di ricchezza oscillerebbe tra 354 e 729 miliardi di dollari, tra il 10 e il 20,6 per cento di pil annuo. Una tempesta che secondo l’Istituto avrà effetti soprattutto sul mercato del lavoro domestico con più di un milione di lavoratori a tempo pieno che potrebbe perdere il lavoro e più di 6 milioni che potrebbero invece essere dirottati su lavori part-time.

 

Ecco perché, spiega Fuest, “oltre alle ragioni sanitarie, ci sono anche importanti ragioni economiche per investire grandi risorse nella protezione della salute. Potrebbe servire non solo a contenere l’epidemia ma a ridurre gradualmente le restrizioni che affliggono imprese e scuole”. Questo perché se le misure di isolamento dovessero durare più di un mese “le perdite saranno presto così ingenti da non poter essere paragonate con nessun’altra crisi economica o disastro naturale del passato, almeno in Europa”.

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