Consigli merkeliani

Valerio Valentini

Qualcosa in Germania si muove, ma il no agli Eurobond resta. “Per il rilancio l’Italia usi il Mes. Senza condizioni”

Roma. Peter Altmaier, ministro dell’Economia tedesco, i suoi amici della Cdu li ha catechizzati: “Dell’Italia ci siamo già fidati nel 2010. Garantimmo sostegno finanziario in cambio della garanzia sulla riforma delle pensioni”. Poi si sa le cose come andarono: il Cav. non era più al suo apice, la Lega si mise di traverso. “Ci fu un vertice drammatico a Palazzo Grazioli, e si concluse in un nulla di fatto”, sospira Paolo Romani, che di quel governo era ministro dello Sviluppo. E insomma la riforma delle pensioni dovette farla Monti, poi. La storia cambia, certo, nessun popolo dovrebbe scontare le pene per le mancanze delle generazioni precedenti. E però qualcosa, del pregiudizio sulla scarsa affidabilità degli italiani, deve essere rimasto nell’animo dei tedeschi come un’incrostazione, se è anche in virtù del ricordo di quei mesi che Altmaier ha fatto capire ai suoi europarlamentari che no, di eurobond non se ne parla. Andreas Schwab, che della delegazione europea della Cdu è uno degli esponenti più in vista, pur non condividendo sempre l’ortodossia del rigore della Merkel, allarga le braccia: “Siamo prigionieri dei rispettivi slogan. In Germania si dice che ‘non possiamo pagare il debito degli altri’, e in Italia voi ci accusate di non essere solidali”. E non sa ancora, Schwab, che il presidente della commissione Bilancio della Camera, tale Claudio Borghi, rispolvera vecchie foto della propaganda nazista per dire che “la tattica tedesca è sempre la stessa”. Nella Cdu, in realtà, si meravigliano del perché non si seguano, a Roma, i consigli di altri italiani. “Gentiloni ha detto chiaramente che chiedere la mutualizzazione del debito è inutile. E’ vero: è una strada senza uscita. Bini Smaghi ha spiegato che prima di arrivare agli eurobond, bisognerebbe che gli stati membri facessero cessioni di sovranità importanti, in termine di politica fiscale e di bilancio, a Bruxelles. E però gli stati membri non vogliono”. 

 

E poi c’è Mario Draghi. “Il quale ha scritto cose importanti, dicendo che bisogna agire insieme. Ma siccome sa come vanno le cose – prosegue Schwab -– si è guardato bene dal suggerire gli eurobond. Per i quali, anche volendo, ci servirebbero mesi: e qui invece bisogna agire subito”.

 

Eppure proprio a quegli eurobond l’Spd ha iniziato a guardare come possibile soluzione, superando un dissidio intestino per nulla indolore. “Sono obiettivamente un partito diviso”, conferma Brando Benifei, capo delegazione del Pd al Parlamento europeo, che ha preso parte, mercoledì, alla riunione del gruppo dei Socialisti e democratici, riuniti in teleconferenza. “L’Spd era partita, giorni fa, da un documento molto blando, che faceva riferimento al possibile utilizzo del Mes con linee di credito agevolate. Ma poi – ci racconta Benifei – hanno seguito anche loro la posizione del Pd, dei socialisti spagnoli e francesi, e da ultimi dei laburisti olandesi”. E in questo processo, la battaglia di posizionamento, dentro all’Spd, ha contato eccome. Perché la linea governista di Olaf Scholz, ministro delle Finanze e più vicino all’umore rigorista della Cdu, pur uscendo sconfitta al congresso di dicembre, resta dominante dentro la pattuglia egli europarlamentari. Non è un caso che Jens Geier, capodelegazione dell’Spd a Bruxelles, ne sia un esponente: e mercoledì s’è incaricato di spiegare ai colleghi socialisti italiani e francesi il perché della sua timidezza. Che non è invece condivisa dal suo predecessore, Udo Bullmann: che al contrario, fedele alla linea dei nuovi segretari nazionali dell’Spd Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans, ieri ha elogiato Draghi, ha invocato maggiore solidarietà da parte della cancelliera, e ha benedetto, sia pure in prospettiva, emissione di “titoli comuni” come “uno degli strumenti nella cassetta degli attrezzi che proponiamo congiuntamente da più di un decennio, noi socialdemocratici”, insieme a “un ministero delle Finanze comune, un Fondo monetario europeo e un mandato più ampio per la Bce”. Aperture, queste, che all’Spd servono evidentemente anche per evitare di cedere troppo spazio ai Verdi, assai determinati sulla strada della “maggiore solidarietà”. Ma che non è scontato che possano divaricare le posizione dentro la Große Koalition al punto da spingere la Merkel a cedere.

 

Certo, qualcosa si muove nell’opinione pubblica tedesca: la copertina della Bild, così come l’appello firmato da vari economisti tedeschi sui giornali di mezza Europa, stanno lì a dimostrarlo. Eppure Schwab, senza scomporsi più di tanto, traccia una lucida scansione dell’evoluzione della crisi, e per ogni tappa prevede una misura possibile. “La prima emergenza – ci dice – è quella sanitaria. L’Europa non ha brillato in coordinamento, è vero, ma non certo per una questione di soldi. Semmai è mancata unità nell’operazione di approvvigionamento di materiale sanitario, e questo è stato grave. Poi c’è l’emergenza occupazionale, per la quale è stato varato, meritevolmente, il fondo di garanzia Sure contro la disoccupazione. Quindi, arriverà l’emergenza per le imprese: e qui dovrebbe intervenire la Bei, magari creando un fondo per finanziare l’ingresso statale, o meglio ancora della stessa Unione, nel capitale delle imprese strategiche (un gruppo ristretto composto dalle sole eccellenze europee, da Luxottica a Bmw, da Ferreo a Santander e Volkswagen e Fca) per proteggerle e garantire loro liquidità. Infine, quando la crisi sarà terminata, bisognerà capire lo stato di tenuta dei conti pubblici dei vari paesi. E, per quelli in difficoltà, lo strumento più logico sarebbe il Mes, ovviamente con condizionalità molto blande che tengano conto della situazione”. Questo, grosso modo, è lo schema che per ora i vertici della Cdu hanno diramato alle truppe. E no, gli eurobond non ci sono.