La sala delle riunioni del Consiglio europeo a Bruxelles (foto LaPresse)

God Save the Europe

Claudio Cerasa

I problemi ci sono, ovvio, ma la novità è che l’Europa sta crescendo e ha fatto ciò che era necessario fare. Ha stanziato 2.700 mld e ora (novità) ne stanzierà altri 3mila per il dopo virus. Il dibattito farlocco sugli Eurobond e le soluzioni per il dopo

Per un pezzo importante della classe dirigente europea, la riunione convocata oggi dall’Eurogruppo sarà rilevante non solo per valutare le proposte che verranno girate al Consiglio europeo, per affrontare la crisi generata dal coronavirus, ma anche per inquadrare qualcosa di più immateriale, non misurabile attraverso il numero di miliardi stanziati per affrontare le conseguenze del Covid-19: la possibilità che l’Europa possa sopravvivere o meno alla pandemia mondiale. Per un pezzo importante della classe dirigente europea, la possibilità che l’Europa possa sopravvivere o meno alla pandemia mondiale è collegata all’adozione o meno di uno strumento, gli Eurobond, in assenza del quale l’Europa, secondo questo fronte, potrebbe considerarsi defunta e in assenza del quale sarebbe chiaro a tutti, soprattutto all’Italia, che le nostre istituzioni non sarebbero in grado di dare risposte comuni neppure di fronte a una tragedia come quella in corso.

 

 

La ricerca di risposte comuni capaci di certificare un perfezionamento dell’Europa non arriva solo dal fronte ipocrita dei nazionalisti – è curioso che chi ha teorizzato per anni la distruzione dell’Europa per ridare sovranità ai paesi europei oggi rimproveri all’Europa di essere assente – ma arriva anche da un fronte di europeisti per così dire ultrarealisti, convinti, come hanno scritto domenica scorsa su Handelsblatt e Tagesspiegel due importanti ex ministri degli esteri tedeschi come Joschka Fischer e Sigmar Gabriel, che oggi, “se non si interverrà nel modo più rapido possibile a favore dei paesi europei più colpiti dall’emergenza”, “l’Unione europea corre il rischio di perdere la sua legittimazione” e “di fallire in modo drammatico” di fronte alla pandemia del coronavirus, “la più grande sfida dalla sua nascita”. In Europa i problemi ci sono, e sarebbe miope volerli nascondere, ma al contrario di quello che vorrebbe evidenziare sia il fronte degli ultrarealisti sia il fronte degli ultrasovranisti la vera novità politica delle ultime settimane è che in giro per l’Europa sono iniziati a emergere segnali incoraggianti capaci di indicare con chiarezza quello che molti vogliono negare: che l’Europa c’è, esiste, è efficace, è flessibile, è veloce e, pur non facendo ancora tutto ciò che potrebbe fare, ha già fatto molto per evitare che in questi giorni alcuni paesi europei potessero finire gambe all’aria.

 

La Commissione europea, nel giro di neppure un mese, ha rivisto le norme sugli aiuti di stato, ha istituito un primo fondo di investimento da 37 miliardi di euro per fornire liquidità alle piccole imprese, ha proposto di utilizzare ogni singolo euro di bilancio dell’Unione europea per politiche finalizzate a proteggere le vite dei suoi concittadini, ha lanciato un’iniziativa di sostegno da cento miliardi di euro (Sure) per mitigare i rischi di disoccupazione in caso di emergenza, ha proposto di reindirizzare tutti i fondi strutturali disponibili per rispondere alla crisi generata dal coronavirus, ha applicato la piena flessibilità alle norme fiscali, ha sospeso le regole di disciplina di bilancio e ha creato un bazooka potenziale dal valore di 2.770 miliardi di euro, più dei 2.000 miliardi di dollari stanziati dagli Stati Uniti. A questi miliardi vanno aggiunti anche altri miliardi preziosi che sono quelli, strategici, cruciali, vitali, che arrivano dagli altri angeli custodi dell’Europa, come la Bce, che ai 120 miliardi di Quantitative easing già previsti fino alla fine dell’anno ne ha affiancati altri 750 miliardi di euro aggiuntivi che permettono di procedere a consistenti acquisti di debiti obbligazionari emessi dagli stati membri e dalle rispettive imprese, e come la Bei, che proprio oggi all’Eurogruppo presenterà una proposta per la creazione di un fondo di garanzia che consentirà di offrire alle imprese europee liquidità per effettuare investimenti fino a circa 200 miliardi.

 

 

Non si può certo considerare del tutto sufficiente tutto ciò che era forse semplicemente necessario fare per provare a governare una pandemia mondiale. Ma ciò che non si può negare è che in Europa sta emergendo con forza un fronte politico solidale e maturo, guidato dalla Francia di Macron, che sembra avere tutta l’intenzione di fare quello che l’Europa ha storicamente fatto per affrontare ogni difficoltà recente della sua storia: trasformare la crisi in corso in una grande opportunità di crescita. E’ andata così con il Trattato di Roma. E’ andata così con il disegno dell’Unione monetaria, nato subito dopo il crollo del Muro di Berlino. E’ andata così tra il 2008 e il 2012 dopo la crisi, con l’adozione di strumenti di emergenza da utilizzare durante le fasi di difficoltà. 

 

E potrebbe andare così anche oggi se il Consiglio europeo, insieme con la Commissione, riuscirà a fare quello che da giorni si sussurra nelle cancellerie: preparare un piano di ricostruzione da 3 mila miliardi di euro da finanziare in parte con il bilancio europeo e in parte con l’emissione di titoli di stato europei, replicando un meccanismo contenuto all’interno di uno strumento già proposto dalla commissione (il fondo Sure, fortemente voluto da Gentiloni) che sarà oggi il protagonista dell’Eurogruppo. Il fondo Sure, ieri elogiato anche dalla Merkel, è il fondo da 100 miliardi di euro proposto dalla Commissione come sostegno alla disoccupazione ma quello che in molti non hanno ancora notato è che quel fondo una volta approvato contiene un meccanismo che consentirà l’emissione di obbligazioni e dunque di fatto di Eurobond. L’Europa è già arrivata dove in molti vorrebbero giustamente spingerla ma ciò che gli iperrealisti dell’europeismo non dovrebbero dimenticare di ricordare in queste ore è che Eurobond o non Eurobond l’Europa c’è, esiste, lotta, matura, e i veri amici dell’Europa, più che cercare ogni giorno un modo per delegittimarla, dovrebbero forse ricordare cosa sarebbe l’Italia oggi se non avesse l’Europa vicino a sé.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.