La salute del debito

Luciano Capone

Grandezza, durata, spesa per interessi e ruolo della Bce. Lo stato del debito pubblico italiano all’inizio della crisi

Roma. Il risveglio senza l’accordo dell’Eurogruppo ha fatto salire i tassi, ma non ha rovinato ieri il collocamento del Tesoro di 9,5 miliardi di Bot. L’asta del aveva anche una caratteristica particolare, perché ha visto il ritorno dopo sette anni dei Bot a 3 mesi. L’emissione di titoli a breve termine è una logica conseguenza della pandemia e delle misure per contrastarla: da un lato il differimento delle imposte e dall’altro l’incremento dei sussidi, portano il Mef ad avere maggiori esigenze di liquidità. L’aumento del ricorso ai t-bill – titoli inferiori a un anno – è una strategia che adotteranno, forse più dell’Italia, altri paesi come la Germania e la Francia. In questo contesto, gioca un ruolo il (Pepp – Pandemic emergency purchase programme), il nuovo programma della Bce che, a differenza dei precedenti, consentirà l’acquisto anche di titoli con una maturità ridotta, a partire da 70 giorni. E questo ovviamente ridurrà al margine il costo della raccolta a breve termine.

 

Non è questo, ovviamente, ciò che alleggerirà il peso del nostro debito pubblico, ma uno degli aspetti tecnici che mostrano come con questo programma la Bce si sia spinta molto oltre rispetto al passato. Gli altri due, più importanti, sono l’eliminazione del limite del 33 per cento all’acquisto dei titoli di stato su una singola emissione e la maggiore flessibilità sul rispetto del criterio delle capital key (la quota di sottoscrizione del capitale della Bce di ciascun paese). Questo consentirà di concentrare per un certo periodo gli acquisti dei titoli di un paese, ad esempio l’Italia, che è in maggiore difficoltà.

 

La Bce sarà di grande aiuto, ma in quali condizioni il debito italiano entra in questa crisi? E’ una domanda che tanti si pongono, visto che già adesso è molto elevato: il 135 per cento del pil. Una cosa è certa: dopo questa crisi il debito italiano raggiungerà rapidamente almeno il 150 per cento, perché da un lato aumenterà l’indebitamento di almeno 7-8 punti di pil e dall’altro la recessione farà fare una brutta caduta al pil, probabilmente a doppia cifra.

 

Un punto di forza della gestione del debito italiano è la sua lunga vita media. In genere la duration è più importante per i paesi che hanno un debito elevato: quanto più il debito è grande tanto più la vita media deve essere lunga, per evitare il rischio di essere costretti a rifinanziare grosse scadenze (per l’Italia sono più di 400 miliardi ogni anno) in un periodo di crisi e di tassi alti. Da questo punto di vista, il Tesoro ha sempre fatto un lavoro egregio: nei tempi buoni ha allungato la durata del debito per prepararsi ai tempi brutti (ciò che invece non ha fatto la politica con il bilancio). Nel 2002 la vita media era di 5,5 anni ed è salita fino a 7,2 anni nel 2010, all’inizio della crisi. Da lì è sceso fino al 6,4 nel 2014 per poi risalire al 6,9 (vicino ai livelli pre crisi) nel 2019. Modificare sensibilmente le caratteristiche di un debito da oltre 2 mila miliardi non è cosa semplice, è un po’ come spostare un transatlantico.

 

La lunga vita media del debito è quindi un cuscinetto che consentirà di assorbire in parte la botta della crisi, ma in ogni caso il paese ne uscirà appesantito su due fronti. Da un lato lo stock di debito sarà molto più elevato, e dall’altro lo sarà anche la spesa per interessi il cui peso sul pil risentirà contemporaneamente dell’aumento dei rendimenti e della contrazione dell’economia. Un altro cambiamento ci sarà nella detenzione del debito: verosimilmente, come accade nei momenti di crisi, diminuirà la quota in mano ai non residenti, attualmente pari a un terzo. Per fortuna saranno rimpiazzati dal programma della Bce: la quota di debito pubblico in tasca alla Banca d’Italia supererà il 20 per cento. Avremo un debito più grande, un pil più piccolo, una spesa per interessi più alta. Sarà un quadro complicata per l’Italia, ma se si vuole pensare a qualcosa di peggiore basta immaginare lo stesso scenario fuori dall’euro e senza la Bce. Un incubo.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali