SURE: una svolta importante per l'Europa

Luigi Guiso e Claudio Michelacci*

Il piano da 100 miliardi contro la disoccupazione della Commissione europea è un passo avanti senza precedenti. Ma ci sono alcuni aspetti tecnici da chiarire decisivi per il suo successo

Il fondo SURE (Supporto temporaneo per mitigare i Rischi di disoccupazione durante l'Emergenza) da 100 miliardi di euro proposto dalla Commissione Europea per concedere prestiti a condizioni di favore ai paesi dell’Unione per finanziare programmi di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti e autonomi colpiti dalla pandemia, è una svolta importante. Lo è nell’entità: 100 miliardi di euro per un programma specifico – il sostegno al reddito – è pari a quasi un punto percentuale di PIL dell’area Euro, equivale al 6% del PIL Italiano e corrisponde al 60% del totale dei sussidi di disoccupazione erogati nel complesso dei paesi euro nel 2017. E’ della stessa dimensione dell’intero bilancio comunitario con cui si finanzia una moltitudine di iniziative. Lo è perché serve a finanziare un intervento indispensabile per contrastare la crisi economica attuale.  Lo è perché rompe un muro che non era stato possibile rompere durante la crisi del 2008: uno sforzo finanziario collettivo e congiunto di tutti i paesi membri per fare fronte a una crisi che, oggi come allora, colpisce i paesi europei nel loro complesso ma, nuovamente oggi come allora, non in modo uguale. A patire maggiormente sono come nel 2008 Spagna e Italia. La posizione della Germania e dell’Olanda è stata finora quella di allora, ma sta cedendo al buon senso che viene dal basso, dai cittadini elettori di quei due paesi e dai loro intellettuali. Sono loro che in questa circostanza hanno intuito l’importanza del “mutuo soccorso” e di salvaguardare il futuro dell’Europa, che esisterà domani solo se oggi i suoi cittadini la sentiranno vicina e utile nel momento del bisogno.  La forma dell’intervento – un’emissione di debito da collocare sul mercato con una comune garanzia di tutti gli stati dell’Unione simile ad una emissione di “Euro bonds”– consente ai paesi più colpiti dal virus e indeboliti economicamente di accedere al mercato dei capitali a tassi più contenuti rispetto a quelli che dovrebbero pagare emettendo debito in proprio.    Questo risparmio di interessi può essere poco o tanto a seconda di alcuni dettagli operativi importanti. Sarà tanto se risulterà decisivo per preservare la solvibilità degli stati una volta passata la pandemia e fatti i conti del suo lascito: una marcata perdita di reddito e un formidabile accumulo di debito pubblico al momento difficili da quantificare.  Questo sforzo collettivo, oggi indispensabile per accrescere le risorse per far fronte all’emergenza sociale che la recessione sta producendo a grande velocità, può essere un’arma importante per evitare che i paesi messi in ginocchio dalla crisi siano domani i detonatori di una nuova crisi del debito sovrano  che, come il virus, si propagherebbe a tutta l’Europa.

 

Accanto agli indubbi aspetti positivi della creazione del fondo vi sono alcuni aspetti importanti da chiarire che riguardano la sua implementazione e che saranno decisivi per il suo successo. Sono gli stessi aspetti che si riproporranno nel tempo di fronte a qualunque altro intervento congiunto Europeo.   Innanzitutto le modalità di erogazione e le condizioni di accesso. La situazione da affrontare suggerisce estrema rapidità nell’erogazione e accesso al fondo in base alla necessità non al merito di credito del paese.  La procedura per accedere alle risorse descritta dalla Commissione sembra distante da questi due principi quando dice che “a seguito della richiesta di assistenza finanziaria da parte di uno Stato Membro la Commissione consulta lo Stato Membro per verificare la dimensione dell’incremento di spesa pubblica collegato alla estensione o creazione di sussidi temporanei ai lavoratori. Questa consultazione servirà alla Commissione per decidere le condizioni del prestito, inclusi ammontare, lunghezza, tasso e modalità di implementazione”.  Se i paesi finissero per pagare tassi differenziati e fossero soggetti a condizioni specifiche parte dei benefici del fondo verrebbero vanificati: SURE finirebbe per assomigliare troppo al Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) nella sua forma esistente.

 

Il secondo problema riguarda la seniority del debito che il paese contrae nei confronti della Commissione. E’ cruciale che il debito contratto dall’Italia (o altro paese) con SURE fosse junior rispetto al debito esistente dello stato italiano. In questo modo il credit standing del debito Italiano esistente non sarebbe influenzato dal fatto che il governo Italiano prende a prestito tramite SURE dalla Comunità europea. Questo aspetto critico andrebbe chiarito perché è fondamentale perché SURE contribuisca ad evitare il rischio di una crisi del  debito sovrano quando l’emergenza sanitaria sarà superata. 

 

Il documento della Commissione insiste su un punto: SURE (come implica il suo acronimo) è uno strumento temporaneo, una iniziativa una tantum per far fronte a una straordinaria, rara emergenza. Non è il primo mattone per la creazione di uno schema di assicurazione europea della disoccupazione e la devoluzione alla Commissione di nuovi poteri fiscali permanenti. Ma la storia insegna che una volta iniziato un percorso può essere più facile continuarlo quando se ne sperimentano i benefici. SURE segna un importante passo avanti nella cooperazione tra gli stati nazione dell’unione, ed è uno strumento utile per stabilizzare il ciclo economico europeo e limitare gli squilibri economici tra paesi.   Sicuramente è solo un primo passo, ma è anche un segno che l’Europa esiste e che altri passi sono possibili.

 

  

*Luigi Guiso, Axa professor of Household Finance Einaudi Institute for Economics and Finance

Claudio Michelacci, Bajola Parisani Professor, Einaudi Institute for Economics and Finance

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