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“Virus, crescita e libertà: gli anticorpi del futuro sono in Europa”. Parla Gentiloni

Claudio Cerasa

La recessione a “L” e i nazionalismi senza risposte. La transizione e i paletti per l’uscita dal lockdown. “Entro la primavera, l’Europa avrà i bond”. Intervista al commissario europeo all’economia

I bond del futuro e la comunità del presente. Il dramma di un virus e la forza dell’Unione. La politica senza risposte e le soluzioni contro la paura. E poi la nostra vita che cambia, il nostro stato che muta, i nostri confini che si trasformano, i nostri amici che si rivelano, le nostre economie che si dissolvono, il nostro terrore che emerge e la solitudine coatta che cambia radicalmente la domanda della nuova. Abbiamo passato un po’ di tempo al telefono con Paolo Gentiloni, ex presidente del Consiglio e da meno di un anno pezzo grosso della Commissione europea, dove ricopre l’incarico di commissario europeo per gli Affari economici e monetari, e con lui abbiamo parlato a lungo di come il coronavirus sta cambiando il mondo e di come la pandemia ha reso evidente la necessità di una coesistenza importante all’interno dell’Europa: quella tra il partito del necessario e il partito dell’insufficiente. Perché in fondo il punto è tutto lì: si può essere insoddisfatti di ciò che sta facendo l’Europa senza teorizzare la necessità della sua scomparsa? E si può riconoscere che l’Europa stia facendo il necessario per governare la crisi senza per questo dover riconoscere che tutto ciò che ha fatto finora è sufficiente per considerarsi soddisfatti?

 

La nostra lunga chiacchierata con Paolo Gentiloni parte da qui, dalla crisi attuale, dalle differenze con il 2009, dalle risposte presenti e dalle aspettative future, e nel corso del dialogo con l’ex premier emergono molte risposte: su ciò che l’Europa ha fatto, su ciò che l’Europa deve fare, su ciò che spetta all’Italia, su ciò che spetta agli europeisti e su ciò che dobbiamo aspettarci sui mesi che ci separano dal ritorno a una semi normalità tanto difficile quanto graduale. “Se guardiamo con attenzione alle caratteristiche di questa crisi – dice Gentiloni, al telefono da Bruxelles – capiremo che purtroppo la stagione che stiamo vivendo è unica e irripetibile. E di fronte a una stagione del genere, l’Europa non poteva che mettere in campo risposte non ordinarie per i suoi cittadini. Il punto essenziale da cogliere, a mio avviso, è che rispetto alla crisi del 2009 oggi vi è una differenza sostanziale. All’epoca, vi fu una crisi finanziaria che si trasferì prima alle banche e poi al debito sovrano. Oggi vi è una crisi sanitaria che si trasferisce direttamente sulla nostra economia reale e sta generando una crisi che non riguarda solo l’offerta ma anche la domanda. Simbolo della crisi del 2008 furono gli scatoloni di Lehman Brothers. Simbolo della crisi di oggi sono le immagini del vuoto, del deserto. Dal punto di vista sanitario, la crisi che viviamo oggi è simmetrica ed è simile per tutti. Ma in assenza di risposte forti e omogenee delle istituzioni politiche rischia di creare dal punto di vista economico effetti asimmetrici. E in questo senso, io credo che i cittadini europei possono essere orgogliosi rispetto a ciò che l’Europa sta facendo e devono essere esigenti rispetto a ciò che farà nei prossimi mesi”.

 

Siamo davvero sicuri che possiamo parlare già oggi di una risposta simmetrica dell’Europa capace di creare anticorpi contro una crisi che rischia di essere asimmetrica?

“Di fronte a una crisi improvvisa che colpisce tutti senza fare distinzione tra paese e paese, l’Europa ha reagito in modo rapido, forte ed efficace. Qualcuno cerca di non vedere ciò che è successo, ma la verità è che nel giro di pochi giorni le nostre istituzioni hanno reagito, si sono trasformate e si sono adattate al nuovo mondo. Lo ha fatto la Banca centrale europea, la nostra istituzione più federale, aggiungendo ai suoi due bazooka già attivi prima della crisi 750 miliardi di euro aggiuntivi, da sommarsi ai 120 miliardi già caricati all’inizio dell’anno e agli 80 miliardi di euro mensili compresi nel Qe. A questo va affiancata poi l’attività abbastanza poderosa della Commissione europea, che ha preso quattro decisioni che mi sembrano oltre che importanti anche storiche: la sospensione del Patto di stabilità, la sospensione provvisoria di alcune regole relative agli aiuti di stato, la modifica delle regole di accesso ai fondi strutturali dell’Unione europea ancora disponibili e non ancora utilizzati e la proposta Sure di sostegno ai programmi contro la disoccupazione”.

  

Si è scritto che il meccanismo con cui verrà attivato il fondo Sure, che verrà finanziato anche con l’emissioni di titoli di stato, come d’altronde accade per il Mes, è lo stesso meccanismo che permetterà all’Europa, quando vi saranno le condizioni politiche, di emettere Eurobond. C’è da essere ottimisti su questo fronte? “Io lo voglio essere. Anche sul futuro, rispetto alla possibilità che si realizzi un piano per la rinascita”. Il Recovery Plan. “European Recovery Plan è l’espressione che venne utilizzata dagli americani nel 1947 per sostenere l’Europa dopo la tragedia della guerra. Rispetto a quella fase oggi l’Europa ha gli strumenti per lavorare a una sua rinascita facendo leva prevalentemente sulle sue forze e dovendo ragionare sui prossimi mesi io immagino un percorso molto serrato. Diciamolo pure: dobbiamo farcela entro la primavera”. Per fare che cosa? “Dobbiamo definire nel giro di qualche settimana i contorni di un piano di rinascita che permetta ai paesi europei di agire in modo coordinato e convergente per sostenere l’economia quando i paesi ricominceranno a poco a poco a riaprire. E per realizzare questo piano immagino un fondo la cui dotazione minima, e ripeto minima, dovrebbe aggirarsi intorno ai 1.500 miliardi di euro. I primi 500 miliardi sono quelli che si sono resi disponibili attraverso il primo accordo raggiunto la scorsa settimana dall’Eurogruppo sul Mes. I successivi 1.000 miliardi andranno messi insieme facendo invece leva da un lato sul bilancio comunitario e dall’altro sull’emissione di bond. Sono convinto che entro questa primavera riusciremo a raggiungere l’obiettivo. E dobbiamo farlo perché l’Europa, nessuno escluso, oggi corre un rischio enorme sul piano finanziario: subire una grave crisi economica e finanziaria quando il lockdown pressoché totale si concluderà. E’ il momento delle scelte comuni, è il momento della riduzione delle frammentazioni, è il momento della battaglia contro le divergenze, è il momento in cui tutte le istituzioni europee devono lavorare per affermare una verità che oggi a me sembra evidente: evitare che si allarghino differenze tra paesi che hanno un destino comune, e una moneta comune, e far sì che vi sia la consapevolezza per chi fa parte di una comunità che i problemi di un paese non sono i problemi di un singolo paese ma sono i problemi di una comunità”.

 

Sulla teoria ci siamo, ma sui soldi come si fa? E soprattutto: come si fa a convincere i paesi contrari agli Eurobond a cambiare idea? “Dobbiamo superare quello che è stato il dibattito dei dieci anni passati per guardare alla realtà dei fatti. Non concentriamoci solo sugli strumenti e iniziamo a ragionare sugli obiettivi collegando le mission alle emission, ovvero le emissioni alle missioni. E’ ovvio che un qualsiasi grande piano di intervento economico passi attraverso le emissioni di bond: non è che i piani li finanziamo con l’oro. Ma è altrettanto ovvio che le emissioni di bond possono avvenire laddove vi è un obiettivo concreto, visibile, chiaro e definibile. Nessuno, per capirci, vuole legare la mission dell’emissione dei bond alla mutualizzazione del debito accumulato negli ultimi trent’anni. Ripeto: nessuno. Al contrario, io penso, e credo di non essere semplicemente ottimista, che oggi vi siano le condizioni per condividere un debito legato all’emergenza in modo temporaneo, per un periodo determinato e per scopi precisi. Per farlo, e penso anche al nostro paese, occorre individuare gli obiettivi dell’emergenza e occorre dare garanzie, come è giusto che sia, che l’emissione di un bond sia legata a questo: per finanziare l’emergenza e non, per dire, per pagare quota 100. La posizione della Germania è questa. E non va demonizzata ma semplicemente capìta. E così come va compreso che proprio in un paese come la Germania sta affiorando una iniziale consapevolezza in ambienti trasversali, dalla Spd alla Cdu: basta dividere strumentalmente l’Europa tra paesi arricchiti e paesi spreconi. E’ ora di una nuova stagione. E’ ora di andare sul mercato con prestiti comuni per finanziare un programma comune”.

 

La teoria è chiara, il progetto è lineare ma, chiediamo a Gentiloni, sarà sufficiente la trasformazione in realtà di queste idee per disinnescare le recrudescenze nazionaliste che sembrano essere sul punto di riprendere forma all’interno dell’Europa? “Nella fase drammatica che stiamo vivendo mi sembra che stia emergendo una consapevolezza piuttosto chiara: i populismi nazionalisti nei diversi paesi si alimentano di ragioni non solo sbagliate ma anche del tutto contrapposte. In paesi come l’Italia o la Francia, i populismi nazionalisti si trovano di fronte a una doppia verità: oggi lamentano l’assenza dell’Europa, dopo aver auspicato per anni questa assenza. E quando chiedono maggiori interventi europei si accorgono che i più ostili a questa soluzione sono proprio i loro amici populisti del nord Europa. Le risposte comuni dell’Europa possono essere dunque utili e fondamentali non solo per dare ossigeno economico ai paesi ma anche per prosciugare il bacino da cui si alimentano i campioni del nazionalismo. E mai come oggi credo che sia evidente che il mix di libertà, di apertura, di rispetto dell’individuo e di sostegno al welfare che ha l’Europa sia un modello per tutto il mondo”.

 

A condizione però che l’Europa sappia dimostrare di essere oltre che decidente anche efficiente. “Questo è naturalmente il grande tema della fase che stiamo vivendo e di quella che si aprirà quando il lockdown da totale diventerà mirato. Immagino un futuro in cui in tutti i paesi del mondo, in primis in Europa, avremo, per un lungo periodo, una maggiore presenza pubblica dello stato, con nazionalizzazioni diffuse e interventi senza precedenti. Di fronte a questo modello ce ne saranno altri che si andranno a sedimentare e che cercheranno di affermarsi. Uno di questi, che non si trova solo in Asia ma lo si trova anche in alcuni paesi dell’Unione europea, è quello dominato da un capitalismo autoritario, che cerca di affermare una sua idea di protezione andando a limitare le libertà degli individui. Contro questo modello di capitalismo autoritario le istituzioni europee hanno il dovere di dimostrare che la presenza pubblica maggiore può essere simmetrica con una protezione maggiore e anche con una efficienza maggiore. E in questa particolare stagione – in questo grande acceleratore imposto dalla diffusione drammatica del coronavirus che sta imponendo scatti in avanti alle istituzioni, agli stati e alle aziende costringendo loro di fare in pochi mesi ciò che avevano messo in conto di fare in moltissimi anni – io penso che un ruolo di grande responsabilità lo dovrà avere anche chi si riconosce nel mondo progressista”. In che senso? “La più forte presenza pubblica, le maggiori esigenze di welfare, la nuova richiesta di un progetto ambientale sostenibile sul lungo termine, la necessità di uno scatto in avanti dell’Europa, il bisogno di assecondare l’esigenza sociale di stare insieme possono generare una domanda diversa rispetto a quella dell’efficienza autoritaria solo in presenza di una classe dirigente politica capace di creare un giusto mix tra protezione, progresso, capitalismo, globalizzazione. La solitudine, nella stagione che ci apprestiamo a vivere, non sarà più un bene rifugio. Questa fase storica sta mettendo a nudo l’impotenza del nazionalismo, la cui dottrina si fonda sull’assunto che per essere più protetti occorre essere più isolati. Io penso che sia compito di una sinistra diversa, rinnovata, aggiornata, multilateralista, offrire soluzioni per uscire da questa crisi. Soluzioni diverse da quelle offerte in questi mesi da politici come Bernie Sanders e Jeremy Corbyn, che non hanno resistito alla tentazione di riproporre da sinistra soluzioni per proteggere i cittadini non del tutto distinguibili da quelle offerte dall’internazionale sovranista e che forse anche per questo si sono messi fuori gioco da soli”.

 

Pensi all’intervento maggiore dello stato, pensi alla necessità di avere una burocrazia più decidente, pensi all’urgenza di avere un paese più efficienti e pensi al fatto se un paese come l’Italia, Europa o non Europa, sia davvero all’altezza di questa sfida. “Lo dico senza girarci attorno. Ho apprezzato gli sforzi fatti in questi mesi dal governo, ho visto un’accelerazione positiva da parte della classe dirigente italiana su un tema cruciale come quello del credito alle imprese e credo sia un giudizio comune e condiviso in Europa che in condizioni eccezionali, in mezzo a sofferenze e tragedie, l’Italia, dovendo per di più fare da battistrada in occidente sul come affrontare una pandemia, se l’è cavata bene, ha dovuto prendere decisioni inedite, lo ha fatto in modo accorto e coeso, e non c’è grande paese al mondo che alla fine, salvo rare ed effimere eccezioni, non abbia seguito il modello italiano nella gestione politica della pandemia. Quello che oggi mi preoccupa non è tanto il ritorno alla normalità, cosa che purtroppo non accadrà del tutto se prima non troveremo un vaccino, ma è il ritorno molto veloce alle tradizionali dinamiche di contrapposizione politiche del nostro paese. Davvero vogliamo tornare agli scontri strumentali? Davvero vogliamo tornare alla demagogia? Davvero vogliamo affidare alla magistratura il compito di correggere le debolezze del nostro sistema sanitario? In questo mese e mezzo, l’Italia ha accumulato un certo capitale, mi verrebbe da dire patriottico, in base al quale il ruolo della scienza è tornato a essere centrale, in base al quale il coordinamento tra diverse funzioni dello stato è tornato a essere cruciale, in base al quale la disciplina dei cittadini è tornata a essere esemplare. Il vuoto delle strade si è riempito di un livello inedito di coesione sociale e coscienza solidale. Ora la mia preoccupazione è che questo capitale venga disperso molto rapidamente e dirottato verso nemici di comodo come per esempio l’Europa”.

 

Sul capitale acquisito nessun dubbio, ma oggi, forse, è il momento in cui bisogna ripensare al dopo. Non sarebbe il caso che già nei prossimi giorni chi può tornare al lavoro in condizioni di sicurezza lo faccia? “I temi economici sono ovviamente centrali e da commissario europeo con delega all’economia li ho ovviamente particolarmente a cuore e so bene quali sono i rischi che si corrono in questa fase. Il dibattito sulla ripresa a V o sulla ripresa a U credo sia purtroppo un dibattito superato e le previsioni che abbiamo elaborato – secondo le quali ogni mese di lockdown vale per un paese circa tre punti in meno di pil – ci dicono che la curva della crescita economica scenderà molto, e a un certo punto la discesa si stabilizzerà ma per ricominciare a salire servirà tempo e in presenza di un piano di rinascita una ripresa penso sia possibile nel 2021. Il rischio di una recessione, nel 2020, non è un rischio ma è una ragionevole certezza e secondo le previsioni più credibili al momento, a voler fotografare la situazione attuale, potremmo dire che è credibile chi stima un meno cinque per cento di crescita per l’Europa nel 2020 e ci sono stime peggiori. Presenterò le previsioni ufficiali della Commissione il 7 maggio. Ma in una fase come quella che stiamo vivendo io penso che a prescindere dal ruolo che ciascuno possa avere sia impossibile fare un bilanciamento tra rischio economico e rischio sanitario diverso rispetto a quello che stiamo facendo oggi. E in presenza di una pandemia, l’autorità pubblica ha il dovere di far prevalere il rischio di perdite delle vite sul rischio di perdita del pil. Su questa strada, con l’eccezione forse del Brasile, si stanno muovendo tutti, e non solo in Europa. Nelle ultime tre settimane il Fondo monetario internazionale ha avuto 87 richieste di accesso da 87 paesi diversi e questo ci permette di ricordare come la crisi sia simmetrica per tutti, non solo per l’Europa. Detto questo, è giusto preparare oggi il dopo ed è dovere degli stati non farsi trovare impreparati quando l’epidemia entrerà in una fase discendente. Ma bisogna farlo senza illudersi di tornare a una normalità che non ci sarà e il grande tema di questi giorni non può dunque che essere questo: quando la scienza ci dirà che possiamo farlo come si fa a passare dallo stato di maximal lockdown allo stato di optimal lockdown?”. E dunque, che fare? “Ogni paese elaborerà una sua strategia ma quello che abbiamo imparato in queste settimane è che quando la curva sarà discendente è bene che la transizione sia coordinata il più possibile a livello europeo. Le scelte di un paese, lo abbiamo visto qui in Belgio negli ultimi mesi, dove i picchi di contagio sono avvenuti nelle zone di confine con l’Olanda, che ha chiuso dopo il Belgio e dove alcuni cittadini belgi andavano quando il proprio paese era chiuso, e lo abbiamo visto anche in Francia, dove i picchi di contagio sono avvenuti al confine con la Germania, dove alcuni cittadini francesi andavano quando la Francia era chiusa, hanno dimostrato che serve un coordinamento tra i paesi non solo per imporre delle regole ma anche per gestire al meglio la transizione e per evitare che qualcuno possa rimanere indietro anche nell’approvvigionamento rispetto a qualcun altro. In Europa, negli ultimi anni, a proposito di coordinamento, abbiamo sentito parlare spesso di necessità di chiudere i confini per proteggere i propri paesi ma se l’Europa avesse chiuso i confini in questa fase, come qualche paese ha provato a fare qualche settimana fa, prodotti alimentari fondamentali non avrebbero avuto la possibilità di circolare, e i supermercati di molti paesi europei, tanto per capirci, sarebbero rimasti vuoti”. La fase di transizione, ovvero il lungo momento all’interno del quale le nostre vite verranno proiettate per un tempo indeterminato in attesa che la normalità torni a impossessarsi del nostro mondo con tutte le sue formidabili inessenzialità, è la fase alla quale in queste ore ciascuno di noi ambisce senza sapere bene però come sarà, quando comincerà, cosa cambierà. Immaginare quella fase non è semplice ma noi ci proviamo lo stesso e a Gentiloni chiediamo di aiutarci a inquadrare la stagione del durante. “Ci saranno cose che certamente non potremo fare per un periodo lungo ma ciò a cui dobbiamo pensare è come riempire il vuoto che ci separa dalla scoperta del vaccino. Nel mondo del lavoro, ci saranno riaperture graduali. Sul piano medico avremo necessità di sottoporci a misure preventive. Nella vita quotidiana avremo necessità di fare i conti con la diffusione massiccia di test, dovremo fare delle valutazioni diverse a seconda delle età delle persone, dovremo rassegnarci al fatto che occorreranno misure rapidissime per contenere l’eventuale nascita di nuovi focolai e dovremo metterci in testa che sul piano dei rapporti sociali vi sono delle misure di precauzione che non potremo cancellare dall’oggi al domani. Ma ciò che penso sia importante tenere bene a fuoco è che non c’è scelta politica ed economica che possa essere presa senza che questa sia suffragata da basi scientifiche. Dopo di che penso che la creatività umana sia notevole e che ci sono cose che oggi sembra difficile fare, penso per esempio agli aerei, ai treni, ai viaggi, che si potrà tornare a fare, solo con modalità diverse. Ma penso che quando faremo dei passi piccoli o grandi vedremo verso la normalità lo dovremo fare tenendo bene in mente alcune lezioni che ci derivano dall’esperienza di questi mesi. Un’economia moderna non può prescindere da un sistema sanitario forte, da un sistema del lavoro solido, da una rete di protezione che consenta di proteggere chi il lavoro lo perde, da un piano di sostenibilità ambientale che sia all’altezza con le sfide della modernità, da un grande investimento in tecnologie che permetta di rendere il lavoro compatibile non solo con la pandemia ma con la trasformazione delle nostre vite e delle nostre esigenze. Non credo che il dramma che stiamo vivendo debba necessariamente farci cambiare in meglio. So però che tutto ciò che stiamo passando ci costringerà a cambiare. E sarebbe bene che ciascuno di noi facesse qualcosa in più semplicemente per non avere più paura del futuro”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.