Una chiamata collettiva va favorita con strumenti adeguati

Alessandro Rosina

Non si tratta solo di mascherine, ma anche di idee, competenze tecnologiche e analisi dei dati. E’ ora dell’operazione “Dynamo”

Gli italiani – ma vale per gran parte del mondo più ricco – si erano abituati a vivere una normalità libera dai grandi flagelli della guerra e della peste presenti in modo endemico nel passato. L’Uomo andato sulla Luna pensava di poter guardare da lontano i terribili rischi del mondo vissuto dalle generazioni precedenti. In effetti è così, ma solo se non diamo per scontato la possibilità che grandi conflitti e grandi epidemie, pur in forma diversa, possano tornare a colpire. Questo timore è diventato particolarmente acuto in queste ultime settimane, perché la sensazione di tutti è di trovarsi come i protagonisti di Pleasantville: strappati dalla nostra quotidianità e catapultati improvvisamente dentro a una fiction, di quelle con trama distopica. E’ evidente che qualcosa nel meccanismo che replica giorno per giorno la nostra quotidianità (organizzazione sociale e lavorativa) è andato storto. Ci troviamo ora con una vita compressa, limitata, schiacciata in difesa rispetto ad un nemico invisibile. E’ evidente che il Covid-19 non è la peste e non è una propriamente guerra quella in corso. Ma è anche evidente che non è la nostra vita quella che stiamo vivendo, ma una condizione di sospensione che speriamo sia temporanea e finisca presto. A tutti è evidente, inoltre, che finita la crisi sanitaria non torneremo presto alle relazioni sociali, ai rapporti di lavoro e alle condizioni di benessere di prima. E anche qui si torna a prendere come riferimento quello che accadeva dopo una peste e dopo una guerra. Dopo le grandi epidemie del passato si assisteva ad una impennata di vitalità, con forte aumento di matrimoni e nascite, assieme a flussi consistenti di migrazione dalle campagne alle città per ridare impulso alla produzione e al commercio. Ma anche dopo la Seconda guerra mondiale oltre alla ricostruzione ci fu l’inizio di una fase diversa della storia del paese che vide la spinta del boom economico e del baby boom.

 

Parlare di guerra rispetto alla crisi sanitaria in atto potrà sembrare eccessivo e fuorviante, ma ciò che conta è capire cosa significa affrontare eventi di grande impatto non solo sanitario, ma anche sociale ed economico, e come ci si deve preparare al dopo. L’epidemia è un fattore esogeno, ma le conseguenze che produce dipendono in larga misura da noi, da come fronteggiamo la diffusione e da come gestiremo la ripartenza. Nemmeno la ripresa infatti possiamo dare per scontata. Quella dopo la recessione iniziata nel 2008 non c’è stata o è stata molto timida (ad esempio la natalità non ha visto alcun recupero). Senza una solida ripresa, ma anche senza cogliere l’opportunità di una discontinuità positiva da dare al nostro modello sociale e di sviluppo, l’Italia rischia di non risollevarsi più. Non possiamo ignorare che il paese che sta subendo maggiormente l’impatto dell’epidemia era tra i paesi occidentali con maggior difficoltà a crescere, con l’aggravante di un elevato debito pubblico e accentuati squilibri demografici. Questa prova può essere superata e consentire un rilancio solo se ritroviamo lo spirito di una reazione collettiva. Dobbiamo però riscoprire la capacità di mobilitarci tutti in una stessa direzione. Se vogliamo proprio utilizzare la metafora della guerra, non facciamolo solo per sottolineare emergenza, timori, accettazione passiva di restrizioni, sospensione di libertà, ma in positivo sulla eccezionalità da mettere in campo come resistenza dal basso e come impegno a servizio di un fronte comune. Non è, infatti, il linguaggio bellico in sé il problema, ma il messaggio che contiene. La Pasqua stessa – che ci accingiamo a vivere in condizioni mai conosciute nella nostra storia repubblicana – racconta di un popolo oppresso che si libera e di una morte che diventa resurrezione.

 

La storia ci dice, allora, che nei momenti di maggior difficoltà è possibile una reazione che volge a proprio favore l’esito finale.

 

Un esempio è quanto accaduto nella Seconda guerra mondiale con l’operazione Dynamo che consentì, nella fase di maggior successo dell’esercito nemico, di mettere in salvo le forze Alleate bloccate a Dunkerque. La Gran Bretagna non aveva navi militari sufficienti per recuperare le truppe bloccate sulla costa al confine tra Francia e Belgio. Si decise allora di mobilitare tutte le imbarcazioni che potevano essere riconvertite a tale scopo: alla marina militare non solo si aggiunse quella mercantile, ma vennero chiamate spontaneamente a mettersi a disposizione anche barche private e navi da pesca. Il tratto da Dunkerque a Dover si riempi così di navi e barche di tutti i tipi, molte di esse in grado di far salire solo pochi soldati ma tutte assieme in grado di compiere il “miracolo” di salvare l’esercito (che poi riorganizzato contribuì in modo decisivo al successo nella Seconda guerra mondiale). Ma la svolta derivò soprattutto dal fatto che questa operazione mostrò, nel momento di maggiore difficoltà delle forze armate, che c’era tutto un paese mobilitato, attivo a supporto della lotta contro il nemico comune e per nulla risposto a rassegnarsi. Dobbiamo oggi trovare lo stesso spirito nella guerra contro il Covid-19. Abbiamo bisogno di tutto un paese che si senta al fronte, non passivamente chiuso nelle proprie case in attesa ansiogena che arrivino buone notizie dai campi di battaglia. Consentendo, in particolare, a chi opera direttamente a contatto con il virus di avere il supporto necessario e dotarsi di un equipaggiamento adeguato.

 

Il decreto Cura Italia, ha previsto modalità e incentivi “per sostenere le aziende italiane che vogliono ampliare o riconvertire la propria attività per produrre ventilatori, mascherine, occhiali, camici e tute di sicurezza”. L’operazione “Dynamo” mostra che per avere successo e diventare una vera svolta (oggettiva e psicologica) è importante favorire una partecipazione diffusa dal basso, in modo che tutti coloro che possono concretamente dare un contributo a tale produzione possano farlo. Non solo i grandi marchi o le aziende più esperte a gestire l’iter burocratico richiesto, ma soprattutto con incentivi e supporto alle piccole imprese offrendo opportunità effettive di riconvertirsi (con indicazioni chiare sui requisiti da soddisfare e possibilità di accesso al materiale necessario) promuovendo un contributo diffuso alla produzione complessiva. E’ su questo fronte che dobbiamo fare il vero salto di qualità. Non si tratta solo di mascherine, ma anche di idee, di competenze tecnologiche e di analisi dei dati. Va in questa direzione, ad esempio, la richiesta della Società italiana di statistica di poter dare un contributo per potenziare le analisi sulla diffusione dell’epidemia con accesso a dati più dettagliati.

 

Non si può, insomma, limitare a chiedere ai cittadini di rimanere a casa passivi o di continuare a distanza le proprie attività e il proprio lavoro. Dal governo finora è arrivato chiaro il messaggio di cosa i cittadini non devono fare, per passare poi a valutare cosa dare alle famiglie per resistere, ma poco si è fatto per consentire agli italiani di mobilitarsi positivamente, mettendo tempo disponibile e competenze possedute a servizio della sfida che affronta tutto il paese. Serve, insomma, una chiamata collettiva che porti ad una partecipazione diffusa, che però va favorita con strumenti adeguati in grado di tener conto della situazione eccezionale ma capaci di contribuire ad una risposta sistemica. Guerra o non guerra, alla fine quello che davvero conta è come reagiamo collettivamente oggi in difesa e come agiremo domani in attacco per costruire un futuro migliore.

Di più su questi argomenti: