Ai limiti dell'Europa

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Il primo giorno dell’Orbanistan è contro i sindaci, ma il soft power europeo che armi ha? Un pensiero sulla solidarietà europea, uno sulla Brexit e due sulle canzoni da pandemia

Un test essenziale per le democrazie, scrivono Steven Levitsky e Daniel Ziblatt professori ad Harvard, in “Come muoiono le democrazie” (Laterza), non è tanto l’ascesa di leader autoritari, quanto piuttosto la capacità dei “leader politici e soprattutto dei partiti politici di evitare che gli autocrati guadagnino troppo potere – tenendoli lontani dalle alleanze mainstream, rifiutandosi di appoggiarli o di allinearsi con loro, e quando necessario unendosi ai propri rivali per sostenere candidati e politiche democratiche”. In altre parole: la democrazia non muore se la difendi. In queste settimane di pandemie, ci siamo interrogati sul futuro dei nostri sistemi democratici, se questi lockdown a catena siano la profezia sovranista che si avvera o al contrario (noi siamo per questa interpretazione) la dimostrazione che senza un tessuto internazionale di alleanze e di collaborazioni nessun paese può trovare l’equilibrio da solo. Poi è arrivata l’Ungheria con la sua legge d’emergenza contro il coronavirus ed è stato chiaro: è così che muore una democrazia (Viktor Orbán è molto presente nel libro dei due professori che è stato pubblicato nel 2018: è un caso da manuale, sotto i nostri occhi). Ora noi possiamo soltanto scegliere se e come vogliamo difenderla, la democrazia, ora che l’attentato è compiuto

 

L’imbarazzo di Ursula. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha pubblicato un comunicato molto giusto e molto preciso sulla necessità di custodire i valori e lo stato di diritto negli stati membri dell’Ue. Soprattutto: non approfittate dell’emergenza per darvi pieni poteri. L’unico, imperdonabile difetto di questo comunicato è che non è mai menzionata l’Ungheria. E infatti rapidissima è arrivata la risposta-trollata da parte di Budapest, per bocca dell’ineffabile portavoce del premier, Zoltán Kovács: “Siamo completamente d’accordo” con il comunicato, ha tuittato, “ecco perché lo stato d’emergenza in Ungheria e le misure conseguenti sono in linea con i Trattati e con la costituzione ungherese e sono destinati esclusivamente alla lotta al coronavirus”.

 

L’affare di famiglia. Donald Tusk, ex presidente del Consiglio europeo ora a capo del Partito popolare europeo è stato inizialmente molto cauto. Tusk era amico di Orbán: insieme hanno combattuto il comunismo, sono stati a lungo dalla stessa parte. Tusk è anche uno dei leader europei che più si sono esposti in difesa del costrutto europeo, quindi della democrazia. Ma dentro il Ppe l’affare Fidesz è un tormento troppo grande, molti vorrebbero rimuoverlo senza fare rumore, dimenticarselo. Per questo la decisione dei saggi sul futuro dell’appartenenza del partito orbaniano al Ppe viene sempre rimandata, e per questo in questi giorni tutte le famiglie politiche europee hanno denunciato la svolta autoritaria di Budapest mentre il Ppe stava zitto. Ieri è circolata infine una lettera di Tusk in cui chiede – dopo che alcuni compagni di partito, in particolare i danesi – che venga riconsiderata in modo chiaro “l’espulsione” di Fidesz. Che cosa cambierebbe per Orbán? Molto: l’appartenenza è potere, e soldi.

 

Il primo giorno nell’“Orbanistan”, come lo chiama l’analista britannico Edward Lucas, dove ieri, al primo giorno di entrata in vigore delle misure d’emergenza il partito al governo Fidesz ha tolto poteri ai sindaci: tutte le loro decisioni dovranno essere approvate da una “commissione di difesa” a guida governativa entro 5 giorni. In tutto il mondo la lotta al coronavirus è combattuta primariamente a livello locale, dagli amministratori e dai cittadini, addirittura in alcuni stati c’è una divergenza tra quel che viene fatto localmente e quel che è deciso a livello centrale. Perché la salute è un affare che importa le comunità: il vicino di casa, di banco, di cuore. Ma questo pragmatismo cozza contro l’autoritarismo di Orbán per un semplice motivo: vi ricordate chi è il sindaco di Budapest? E’ Gergely Karácsony, che nell’ottobre scorso ha levato la capitale (la città fulcro del paese) dal dominio di Fidesz. Karácsony è anche quello che è andato in Europa assieme ad altri sindaci come lui che combattono governi centrali autoritari a chiedere fondi diretti: per combattere gli illiberali dovete smetterla di finanziarli, ha detto Karácsony a Bruxelles, dovete trovare altri interlocutori, come noi sindaci. E’ presto spiegato perché nel suo primo giorno l’Orbanistan abbia tolto potere ai sindaci.

 

L’antropologo dice. “Non è infrequente che di fronte al caos, al disordine, alla paura e alla povertà innescati da una epidemia, la tensione sociale sfoci in disordini, rivolte, e in sovvertimenti dell’ordine democratico”, dice Christos Lynteris, antropologo delle epidemie all’università di St. Andrews. “Per certi aspetti è comprensibile: siamo abituati a considerarci signori e padroni dell’universo e del creato e la malattia sovverte completamente questa idea che abbiamo di noi stessi. Inoltre la storia ci ha insegnato che lo sconquasso economico e sociale che le epidemie portano con sé conduce a disordine, paura, caos, spesso povertà. E la povertà porta con sé violenza, ruberie, e, inevitabilmente altra paura. E la paura, più di tutto, disgrega il tessuto sociale, le comunità”. E così, ognuno reagisce come sa e come può. “Il pericolo di un sovvertimento dell’ordine democratico, in queste condizioni è assai concreto. Le persone spaventate fanno cose spaventose”. Allora tutto è perduto? “No, per fortuna”, dice Lynteris finalmente un pochino rassicurante. “La peste del Trecento in Italia, una volta scomparsa, ha lasciato il posto al Rinascimento. La scelta tra il buio di una dittatura e la luce della democrazia e, magari, di un nuovo Rinascimento è nelle nostre mani di cittadini, prima ancora che in quelle dei governi. La storia ci ha insegnato che la scelta di affidarsi a un uomo forte, chiunque sia, non è mai giusta. Il bilancio di morte e miseria, alla fine, è se possibile peggiore. La mia idea è che, a differenza di quanto successo nel XX secolo, ora siamo abbastanza maturi da non farci abbindolare dalle promesse di un solo leader carismatico e con i superpoteri. Non funziona, lo sappiamo, lo abbiamo già visto. La democrazia, alla fine vincerà”.

 

L’esperta di affari europei dice. Il sistema di Orbán è diventato “un sistema sultanistico”, ci dice Simona Guerra, esperta di questioni europee, professore associato dell’Università di Leicester: “Ci sono i piccoli Orbán che difendono le scelte dell’Ungheria: spesso non appaiono nomi, o sono personaggi sconosciuti, ma sono tanti, scrivono anche su riviste che trattano temi europei, poi vengono ripresi dai politici vicini a Orbán, e così il traffico per difendere l’iniziativa si moltiplica. Al sistema clientelare che il premier ha creato in Ungheria bisogna poi aggiungere i legami informali, quelli che non si vedono e che agiscono molto a livello internazionale”. Un esempio: György Schöpflin, di Fidesz, ex eurodeputato e professore universitario, ha insegnato anche allo Ucl di Londra, che si inserisce nelle conversazioni su Twitter e dice che Orbán non può essere accusato di nulla “perché nessuno sa l’ungherese e tutto quello che viene letto dagli stranieri è filtrato dalle traduzioni e le traduzioni sono di parte”. Che cosa può fare l’Europa? Follow the money (vale un po’ per tutto). “L’Ungheria è il maggior beneficiario dei fondi europei pro capite”, dice la Guerra, “più del 95 per cento degli investimenti pubblici è stato cofinanziato dall’Ue. Pensiamo però alla recente inchiesta del New York Times sugli ospedali: mancano le strutture e mancano perché quei soldi vengono usati per altre cose, tipo gli stadi e per mantenere il suo orbanetwork”. Con tutti questi dati davanti agli occhi, l’Ue ha un ruolo passivo e lascia che con i suoi soldi la corruzione venga alimentata. “Se rimani passivo in un sistema corrotto finisci per nutrirlo”. Le alternative per l’Ue sono: “Il famoso articolo 7, ma è impraticabile perché Polonia e Ungheria reciprocamente mettono il veto e la procedura rimane ferma. L’unica iniziativa spetta alla Commissione e consiste nel congelare i soldi che vengono erogati a favore dell’Ungheria e metterli sotto un meccanismo di controllo e verifica come è stato fatto con la Romania e la Bulgaria. Bisogna dire che lì non ha risolto molto, ma chiudere un attimo il rubinetto potrebbe anche essere un monito per la Polonia”. L’intero processo per controllare lo stato di diritto nell’Ue andrebbe ripensato, ma intanto ci sono delle iniziative che possono essere adottate, “il congelamento dei fondi è una di queste”.

 

Intendiamoci sulla solidarietà. Non smetteremo di dire quanto l’Unione europea abbia deciso di svegliarsi tardi nella crisi sanitaria, che poi è diventata economica e che ha avuto inizio con la diffusione del coronavirus in Italia. Però non smetteremo mai neppure di ripeterci che quando i nostri partner europei hanno capito che era arrivato il momento di prendere sul serio questa pandemia hanno deciso di aiutarci: la Francia ha inviato un milione di mascherine e duecentomila tute protettive; la Germania ci è venuta in aiuto con sette tonnellate di respiratori e maschere, oltre ad aver deciso di ospitare pazienti italiani per alleggerire il carico delle terapie intensive; l’Austria ha mandato 1,6 milioni di mascherine e anche la Repubblica ceca ha donato diecimila tute protettive. E’ arrivata la solidarietà europea e lo ha fatto in silenzio, senza parate e senza bandiere, con un’estetica tutta sua, formale, rigorosa, seria. La solidarietà sta venendo fuori con il tempo, ci aveva avvertite la scorsa settimana il professor Luuk van Middelaar che gli altri paesi avrebbero addolcito i loro “no” osservando la crisi e avrebbero così capito che la convenienza dentro all’Unione europea non è materia per sovranisti, ma sta nell’interesse collettivo. Dopo ore trascorse ad arrabbiarsi di fronte alle webcam, la parola solidarietà ha assunto tutto un altro significato ed è diventata sinonimo di opportunità, per tutti: aiutarci conviene. Non è il momento del moral hazard e neppure delle regole rigoriste perché un sud Europa in dissesto economico e indebitato è un disastro per tutti i paesi membri. La rigidità ideologica dei rigoristi ha iniziato ad essere criticata anche all’interno dell’Olanda, anzi anche all’interno del governo del primo ministro Mark Rutte, formato da una coalizione di quattro partiti, due hanno chiesto ai Paesi Bassi di sostenere i piani di finanziamento dell’Unione europea per aiutare l’Italia e le altre economie più colpite dal coronavirus. Nessuno dice coronabond, ma i democratici cristiani olandesi hanno chiesto un Piano Marshall per le economie del sud. Anche il ministro delle Finanze, il rigorosissimo Wopke Hoekstra, ha ammesso che l’Olanda ha mancato di “empatia”, che è un modo per non dire solidarietà. Mark Rutte, che ieri è andato in visita in una scuola elementare (sì, sono ancora aperte con 13.614 contagiati e 1.173 morti) ed è stato filmato mentre cercava di improvvisare un balletto (rigidissimo), dimostrando tanta dedizione per il rigore ha rischiato di creare un disastro diplomatico. C’è stato un problema di comunicazione, ognuno ha il suo e con il coronavirus ne abbiamo avuti molti, ma è arrivato il momento per tutta l’Ue di fermarsi e di ragionare: quanto ci costa la mancanza di solidarietà? Gli europei si stanno accorgendo che per evitare disastri questo è il momento dell’interesse di tutti. Ma, come ha scritto Mario Draghi e come pochi hanno voluto capire, questo interesse va perseguito con urgenza, subito. Più dei conti vale il tempo.

 

E la Brexit? Un pensiero veloce, sappiamo che oggi per la maggior parte dell’Ue la Brexit è l’ultimo dei pensieri. Ma pensateci un attimo: i negoziati non procedono per ovvi motivi, il tempo per questa seconda fase era già poco prima della pandemia, figuriamoci ora. Sono molte le pressioni su Londra che dicono: rimanda l’uscita, non abbiamo modo di gestire il primo divorzio della storia comunitaria assieme alla prima pandemia. E nemmeno Londra ha questo tempo: l’ha perso tutto pensando di poter costituire un’eccezione al contagio globale, e ora non ha test, non ha respiratori, non ha alternative se non tapparsi in casa, sperando che “la curva si appiattisca”, che il picco sia ora. E la Brexit? Forse ci sarà una proroga, la meno prevista, la meno attesa, chissà che non sia anche quella del buonsenso.

 

Musica in lockdown. Non ci sarà l’Eurovision, le nostre speranze erano riposte tutte sul gruppo islandese, ma su Twitter è stata lanciata un’iniziativa per chi sente la mancanza del Festival internazionale della musica, che avrebbe dovuto tenersi in Olanda, o per sentirne ancora di più la mancanza. Ci siamo imbattute nel Coronavision che è un contest per cantare, cantare stonati, nessuno rappresenta un paese, si vince qualcosa anche se non abbiamo ancora capito cosa. Possono partecipare tutti, le categorie sono tante e vanno da Coronavision ballad a Coronavision weirdest song. I partecipanti cantano una canzone non necessariamente inedita ma storpiata, devono farlo da casa e devono lasciarsi ispirare dal momento e dalla quarantena. Si va, per ora, da “Staying inside” a “Do not fear stay here”, qualcuno ha azzardato anche una “Coronavirus rhapsody” che è la nostra preferita. “Is this a sore throat? Is this just allergies? Caught in a lockdown no escape from reality. Don’t touch your eyes, just hand sanitize quickly”. Vanno in finale i più rituittati, speriamo siano anche i più ispirati. A proposito di musica e Eurovision abbiamo ascoltato anche un’altra canzone che parla di coronavirus. Il rapper russo Vitalja Albatros ha cercato di spiegare al mondo perché nel suo paese sembra che l’epidemia non ci sia, intanto Putin si vede poco e il medico incaricato di occuparsi di gestire la crisi è risultato positivo, la scorsa settimana stringeva la mano al presidente russo. La canzone di Albatros è in inglese ed è davvero rivolta al mondo “civilizzato” e dice: vi siete sempre chiesti perché da qui sono scappati sia Napoleone sia Hitler, anche il coronavirus è scappato. “Primo il nostro sangue è pieno di alcol, secondo siamo poveri, terzo non ce ne frega mai niente di niente, per uccidere il virus non abbiamo bisogno di un AK. Il virus entra nella mia stanza e scappa”. Non è una cover, ma la candidiamo lo stesso per il Coronavision. Categoria: #CoronaVisionTragedysong.