E la ripartenza come va?

Paola Peduzzi e Micol Flammini

La danza della fase due è cominciata, anche se a volte s’inciampa sui passi di base. Viaggio nelle capitali europee per disegnare la nostra nuova curva d’apprendimento

L’exit strategy è una danza che stiamo imparando tutti quanti e tutti più o meno insieme, in questo nostro corso accelerato antipandemia con mascherina e curve da confrontare. Ci sono alcune cose che abbiamo già imparato, sono gli strumenti fondamentali per ballare, tutù e scarpette, quelli che Tomas Pueyo, inventore della teoria del “martello e della danza” che ci ha spiegato i rudimenti della danza, chiama “i passi di base che tutti possono seguire”. Per le persone sono: mascherine, igiene, educazione civica alla distanza. Per i governi sono un passo di “intelligence” e uno “di azione”: il primo comprende i test (trovare chi è infetto) e il contact tracing (risalire la catena del contagio); il secondo comprende l’isolamento e la quarantena (togliere i contagiati dalla collettività). Pueyo, che passa le sue giornate a fare analisi comparative di exit strategy – è la nuova curva che conta, questa: come vanno le ripartenze – dice che questi passi di danza sono necessari tutti insieme e in fretta, “ogni giorno perduto” ha un costo enorme: lui che picchiava duro col martello con isolamenti rigorosi ora dice di fare in fretta il corso di base, e poi mettersi a ballare. Sapendo che si va per tentativi, che si deve avere l’accortezza di comprendere i propri errori in fretta, che capricci e testardaggini non pagano, perché il virus è più capriccioso e testardo di noi. E come fanno le ballerine, lo sguardo deve essere alto, perché quel “costo enorme” è quello che tutti i paesi dovranno affrontare: la Commissione europea lo riassume in un collasso del pil del 7,7 per cento, un disastro economico-sociale che i leader europei dovranno saper gestire.

 

Lo scenario più tremendo. Prima di cominciare a vedere come vanno le danze europee, una piccola segnalazione catastrofica. Un economista della Federal Reserve di New York, Kristian Blickle, ha realizzato uno studio sull’impatto della influenza spagnola in Germania: avete capito, “la spagnola ebbe un effetto forte sulla percentuale di voti andata agli estremisti, in particolare il partito nazional-socialista”. La spagnola, che colpì l’Europa dal 1918 al 1920, contribuì all’ascesa del nazismo. I cambiamenti nei voti favorirono molto di più il partito nazional-socialista rispetto ai comunisti, e per spiegare questo spostamento Blickle individua alcune ragioni: i giovani sopravvissuti ma senza risorse erano i più attivi e i più arrabbiati; il risentimento ebbe un ruolo enorme, in particolare quello “verso gli stranieri sopravvissuti” e verso gli ebrei: “La correlazione tra l’influenza, la mortalità e le percentuali di voto conquistate dai nazisti è più forte nelle regioni in cui storicamente si accusavano le minoranze, in particolare gli ebrei, di aver causato le pandemie fin dal medioevo”. Pur con toni effettivamente spaventevoli, lo studio della Fed di New York sottolinea la necessità dello sguardo fiero di cui parlano molti altri studiosi: oggi l’inettitudine e l’impreparazione dei leader nazionalisti è evidente, ma lo scontro più duro ci sarà quando bisognerà trovare risposte per un mondo impoverito e impaurito (è già qui, attrezziamoci). Quanto allo spavento che abbiamo preso noi leggendo questo studio, Blickle ci ha rassicurato così: “Questo studio è in una sua fase iniziale. La pandemia influenzale del 1918 fu unica nella nostra storia recente, fu allo stesso tempo estremamente letale e arrivò in un momento di sconvolgimenti politici globali, dopo il collasso di parecchie monarchie. Non intendo certo fare connessioni con la crisi attuale”. Così un pochino più sollevate, siamo andate a vedere come vanno i balletti nelle capitali europee, raccogliendo dati, voci, studi, risposte alla domanda oggi più importante: e la tua ripartenza come va?


La spagnola ha contribuito all’ascesa del nazismo, secondo uno studio di Kristian Blickle della Fed, che ci dice: piano con le connessioni


 

Vienna. L’Austria è stata tra i primi paesi europei a imporre il lockdown, è stata rapida anche se ha impiegato del tempo a chiudere Ischgl, il resort sulle Alpi che si era trasformato in un focolaio pericoloso per tutta l’Europa. La comunicazione da parte del governo è stata chiara: non abbiamo tantissimi casi, ma è meglio prevenire, chiudiamo. Questa strategia ha pagato – dallo staff del cancelliere Kurz dicono che per combattere il coronavirus non bisogna essere arroganti – e dopo 29 giorni di isolamento l’Austria è stata la prima a riaprire. Ha iniziato con i negozi più piccoli, fino a 400 metri quadrati, a metà aprile e il primo maggio Vienna ha ripreso la sua nuova vita ed è stata tra le prime capitali europee a sperimentare il new normal, che tutti cerchiamo di definire. Dall’inizio del mese hanno riaperto i parchi, è consentita l’attività sportiva all’aperto – chi gioca a tennis dovrà aspettare ancora un po’ per i doppi – i parrucchieri, i centri estetici, i centri commerciali. I bar, i meravigliosi caffè viennesi, e i ristoranti riapriranno il 15 maggio, con nuove norme e nuove restrizioni, anche i servizi religiosi potranno riprendere a metà mese e anche le scuole, si ricomincia dai più piccoli. Ci si potrà spostare per i viaggi di lavoro e il governo di Kurz, amato e apprezzato sempre di più, sta cercando dei suoi canali bilaterali, paese per paese, per riprendere i contatti prima con chi ha risolto la crisi, poi penserà anche agli altri. Vienna si sta organizzando anche per la cultura, per riportare le persone a teatro e al cinema – vanno bene i drive-in ma a Vienna sono un po’ complicati – le sale dovranno ospitare meno persone, gli spettatori dovranno indossare la mascherina che in Austria è obbligatoria sui mezzi pubblici e in tutti i luoghi al chiuso. I piani proseguono come previsto, “siamo stati fortunati” ha detto Kurz, e intanto si fissano nuovi appuntamenti. Il ministero della Cultura ha detto agli attori di ricominciare le prove dal 18, ma si è raccomandato: indossate la mascherina e mantenete la distanza. Il nuovo concetto di teatro non è piaciuto molto agli attori, hanno detto che le misure sono poco realistiche, meglio aspettare ancora un po’. Teatri a parte, un sondaggio condotto tra i viennesi a fine aprile dice che sono tutti molto entusiasti per la fine del lockdown, è soprattutto la riapertura dei parchi a renderli felici.

 

Copenaghen. Nessuno toglierà mai alla Danimarca il primato di aver tentato per prima quello che tanti altri paesi non sanno ancora come fare: riaprire le scuole. Ma il resto della ripartenza è stato lento, come la premier Mette Frederiksen aveva avvertito: armatevi di pazienza, ci vuole cautela. Copenaghen si è riservata un po’ di tempo per studiare la situazione, con un occhio sempre attento alla curva dei contagi, ha gestito la danza con lentezza, passi attenti e felpati. Alcuni negozi hanno riaperto, anche i parrucchieri, il governo consiglia di uscire soltanto per necessità e rimane il divieto agli assembramenti. Ci si può incontrare, ma fuori casa, e i viaggi non sono consentiti né fuori né dentro la Danimarca. Domenica la premier, che ha detto a Reuters di essere soddisfatta di come stanno andando le cose, annuncerà i nuovi appuntamenti con il new normal.


Ma quindi in Polonia si vota? Chissà, intanto il governo ha gioito per la sentenza di Karlsruhe: con lo stato di diritto facciamo come ci va


 

Praga. La Repubblica ceca ha avuto una gran fretta. E’ la meno colpita in un’Europa centro-orientale già poco interessata dal virus e ha battuto tutti, anche Austria e Danimarca, annunciando le prime riaperture il 9 aprile. Si trattava di negozi piccoli, ma voleva essere un segnale di speranza, un modo per dire: state tranquilli che ci rivedremo presto. La tabella di marcia di Praga – che nel frattempo si è anche messa a fare un po’ di dispetti a Mosca con monumenti abbattuti e monumenti tirati su – è precisa e dettagliatissima. Ormai tutti negozi di piccole e medie dimensioni sono aperti, ci si può entrare soltanto con la mascherina. Da lunedì riapriranno i cinema, i teatri, i ristoranti e i bar che hanno posto all’aperto. Ci si potrà anche sposare con feste e ricevimenti a partire dall’11 maggio. Il 25 sarà la volta degli alberghi e a giugno riapriranno le scuole. Praga è andata oltre e ha tolto anche i divieti agli assembramenti, anche i viaggi di lavoro sono permessi, sono permesse le visite dentro e fuori casa e insieme a Vienna adesso è pronta a pensare alle vacanze estive.

 

Berlino. In Germania il lockdown è da sempre parziale, le frontiere sono chiuse con l’esterno, mentre sono permessi gli spostamenti interni soltanto in caso di necessità. Già a Pasqua però, una corte della Mecklenburg-West Pomerania aveva stabilito che il divieto di viaggiare era “sproporzionato” e aveva permesso i viaggi sulla vicina costa baltica. Non ci sono state conseguenze in termini di contagi. In Saarland e in Baviera invece le restrizioni sono state rigorose, e ancora ora lo sono. La danza tedesca è tra le più flessibili d’Europa: la cancelliera, Angela Merkel, ha dato completo potere decisionale ai governatori (non senza polemiche: come s’è detto, la goffaggine c’è dappertutto), fissando un tetto nazionale pari a 50 nuove infezioni ogni 100 mila abitanti nell’arco di una settimana. Oltre questa soglia, si devono reintrodurre le misure restrittive. A discrezione dei governatori dei Länder, riapriranno i centri commerciali (finora erano stati riaperti negozi più piccoli di 800 metri quadrati), le scuole e tutte le attività. I parrucchieri sono aperti da lunedì ma hanno già causato polemica: le file sono vietate ovunque, ma si sono create delle processioni. Così ora si può solo prenotare un appuntamento e a Berlino si deve anche rispondere a un questionario che dimostri l’urgenza dell’intervento di un parrucchiere. C’è anche allo studio la possibilità della ripresa del calcio professionistico: si parla del 15 o del 21 maggio per le prime partite a porte chiuse.


A livello centrale in Germania si decide solo la soglia: se si superano i 50 nuovi contagiati su 100 mila abitanti in una settimana, si chiude


 

L’ultima a ripartire sarà la Francia. L’11 maggio è la data fissata dal presidente Emmanuel Macron per la fase due, con contestuale riapertura delle scuole. In realtà proprio per la scuola ma anche per altre attività ci saranno rallentamenti: il numero dei contagi è ancora alto, i sindaci non vogliono che il governo metta fretta. E’ presto invece per valutare la riapertura di questa settimana in Grecia, Portogallo e Spagna. Soltanto alcuni appunti: in Spagna, il prolungamento dello stato d’emergenza è stato garantito dall’alleanza inedita e fino a un mese fa inammissibile per le stesse persone coinvolte tra il Partito socialista del premier Pedro Sánchez e Ciudadanos guidato da Inés Arrimadas. In Grecia, il premier Kyriakos Mitsotakis, ha alimentato una delle poche speranze oggi in circolo: il primo luglio il paese sarà riaperto ai turisti. In Portogallo, c’è stata una riconversione efficiente di molte aziende per la produzione di materiale sanitario: la Calvalex, che ha sede nel nord del paese, esporta il 90 per cento delle 200 mila mascherine prodotte a settimana in Inghilterra, Spagna, Francia e Irlanda.

 

L’economia del disgelo polacco. Secondo le stime economiche pubblicate ieri dalla Commissione europea, la Polonia è il paese che meno risentirà di questa crisi. La sua economia è solida e appena ha visto i primi casi italiani Varsavia ha chiuso tutto per evitare i danni alla sanità e per essere pronta a riaprire il prima possibile, imponendo la quarantena anche ai lavoratori transfrontalieri che ogni giorni dalla Polonia vanno a lavorare in Germania. Il premier, Mateusz Morawiecki, lo scorso fine settimana ha parlato ai polacchi di “nuova normalità” e di “economia del disgelo” e ha detto a tutti di rimanere ligi alle regole perché secondo gli esperti il picco deve ancora arrivare. Ma intanto sono arrivate le prime riaperture che hanno anche un senso politico: dimostrare che se tutto si sblocca, che problema c’è ad andare a votare questo fine settimana? I polacchi hanno ricominciato il loro “disgelo” dai parchi, dalle foreste e dalle chiese, consentendo le passeggiate, le escursioni e anche le messe. Da lunedì hanno riaperto i centri commerciali e gli alberghi, ieri gli asili nido e le scuole materne e sono stati eliminati gli orari di spesa per gli anziani, poi sarà il turno dei parrucchieri, dei bar e dei ristoranti, dei cinema e dei teatri. Si fissano nuove date, con un occhio ai numeri e sempre con restrizioni. Ma c’è anche lo scenario politico da considerare, i polacchi ancora non sanno se domenica ci saranno le elezioni presidenziali, così vuole il PiS, il partito di governo che è riuscito a far approvare alla Camera bassa del Parlamento una riforma della legge elettorale per consentire il voto per posta. Martedì la legge è stata bocciata in Senato, tornerà alla Camera e i polacchi scopriranno oggi o forse domani se saranno chiamati a scegliere il loro nuovo presidente domenica e alla Commissione elettorale rimarranno due giorni per sperimentare il nuovo sistema via posta. L’opposizione ha chiesto all’Europa di intervenire, non c’è stata campagna elettorale e questo sistema di voto non lo conosce nessuno, ma il PiS sembra meno interessato che mai a quel che pensa l’Ue. Anzi, ieri dopo la sentenza della Corte costituzionale tedesca sulla Bce, che ha messo in dubbio il primato del diritto comunitario su quello nazionale, il viceministro della Giustizia polacco si è sentito libero di gridare vittoria: “La Germania difende la propria sovranità. La Corte costituzionale tedesca ha detto che l’Ue può tanto quanto i paesi membri le concedono”. Benissimo, ha pensato il PiS, abbiamo sempre avuto ragione noi e la prossima volta che una sentenza della Corte di Giustizia Ue ci dirà che le riforme ledono lo stato di diritto risponderemo che “l’identità costituzionale di ciascuno degli stati membri è garantita, anche nei trattati”. Per chiarimenti, rivolgersi a Karlsruhe.


Un occhio ha chi ha appena riaperto. Atene è pronta a ripartire con il turismo dal primo luglio e a Madrid si stringono nuove alleanze 


Ai primi passi di danza indicati da Pueyo possiamo aggiungerne altri due: federalismo e flessibilità. Ad Andorra, quest’ultima ha avuto il sopravvento, ci vuole un’app solo per sapere quando e se si può uscire: nei giorni pari esce chi abita ai numeri civici pari, uguale per i dispari; le giornate sono divise per fasce orarie, alla mattina presto gli sportivi, a pranzo i più vulnerabili; la distanza sociale è posta a quattro metri e si consiglia di camminare nella stessa direzione delle automobili in modo che non ci siano flussi contrapposti troppo ravvicinati. Potendo scegliere, meglio Amsterdam che si è attrezzata con loculi bruttini ma distanziati per cenare sull’Amstel, un brindisi da fase due per gli affetti stabili, e anche per tutti gli altri.

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