Riecco il drive-in

Maurizio Stefanini

Icona degli anni Sessanta americani, può essere la soluzione del cinema ai tempi della pandemia. Storia di una madeleine, da Grease a Happy Days

Tornano i drive-in. Tra i massimi osservatori mondiali di ciò che può tirare dal punto di vista finanziario, il Wall Street Journal li ha appena ricordati come “un luogo di intrattenimento che sembra fatto su misura per una pandemia globale, dal momento che non richiedono agli utenti di essere in stretto contatto tra loro al di fuori del bozzolo delle loro auto”. Moltissimi giornali italiani hanno citato questa frase; nessuno ha ricordato l’immediato seguito dell’articolo, in effetti molto meno incoraggiante: “Ma lo stato di New York non ha incluso drive-in, e nessun teatro, nell’elenco delle attività essenziali a cui è consentito operare”. Infatti il titolo del servizio era in realtà inesorabile: “Lockdown da coronavirus significa che il drive-in è vietato”.

 

In Italia, però, sul drive-in come simbolo della fase 2 sembra esservi un singolare accordo, da nord a sud di una penisola dove per il resto ogni regione e ogni istituzione tira per conto proprio. In Lombardia, per esempio, diventa progetto pilota per far ripartire un piano già avviato per realizzare un drive-in al Vittoriale degli Italiani, la casa-museo di Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera. “D’Annunzio, che fra i primi si fece costruire un cinema privato in casa, sarebbe felice come me di dare questo segno di vitalità e di ripresa della gioia di vivere”, dice il direttore del Vittoriale Giordano Bruno Guerri.


Da Milano a Napoli passando per Roma. Tutti i multisala potrebbero riconvertire i loro parcheggi all’aperto, con una spesa minima


 

Ma anche a Napoli Luigi De Magistris sponsorizza un drive-in da realizzare entro l’estate nel parcheggio dell’Arena Flegrea – il cui direttore artistico è suo fratello Claudio. A Roma c’è un progetto Cinedrive con cui la Anec Lazio pensa di poter fare “da volano per tutta la filiera”, in attesa della riapertura delle sale “a settembre o ottobre”. Molte le possibili locazioni: l’arena all’aperto Cine Villag; Parco Talenti, che la scorsa estate aveva già organizzato una rassegna cinematografica; Piazza Vittorio; ponte Milvio; Caracalla; il laghetto dell’Eur… Ma tutti i multisala potrebbero riconvertire i loro parcheggi all’aperto, con spesa minima. E oltre una cinquantina di città avrebbero aderito a un progetto “Live – Drive In” ideato da un gruppo di società realizzatrici di eventi che cercano di inventarsi qualcosa per uscire dalla inattività forzata. “Sempre più vicini, sempre più protetti”, è lo slogan.

 

Un’Italia, dunque, di nuovo unita dal drive-in, e forse anche da un po’ di equivoci. Tra i tanti articoli a commento della nuova tendenza in moltissimi hanno citato “American Graffiti” e “Happy Days”, icone dell’epoca d’oro del drive-in. Anzi, non è solo ora. Situato a Roma nella zona tra Casal Palocco e Axa, il Metro Drive-in ha due record: fu il primo d’Italia, inaugurato il 29 agosto 1957 per i bagnanti del Lido di Ostia; e il suo schermo in cemento da 540 metri quadrati è il più grande d’Europa. Di grande successo negli anni Sessanta, fu abbandonato nel 1986, brevemente riaperto nel luglio 1997, e di nuovo utilizzato l’11 e 12 settembre 2015 con la proiezione di “Grease” e “American Graffiti”.


Il primo drive-in theater fu aperto il 6 giugno 1933 a Pennsauken, vicino Philadelphia. L’idea fu del signor Richard Hollingshead


 

Uscito nel 1978 a partire da un musical del 1971 ambientato nel 1958, “Grease” presenta alcune scene tra il romantico e l’ironico ambientate in un drive-in, che sono tipiche del modo in cui negli anni Settanta la generazione traumatizzata dal Vietnam cercava di azzerare il trauma tornando al decennio che lo aveva preceduto. In un drive-in sui cui schermi si vede prima la pubblicità del classico di fantascienza serie Z “The Blob”, poi cowboy al galoppo e infine l’inizio di un film con Jerry Lewis e Dean Martin, John Travolta-Danny Zuko offre a Olivia Newton John-Sandy Olsson il suo anello. “O Danny questo è molto importante per me, perché ora so che tu mi rispetti” commenta lei: salvo poi tirarglielo addosso quando lui prova ad allungare le mani. “Ma che cosa hai capito? Che bastava un anello per saltarmi addosso in questo veicolo peccaminoso?”. Dopo aver provato a buttare già una scusa tecnica, “guarda che non si può uscire a piedi dal drive-in”, a lui per il momento resta solo da lamentarsi cantando. “Lasciato a piedi al drive-in, / come un pazzo / cosa diranno / lunedì a scuola?”.

 

Si chiama Sandy anche la baby modella protagonista con Carlo Verdone di “Acqua e Sapone”, nel 1983. E anche lì c’è una scena di drive-in dove lei gli mette teneramente un piede in grembo per farselo scaldare: mentre un vicino esce dall’auto riaggiustando i calzoni dopo che con la partner è andato un po’ più a fondo, e commenta trucido “bello sto film!”.

 

Sono “citazioni” realizzate in tempi in cui il drive-in era già una madeleine del passato. Ma rimandano a un’epoca in cui effettivamente era occasione di intimità e dichiarazioni. “Do You Believe in Love at First Sight” dice nel 1960 in un drive-in la mora Ina Balin-Natalie Benziger, ideale contraltare alle bionde Sandy di Travolta e Verdone. “Tu ci credi all’amore a prima vista?”. “No”, risponde lui, che in realtà è già sposato, anche se molto male. Ma la sua “vista” è quella blu profondo di un Paul Newman allora 35enne, che ammette di essere “confuso”. Alla guida c’è lei, e dopo un minuto il bacio scocca lo stesso. Dal romantico, all’horror, al tormentato, nel 1962 a un drive-in James Mason-Humbert Humbert sta vedendo “La maschera di Frankenstein” assieme a Shelley Winters-Charlotte Haze e a Sue Lyon- Lolita. Quando il mostro si lancia su Petere Cushing, madre e figlia spaventate in contemporanea stringono la mano al professore – una la sinistra e l’altra la destra. Lui con la scusa di aggiustarsi gli occhiali sistema anche l’altra mano su quella della ragazzina, che a un nuovo soprassalto di tensione “raddoppia a sua volta”. Ma a quel punto ci si rimette la madre, che però stringe la figlia. Emblematico del pasticcio sentimentale chi si annuncia.


Ambientato nel 1958, “Grease” è il film con alcune scene iconiche, tra il romantico e l’ironico, che vengono girate in un drive-in


 

“American Graffiti” è del 1973, e rappresenta di nuovo l’epopea di una generazione che prova a resettare la Storia per cancellare ciò che è andato male: un esorcismo che, letteralmente, verrà poi anni dopo effettivamente rappresentato dalla trilogia “Ritorno al futuro”, che salta avanti e indietro per più epoche: 1985, 1955, 2015, addirittura 1885. E l’ultimo salto parte proprio da un drive-in… Giusto tra questi due film, tra il 1974 e il 1984, si girano gli episodi di “Happy Days”. La serie tv si svolge tra i Cinquanta e i Sessanta, e in Italia arriva nel 1977. In contemporanea a John Travolta, per continuare col gioco di rimandi. “American Graffiti” si svolge invece nell’agosto del 1962, e inizia con quattro amici che nella cittadina californiana di Modesto si incontrano nel parcheggio del Mel’s Drive-In al tramonto, prima che due di loro, la mattina seguente, partano per frequentare un college nell’east coast. Alla fine del film si saprà che i due rimasti sono morti poco dopo: uno nel 1964 per un incidente e l’altro nel 1965 in Vietnam. Dei due andati nella east cost uno è poi tornato a casa a fare l’assicuratore, mentre l’altro, per evitare l’Indocina, è espatriato in Canada, diventando scrittore. Meno drammatica, anche la saga decennale dei giovani adolescenti di “Happy Days” ha tra i suoi luoghi centrali il drive-in Arnold’s.

 

Attenzione, però! Né Arnold’s, né Mel’s riaprirebbero in fase 2. In italiano il drive-in è infatti il cinema, ma nell’originale inglese degli Stati Uniti indica qualunque tipo di fruizione “in auto”. Addirittura ci sono chiese drive-in. Per le due tipologie più diffuse bisogna comunque ulteriormente specificare se si tratta di un drive-in theater, dove si vedono film; o di un drive-in restaurant, dove si entra in auto per mangiare. E sia il locale iconico di “American Graffiti” sia quello di “Happy Days” appartengono in realtà a quest’ultima categoria. Come d’altronde quello di “Polyester”: film provocatorio del 1981 in cui John Waters col suo gusto dell’eccesso faceva servire al locale anche ostriche e caviale. O l’Hi Spot del film del 1984 “Footloose”. La Mel’s Drive-In è una catena nata nel 1947 che proprio grazie alla celebrazione di “American Graffiti” conobbe il rilancio da cui evitò una bancarotta.

 

Era una Mel’s Drive-in pure la gelateria in cui nel 1967 Spencer Tracy, giornalista liberal, va a cercare una “Coppa Speciale dell’Oregon” che deve aiutarlo a riflettere sul medico bravissimo ma negro che la figlia gli ha portato in casa come futuro genero. Primo assaggio: “Ma non è questo il gelato, questo non lo ho mai assaggiato in vita mia”. Secondo: “Però non è male, proprio per niente, ti dirò che mi piace”. Ma poi per uscire a marcia indietro va addosso all’auto di un nero, che lo riempie di improperi, e gli fa pagare 50 dollari di danni. “Ma che male ho fatto io? Meno del 12 per cento della popolazione di San Francisco è nera e io non posso nemmeno mangiarmi una Coppa dell’Oregon in pace senza trovarmeli tra i piedi!”. Come Travolta in “Grease” dovrà inventarsi qualcos’altro per riacchiappare Sandy dopo la grezza del drive-in theater, così anche Tracy in “Indovina chi viene a cena’” dovrà trovare in sede diversa dal drive-in restaurant l’ispirazione per affrontare il suo dilemma.

 

Il drive-in restaurant è più antico. Il primo fu il Kirby’s Pig Stand, aperto a Dallas in Texas nel 1921. Creò un modello che fece furore tra tra i Cinquanta e i Sessanta, che anticipò anzi altre catene di fast food come McDonald’s, Burger King, Taco Bell, Wendy’s o Sonic, ma che entrò in crisi proprio per la concorrenza di queste altre proposte. Scontò anche il passaggio dell’auto da icona di libertà e successo a occasione di stress di massa. Come ricordato, Mel’s la scampò grazie alla pubblicità di “American Graffiti”, ma il logo capostipite chiuse il suo ultimo esercizio nel 2006.

 

Il primo drive-in theater funzionò il 6 giugno 1933 a Pennsauken – vicino Philadelphia. L’idea fu del signor Richard Hollingshead, un rivenditore di parti di ricambio per auto con il problema di una mamma in grave sovrappeso. Tanto grave che non riusciva a entrate nelle sedie dei cinema di allora. Mettendo assieme due invenzioni di fine Diciannovesimo secolo divenute un simbolo della prima metà del Ventesimo, il drive-in offriva innanzitutto la possibilità di biglietti più economici. A quel tipo di spettacolo poteva poi andare un pubblico più popolare: non solo perché costava di meno, ma anche perché nella propria vettura non c’era l’obbligo di vestirsi a festa come l’etichetta ancora imponeva per i cinema. E poi si poteva guardare mangiando, cosa che nei cinema dell’epoca era altrettanto out. Per i gestori fu occasione di ulteriore guadagno, quella di distribuire un tipo di rinfreschi poi diventato appunto tipico dello spettatore di cinema e tv: i classici popcorn e Coca Cola. Nel 1943 i drive-in negli Stati Uniti erano già diventati un centinaio. Nel 1956 erano 4.000, e vendevano più biglietti dei cinema normali.

 

Nel resto del mondo, però, non attecchirono mai veramente, al di là di un po’ di imitazione. Non c’era ancora la motorizzazione di massa degli Usa, e neanche c’era la stessa disponibilità di terreno a buon mercato. Nel frattempo era cresciuta anche la tv, e per contrastarla i cinema furono costretti a sviluppare ulteriori offerte di tipo visuale o sonoro che chiusi in auto si coglievano malissimo. Nel frattempo, anche le sale normali avevano iniziato a vendere popcorn.


In italiano il drive-in è il cinema dal parcheggio, ma nell’originale inglese degli Stati Uniti indica qualunque tipo di fruizione “in auto” 


Un segnale della crisi incipiente è forse già il film del 1965 della Walt Disney “Fbi – Operazione Gatto”, dove il drive-in non è più occasione di parentesi romantiche, ma il luogo in cui i cerca di acchiappare un felino fuggiasco. A crisi consumata, il drive-in è stato spesso celebrato in un’aura gozzaniana da Altare del Passato. “L’altra faccia del vento” è un film che Orson Welles cercò di girare tra 1970 e 1976 ma che alla fine fu completato e distribuito solo nel 2018, da Peter Bogdanovich. E finisce con un’alba in cui i primi raggi di sole fanno scomparire le immagini proiettate sullo schermo di un drive-in. Ma nel 1968 lo stesso Bogdanovich nel suo primo film firmato come regista – “Bersagli” – mostra un reduce dal Vietnam uscito di testa che spara agli spettatori da dietro lo schermo di un drive-in. E questa immagine inquietante è stata spesso riprodotta. Sì, nel 1974 i due fuggiaschi di “Sugarland Express” si distraggono un attimo in un drive-in, a vedere i cartoni animati di Willy il Coyote. Ma nel 1983 in “I ragazzi della 56ª strada”, film che Francis Ford Coppola trasse da un romanzo del 1967, è in un drive-in che inizia lo scontro tra le due bande. Pure del 1983 è “Christine - La macchina infernale” di John Carpenter, da un romanzo di Stephen King. In un drive-in la ragazza del protagonista è imprigionata dalla vettura indemoniata. E del 1996 è “Twister”, da un’idea di Michael Crichton: un tornado si abbatte sui protagonisti proprio mentre stanno guardando in un drive-in “Shining” di Stanley Kubrik. In un drive-in si svolge anche il video di “Doo Dah! (Everybody Sing This Song!)”, cover di un pezzo folk americano del 1850, che nel 1999 rese famoso il gruppo danese dei Cartoons. Truccati da cartoni animati, a un certo punto i musicisti schizzano fuori dallo schermo e fanno uscire gli spettatori dalle macchine, per far ballare tutti dal vivo.

 

Fine simbolica di un millennio, che però vent’anni dopo col coronavirus può vedere i drive-in tornare: non solo per il film, ma anche per gli stessi concerti leggeri, per quelli classici, per il balletto, si dice addirittura per proiezioni di partite di calcio a porte chiuse e di gare di Formula uno. Così assicurano gli ideatori del Progetto Live Drive-In.

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