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1.460 euro all'anno dall'Ue

Paola Peduzzi, Micol Flammini e David Carretta

S’apre il vertice europeo del bilancio pluriennale, quello in cui si litiga per i soldi. Ecco tutto quello che c’è da sapere, soprattutto una cosa: l’Europa ci conviene

Il vertice del budget europeo si apre oggi, e non si sa quando finirà. Domani o sabato o addirittura domenica: i leader europei si sono tenuti liberi, sono pronti alle nottate di bi-trilaterali, occhi stanchi e maniche di camicie arrotolate: bisogna trovare un accordo. “Stiamo per perdere il 2021 e, se si va oltre, perderemo il 2022”, ha detto una fonte europea, e il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, al suo esordio su un tema decisivo com’è il budget per l’Unione europea dei prossimi sette anni, vuole un accordo nei prossimi giorni. La questione è sempre difficile, si litiga molto, ognuno difende i propri interessi e le proprie casse, ma quest’anno c’è una variabile in più: si chiama Brexit e significa un buco di 75 miliardi di euro – tanto vale l’assenza degli inglesi. Michel ha già fatto sapere che ci saranno correzioni e compensazioni per i paesi che più dovranno pagare per riempire il buco della Brexit: Germania, Olanda, Austria, Danimarca, Svezia. E’ il cosiddetto sistema dei “rebate”, gli sconti per questi paesi che dovranno contribuire maggiormente al budget: i “rebate” sono pagati dagli altri paesi. Non si sa quale sia il costo complessivo di questi sconti: c’è chi parla di 40 miliardi di euro ripartiti sui sette anni, ma ancora non è stato deciso il meccanismo per la distribuzione tra i beneficiari e quella tra i paesi che li finanzieranno. I dettagli da definire sono tantissimi: è probabile che si arrivi a un accordo di massima, da definire in un successivo vertice straordinario. Intanto è tutto volontà politica e compromesso. Con un grande rischio: che per compiacere i delusi si finisca per non destinare i fondi ai progetti innovativi, quelli che possono garantire la trasformazione europea in termini di competitività e rilevanza internazionale.

 


Elaborazione grafica di Enrico Cicchetti


 

Di che cosa stiamo parlando. Il negoziato sul bilancio 2021-2027 dell’Ue sarà di mille miliardi di euro, più o meno. E questo “più o meno” – qualche decina di miliardi di euro – fa tutta la differenza.

  

La Commissione europea ha proposto, già nel maggio del 2018, che il budget sia l’1,11 del pil europeo, cioè 1.135 miliardi di euro per sette anni. Il Parlamento europeo ha proposto – nel novembre del 2018 – l’1,30, cioè 1.324 miliardi in sette anni. La presidenza di turno finlandese, nel semestre scorso (a dicembre, per la precisione), ha proposto il primo compromesso: l’1,07 per cento del pil, cioè 1.087 miliardi in sette anni, ma al Consiglio europeo di metà dicembre 2019 non si era raggiunto alcun accordo. Ora c’è il compromesso proposto da Michel: 1,074 per cento del pil, pari a 1.094 miliardi in sette anni. E’ questa la base di partenza per il vertice che si apre oggi.

Quanto abbiamo speso in passato? Il bilancio pluriennale 1993-1999 destinava al budget l’1,25 per cento del pil. Il bilancio 2000-2006, l’1,09 per cento. Il bilancio 2007-2013, l’1,12 per cento. L’ultimo bilancio, quello del 2014-2020, ha destinato l’ 1,00 per cento del pil europeo.

 

E a me, quanto costa l’Europa? Questo è il dato più interessante di tutta la faccenda del budget. Ricordiamocelo in questi giorni di negoziati, quando voleranno numeri enormissimi, e ancor più in futuro, quando sentiremo dire che l’Europa è inutilmente costosa. Se dovesse essere accettato il compromesso Michel, l’Europa costerà a ogni cittadino europeo 0,78 euro al giorno (ognuno faccia le proprie riflessioni, una delle prime che è venuta in mente a noi: costa meno di un pacchetto di figurine Adrenalyn, cinque carte di cui spesso almeno due doppie). Per noi italiani, il saldo è ancora più vantaggioso: ricordiamocelo. Spendiamo 0,78 euro al giorno, ma abbiamo un guadagno giornaliero di 4 euro grazie ai benefici derivanti dal mercato interno oltre che dai fondi europei che l’Italia riceve per l’agricoltura e la coesione. Dovremmo tenercela stretta, l’Europa.

 

Trovare un punto in comune sarà difficile, ognuno ha le sue rivendicazioni da esporre come può. Per capire come la pensano i vari paesi membri sul budget li abbiamo divisi in una mappa. Gli schieramenti principali sono due, ma attenzione alle sfumature!

 

I frugali. Olanda, Danimarca e Svezia non hanno mai rinunciato alla loro frugalità. Dall’Austria qualcosa, i paesi meno frugali, avrebbero potuto aspettarsi, ma Vienna è così, quando prende posizione lo fa in modo definitivo. I quattro frugali sono molto agguerriti, lunedì hanno pubblicato una lettera sul Financial Times per mettere in chiaro che non faranno passi indietro sul budget: il tetto dell’1 per cento del pil non si tocca. E questa è soltanto la prima condizione, reputata anche generosa, se si considera l’inflazione che “significa più denaro in termini nominali rispetto al quadro finanziario attuale”, hanno scritto sul FT. La seconda condizione riguarda la destinazione dei finanziamenti. Secondo i quattro bisognerebbe aumentare le risorse da mettere a disposizione di immigrazione e sicurezza e di un’economia innovativa e competitiva. Poi, almeno il 25 per cento, dicono i quattro, dovrebbe essere dedicato alle politiche ambientali. Sanno anche dove andarli a prendere questi soldi, lì dove al resto dell’Europa fa più male: dai fondi di coesione e per l’agricoltura. Terza condizione: “Vincolare la spesa all’effettiva attuazione degli obiettivi politici europei e al rispetto dello stato di diritto”, un riferimento chiaro a Polonia e Ungheria. Sebastian Kurz (Austria), Mark Rutte (Olanda), Mette Frederiksen (Danimarca) e Stefan Lofven (Svezia) hanno detto che sono queste le misure indispensabili per proteggere i “singoli stati” e fare in modo che non siano costretti a contribuire in maniere eccessiva “agli oneri di bilancio” dopo la Brexit. Ma questa tendenza alla frugalità ha anche delle origini interne: tenere a bada certe spinte euroscettiche nei loro paesi.

 

Gli amici della coesione. Sono il gruppo più numeroso, diciassette paesi del sud e dell’est Europa. Italia, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Grecia, Lettonia, Lituania, Polonia, Portogallo, Spagna, Malta, Repubblica ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Questi paesi vorrebbero che tutto rimanesse com’è, soprattutto vogliono preservare il livello attuale di fondi per agricoltura e coesione. Il gruppo è vasto e anche molto variegato, al suo interno ci sono Varsavia e Budapest, le terribili torturatrici dello stato di diritto che durante il vertice si accapiglieranno proprio su questo tema: volete fare dell’erogazione dei fondi una questione morale? Dovrete passare sul cadavere del nostro europeismo. E’ quello che ha detto anche Mateusz Morawiecki, premier polacco, in un editoriale sul quotidiano tedesco Welt, in cui ha aggiunto che ogni euro speso per Visegrád produce ricchezza anche per gli altri. La Polonia inoltre è l’unico paese che si è opposto al Green deal europeo e a cedere parte dei fondi dell’agricoltura per destinarli all’ambiente, non ci pensa proprio. Tra gli amici della coesioni c’è anche chi è disposto ad andare verso un compromesso: l’1,11 per cento. Questi sono Spagna, Romania, Croazia, Lituania, Slovacchia, Malta e Slovenia. Paesi come Estonia e Ungheria spingono invece per l’1,16. Il Portogallo che teme terremoti politici con il ridimensionarsi dei fondi per la coesione, dice che è disposto ad accettare dall’1,11 all’1,3 per cento. L’Italia ritiene il compromesso proposto da Michel inadeguato, spinge per l’1,11.

  

Francia, felice del compromesso. La Francia è la nazione meno toccata dalla Brexit. Per cui va bene il compromesso proposto da Michel (l’1,074 per cento del pil), non serve fare troppo rumore, anche perché dalla riduzione dei fondi per l’agricoltura non ci rimetterrebbe troppo. Vedremo un Emmanuel Macron più calmo, anche se una battaglia da portare al vertice ce l’ha, vuole che il quadro di bilancio dell’Ue colleghi la distribuzione dei finanziamenti al rispetto dello stato di diritto. Ha gli occhi puntati su Ungheria e Polonia, contrarie al principio di condizionalità.

 

Germania e Finlandia, le semifrugali. Le due nazioni vorrebbero un tetto dell’1 per cento del pil. Ma sono disposte ad andare oltre, l’importante è ridurre le spese per agricoltura e coesione, caratteristica che le rende molto vicine ai frugali, ma se si tratta di spendere di più per i finanziamenti green, ma anche per ricerca e difesa, ben venga. Anche loro sono pronte a combattere per la difesa dello stato di diritto.

 

Ahi! Lo stato di diritto. Ungheria e Polonia arrivano a Bruxelles accigliate e sbattendo i pugni. L’obiettivo è uscire dal vertice con i loro fondi per la coesione e l’agricoltura tutti interi e senza la condizionalità sullo stato di diritto.

I defilati. Belgio, Lussemburgo e Irlanda si tirano fuori dalla discussione. Non fanno parte del gruppo dei frugali, sono disposti a spendere più dell’1 per cento, ma meno dell’1,11. Non saranno loro ad accapigliarsi, un compromesso può andare bene.

 

Le parole chiave. Ci sono parole di cui sentiremo parlare molto da domani. Alcune sono desideri, altre sono un mantra, altre sono incubi. Tutte faranno arrabbiare. Agricoltura. La politica agricola comune potrebbe subire dei tagli da 45 miliardi di euro rispetto ai 7 anni precedenti. I fondi per l’agricoltura fanno discutere da sempre, il famoso “rebate” della Thatcher – “want my money back” gridato nel 1984 – insisteva soprattutto su questo punto: la maggior parte del budget Ue era destinata alla politica agricola e Londra non ne aveva bisogno. Certe distinzioni continuano ancora oggi e i paesi che da sempre fanno battaglia contro questi fondi, i frugali e i semifrugali, vorrebbero destinare parte di quel denaro ad altro. Per esempio al clima. Clima. La promessa fatta dalla Commissione von der Leyen è quella di raggiungere le emissioni zero entro il 2050. Bisogna lavorarci, convincere chi frena, dimostrare che si può e soprattutto trovare i soldi. Germania e Finlandia hanno detto che per aumentare gli investimenti per il clima sono anche pronte a superare l’1 per cento. Per i frugali anche il clima è importante (ma facciamolo rientrare nell’1 per cento). Tra gli amici della coesione c’è chi al verde non ha intenzione di pensarci. I paesi dell’est sono i più scettici, hanno un’economia ancora molto legata al carbone, e la Polonia a dicembre si è rifiutata di sottoscrivere il progetto con gli altri paesi, dovrebbe spendere 60 miliardi per realizzare gli obiettivi già fissati dall’Ue per il 2030. Ha detto che vuole essere sicura che i soldi ci saranno. La Commissione vuole mettere a disposizione un fondo, il Just Transition Fund, di 7,5 miliardi di euro, che vanno trovati, e sbandiera che il 25 per cento del bilancio sarà per il Green deal, ma dimentica di dire che già oggi il 20 per cento è considerato verde. Stato di diritto. Lo stato di salute della democrazia europea è dato dallo stato di salute delle singole democrazie. Se due stati soffrono, vuol dire che la democrazia europea non sta molto bene. Il rispetto dello stato di diritto è diventato una questione centrale nel dibattito tra paesi membri da quando l’Ungheria prima e la Polonia poi hanno incominciato ad approvare leggi illiberali. Contro questi atteggiamenti, la Commissione non è riuscita a fare molto e alcuni stati hanno proposto di introdurre un nuovo principio nelle regole del budget: la condizionalità per il rispetto dello stato di diritto. Veto. In Europa va così, bisogna essere tutti d’accordo per decidere. Che dal vertice possa uscire una decisione in tempi brevi è molto difficile. La regola dell’unanimità dà a ogni stato membro il diritto di veto. Tutti vogliono uscire dal vertice dicendo di aver vinto, nessuno vuole tornare nel suo paese da sconfitto. Il veto sarà l’arma più usata per far sentire il proprio peso.

 

Tormento Turingia. Mentre la Germania deve negoziare il budget e i “rebate”, la crisi nata in Turingia non si è ancora placata. Andò così: il partito di Angela Merkel, la Cdu, si ritrovò a votare il governatore liberale della Turingia assieme alla destra estrema, l’AfD, nonostante avesse sempre escluso qualsiasi patto con i partiti estremisti. Annegret Kramp-Karrenbauer, leader della Cdu e delfina designata della Merkel, si è dimessa: “imperdonabile”, quel che è accaduto in Turingia, aveva detto la Merkel, e non ha perdonato. Ora però bisogna nominare un nuovo governatore che debba prendersi cura del Land in vista della ripetizione delle elezioni. E’ stata proposta l’ex premier della regione, Christine Lieberknecht, esponente della Cdu, ma per essere confermata ha bisogno dei voti della Linke, che qui è il primo partito. Così ora protesta l’ala destra della Cdu: s’era detto con gli estremisti mai, e allora perché la Linke, erede della stagione comunista, va bene? Il conflitto è destinato a durare: si cerca un successore della Merkel che lo sappia governare. A tutti i maschi pretendenti al trono, s’è aggiunto il presidente della commissione Esteri, Norbert Röttgen, che è dell’ovest come gli altri. A differenza loro però ha già detto due cose molto significative: la prima è che la Merkel deve finire la legislatura come cancelliera; la seconda è che la Cdu è “un partito di centro”, e deve tenere alte le barriere contro gli estremi, di destra e di sinistra.

 

In fondo a destra. Viktor Orbán ha scritto al Partito popolare europeo per dirgli che lo ama ancora. Fidesz, che governa l’Ungheria da dieci anni, è stato sospeso dalla sua famiglia europea che dovrebbe prendere una decisione sul suo conto, ma non ci riesce. Nel dubbio, non sapendo se riammetterlo o cacciarlo, lo lascia in sospeso. Una pausa di riflessione lunga quasi un anno. Intanto Orbán gira il mondo e stringe mani, si gode i corteggiamenti delle destre più estreme ma continua a dire di essere un popolare. Nella lettera dice al Ppe che potranno rimanere insieme per sempre. Se soltanto il partito capisse che a sbagliare non è l’Ungheria, ma gli altri. Per il primo ministro ungherese la soluzione è semplice, i popolari devono ammettere che stanno tradendo la loro natura e che il futuro è tutto a destra. Basta quindi alleanze con i liberali o con i socialisti, c’è un mare di conservatori pronto a governare l’Europa con il Ppe. I popolari gli piacciono tanto, gli piacciono tutti, tranne uno, il loro presidente. Scrive Orbán che Donald Tusk non ha capito la vera missione del Ppe, che ha portato i suoi interessi polacchi dentro al partito. Un futuro insieme è possibile, dice il premier ungherese, l’importante è convincersi che la strada giusta la detterà lui: il Viktator, come lo chiamava un altro popolare, l’ex presidente della Commissione Jean-Claude Juncker.

 

Ma ora l’attenzione è tutta sul vertice. Michel ha detto ai leader europei: portatevi diverse camicie. La fermata della metropolitana di Schuman, dove si tiene il vertice, resterà chiusa fino a sabato.

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