Bodo Ramelow ieri ha pianto quando per un voto non è stato riconfermato governatore della Turingia (foto Martin Schutt/dpa via AP)

Le crepe in casa

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Scandalo in Turingia: il partito della Merkel si allea con l’AfD per eleggere il governatore. I cordoni sanitari della destra europea che cedono, i guai di alcuni sovranisti, un sogno nordico

Davanti agli studenti dell’Università Jagellonica di Cracovia, Emmanuel Macron ha ritrovato la sua ispirazione europeista. I saluti agli inglesi sono ancora lì, dolorosi, e la Polonia è uno di quei paesi di frontiera (est) che si sentono sempre un po’ scomodi in Europa, e spesso l’insofferenza è ricambiata. Il presidente francese ha detto “alla giovane generazione europea” che “l’Europa è un’avventura impossibile, pensata da dei sognatori e portata avanti dai popoli. Tutti i cinici da sempre la vogliono distruggere, altre persone hanno provato a rallentarla. Ma voi siate folli e siate sognatori, non cedete ai venti pericolosi, non cedete alle menzogne. Guardate lontano, guardate grande, guardate oltre quello che vediamo noi”. La retorica macroniana fa da base alla conferenza sul futuro dell’Europa che è stata avviata dal Parlamento europeo e all’obiettivo di rafforzare il ruolo dell’Ue nel mondo: è la lezione della Brexit. Restare uniti è diventato l’imperativo, sia per maneggiare il negoziato con gli inglesi – non sarà affatto facile – sia per ricomporre alcune fratture interne. Ma come in tutte le famiglie, le crepe ci sono. Una corre lungo il Partito popolare europeo: ha a che fare con la sfida identitaria della destra (non soltanto europea) ma anche con lo scontro più ampio tra sovranisti e liberali, che ci riguarda tutti. L’altra crepa è ai confini dell’Ue, e riguarda l’allargamento: riuscirà l’Europa a far posto per accogliere altri paesi che da anni ambiscono a veder riconosciuto il loro sentimento europeo? Soprattutto: ne hanno voglia?

Oggi camminiamo lungo queste crepe, e il primo passo è in Turingia, dove ieri è successa una cosa impensabile.

 

Tu quoque, Turingia? Dal 2014 Bodo Ramelow, esponente moderato della Sinistra (la Linke), guidava la Turingia con una coalizione rosso-rosso-verde. Alle elezioni di ottobre il suo partito aveva preso il 31 per cento, ma tutta l’attenzione si era riversata sul 23,4 per cento ottenuto dall’AfD, che in questo stato della Germania centro-orientale ha trovato la sua espressione più estrema. Spenti i riflettori, Ramelow si è messo a costruire la sua coalizione, puntava a un governo di minoranza e non a una riedizione della coalizione con l’Spd e i Verdi, ma per due volte la maggioranza dei due terzi non c’è stata. Ieri bastava la maggioranza semplice, e Ramelow pensava fosse fatta. Invece ha perso di un voto – la sua foto con le dita sugli occhi per coprire la disperazione è diventata già il simbolo di un pasticcio enorme – contro Thomas Kemmerich, esponente del partito liberale dell’Fpö che è stato eletto grazie ai voti della Cdu e dell’AfD. Per la prima volta, un governatore regionale viene eletto con i voti del partito dell’estrema destra – qui in Turingia è estremissima – e a fare scandalo è soprattutto il fatto che si sia concretizzata un’alleanza tra il partito della Merkel e l’AfD. Mentre Kemmerich festeggiava incredulo, la notizia scuoteva la Cdu locale e subito quella nazionale: c’è chi dice che sarà questa, e non le tante minacce socialdemocratiche del passato, la tomba della Grande coalizione della Merkel. Jeremy Cliffe, che ha lavorato a Berlino per l’Economist e ora è al NewStatesman, commenta su Twitter: “I precedenti politici europei dicono che una volta che il cordone sanitario si rompe come in Turingia, è quasi impossibile ricostruirlo”. Cliffe elenca poi i precedenti: l’alleanza tra popolari spagnoli, Ciudadanos e l’estrema destra di Vox in Andalusia, il Brexit Party che non si è candidato in alcuni seggi per favorire i Tory, la charme offensive del Rassemblement national verso i Républicains in Francia, l’alleanza tra estremisti e moderati nella contea della Scania in Danimarca. Dal piccolo poi si arriva al grande. Nella lista dei cordoni sanitari spezzati c’è anche “la tolleranza del Partito popolare europeo verso Viktor Orbán”.

  

Per la prima volta un governatore regionale tedesco viene eletto
con i voti dell’estrema destra. Le ripercussioni a Berlino

 

Il futuro è in fondo a destra. Il Ppe ha ufficialmente confermato la sospensione del partito al governo in Ungheria, mantenendo uno status quo invero bizzarro. Quando si prenderà una decisione? Chissà, forse mai, comunque una data non è stata fissata. Questo non soltanto indebolisce la famiglia popolare, che si è ritrovata estremamente divisa nella gestione di Viktor Orbán e delle sue provocazioni, ma anche l’approccio collettivo dell’Europa nei confronti di quelli che Macron chiama “i cinici”. E per di più è tutto un chiacchierare, ipotizzare, lanciare, ritirare nuove coalizioni: è come se la vicenda irrisolta tra il Ppe e Orbán si fosse trasformata in un gigantesco annuncio immobiliare: cerco casa. Il corteggiamento più recente c’è stato due giorni fa a Roma alla National Conservatism Conference, dove si tracciavano i perimetri di un’eventuale prossima casa del sovranismo europeo. Ed è stato tutto uno strattonarsi di trofei, che fosse Margaret Thatcher (come ha fatto Orbán, ospite d’onore, che ha raccontato di essere andato a trovare l’ex premier britannica che aprendogli la porta, senza nemmeno salutarlo, lo ha accolto dicendogli: “Stai sbagliando tutto”) o la giovane Marion Maréchal, assediata dalle telecamere, che ha scelto la strada della didattica: il sovranismo s’impara a scuola. La ricollocazione europea, il cambiamento di casa, è molto più complicato di così, ma l’obiettivo dei sovranisti è proprio questo: farla facile. Se non sto con te, sto con quell’altro. Però se poi si guarda da vicino questo corteggiamento apparentemente sfrontato, si vede che i guai dei sovranisti si ammonticchiano e che l’unico che sembra immune è proprio Orbán, per una semplice ragione: non sceglie da che parte stare, finge di poter stare con tutti, tutti gli credono. Nell’ambiguità, gli assegni europei per l’Ungheria continuano comunque a essere emessi: va bene così.

  

La sospensione prolungata di Orbán nel Ppe sembra essersi trasformata
in un annuncio immobiliare: cerco casa

   

Sovranisti nei guai /1. Marine Le Pen non è in gran forma e non lo è nemmeno il suo partito. Alle elezioni europee la leader del Rassemblement national si era lasciata rubare la scena da Matteo Salvini, in un video poco prima del voto aveva annunciato che lasciava a lui, alla sua energia, il compito di ricostruire l’alleanza tra l’estrema destra europea. La verità era che la foga del leader leghista aveva divorato anche la solidità estremista attorno alla quale Marine Le Pen sembrava aver costruito li suoi legami internazionali. Oltre ai problemi di una leader stanca, che si vede sorpassare in popolarità anche da sua nipote, ci sono i problemi finanziari e giudiziari di un partito che si è affidato a finanziatori non chiarissimi. Una banca russa nel 2014 avrebbe prestato 9,4 milioni di euro all’allora Front national, servivano a vincere le elezioni del 2017, come ha scritto il Washigton Post. Sappiamo come è andata a finire, Marine ha perso, il partito ha cambiato nome e la banca russa è scomparsa, ma il debito è rimasto. Nel marzo 2016, è stato trasferito a una società di noleggio auto russa, denominata Conti, e poi venduto a una compagnia chiamata Aviazapchast . La vicenda si è complicata ancora e i guai per Marine Le Pen sembrano non finire più, anzi adesso anche i russi se la sono presa con il Rassemblement national. La Aviazapchast avrebbe denunciato il partito che dovrà presentarsi in Russia in tribunale il 2 giugno per spiegare il mancato rimborso di un prestito, a scoprirlo è stata l’Afp che ha anche contattato il tesoriere del Rn, Wallerand de Saint-Just: ha assicurato che il partito ha ottimi rapporti con i suoi creditori e sta ripagando il debito. Ma i soldi da restituire si stanno accumulando: 4,2 milioni di euro dovranno essere restituiti a Cotelec, l’associazione di Jean-Marie Le Pen che nel 2017 aveva prestato 6 milioni di euro per la campagna presidenziale, scrive il Monde. Subito dopo le elezioni Rn avrebbe accettato un prestito di quasi 8 milioni da un uomo d’affari francese che lavora in Africa, Laurent Foucher, ma Mediapart sostiene che potrebbe trattarsi di un prestanome. Anche lo stato francese chiede dei risarcimenti. Il rischio è arrivare alle presidenziali con le casse vuote.

 

Sovranisti nei guai /2. Thierry Baudet, leader del partito olandese FvD, è scivolato nell’errore più comune tra i politici, soprattutto di estrema destra, la passione di Twitter e la tentazione di fare del social un tribunale pubblico. La scorsa settimana si era scatenato contro un gruppo di “marocchini”, che in treno avevano molestato delle donne olandesi. Il tuìtt si concludeva con un invito a votare il suo partito per fare in modo che cose del genere non accadano più: “Oh caro, popolo olandese infantile e ingenuo! Vota ora finalmente per il cambiamento. Liberati da questa assurdità politicamente corretta! Salva questo paese. #FVD”. Non poteva aprirsi con parole più plateali una figuraccia internazionale. Le ferrovie hanno chiarito che “i marocchini” erano dei controllori e “la molestia” era una richiesta del biglietto. Le donne non volevano mostrare il titolo di viaggio, lo avevano ma non credevano che fossero veri controllori. La polizia olandese sta valutando la possibilità di denunciare Baudet: “Stiamo esaminando se è stato commesso un crimine. Se c’è, lo segnaleremo”. Il politico, anche lui martedì a Roma tra i nuovi conservatori, si è scusato: “Ho agito in modo troppo rapido e con troppa fermezza”. Ma l’intimidazione, ha detto, rimane.

 

Sovranisti nei guai /3. Anche in Germania l’estrema destra ha problemi finanziari. Non solo i finanziamenti illeciti dell’AfD, storia vecchia ma in continuo aggiornamento: a fine novembre lo Spiegel aveva scritto che il partito aveva ricevuto 55 mila euro di donazioni che non erano state correttamente registrate. Oltre al partito anche uno dei suoi leader, Alexander Gauland, adesso è indagato. I pubblici ministeri di Francoforte hanno chiesto al Bundestag il permesso di eseguire confische e perquisizioni, Gauland è indagato per evasione fiscale ma finora aveva l’immunità, che giovedì i deputati gli hanno revocato. Sono state perquisite le sue case, a Potsdam e a Francoforte, ma l’AfD ha detto alla stampa che si tratta soltanto di un conteggio sbagliato. La Turingia ha però fatto risollevare il partito di estrema destra, è impensabile che non ci saranno delle conseguenze nazionali ora che il centro destra e la destra estrema hanno preso la prima decisione insieme, si sono specchiati e hanno scoperto di essere più vicini di quanto pensassero. I guai rimangono, ma con una prospettiva in più per il partito di Gauland.

 

Il nuovo piano per l’Allargamento dell’Ue è nato per piacere alla Francia.
Ma sul fatto che sia nuovo davvero c’è qualche dubbio

  

Sovranisti nei guai /4. Dovete sospendere Daniel Kawczynski, parlamentare conservatore inglese di origini polacche: è quello che chiedono alcune associazioni ebraiche e musulmane nel Regno Unito. Kawczynski ha partecipato alla conferenza romana assieme “ad antisemiti, islamofobi e omofobi”, e questo è inaccettabile per un rappresentante dei Tory, hanno detto alcuni laburisti. Kawczynski ha liquidato la questione con: è una scenata isterica, in quel consesso ci si scambiano idee. Ma la pressione è aumentata, soprattutto da parte delle associazioni contro l’antisemitismo che vedono in questo ricomporsi di una destra estrema una minaccia esplicita. Per i politologi inglesi è anche un test per Boris Johnson: che destra vuole rappresentare? E’ una domanda che si pongono tutti, ma il premier inglese sembra affaccendato in tutt’altro, e il quartier generale dei Tory ancora non si è fatto sentire.

 

Allargati, ma selezionati. Dopo aver assistito al countdown su Downing street, e anche sulle scogliere di Dover, l’Unione europea deve ancora riprendersi. Gli inglesi sono quello che sono, certamente, ma l’uscita di Londra è stata un fallimento per tutti. Bisogna rialzarsi in fretta, distrarsi e a meno di una settimana dalla Brexit gli europei stanno pensando a come far spazio per nuovi arrivati, che non saranno come la Gran Bretagna, questo lo dicono soprattutto le casse dell’Ue oltre a qualche cuore europeista, ma hanno diritto a far parte della famiglia. Francia e Germania la pensano in modo diverso, Angela Merkel crede che sia necessario lasciar entrare Macedonia del nord e Albania e andare avanti con le trattative anche di Montenegro, Serbia, Bosnia Erzegovina e Kosovo. Il ragionamento della cancelliera è: i Balcani confinano con l’Unione e se quel posto non sarà occupato da noi, arriveranno gli altri. Gli altri sono la Cina e la Russia. La Francia invece ha bloccato i negoziati a ottobre, l’ingresso nell’Ue deve essere più più selettivo, altrimenti anche chi sta dentro inizierà a nutrire dei dubbi sull’importanza di essere europei. E poi, ha continuato Emmanuel Macron, che durante il Consiglio europeo di alcuni mesi fa è stato inamovibile, abbiamo già i nostri problemi di famiglia, perché accollarci problemi di chi è più problematico di noi? Logico, ma anche un po’ miope, dov’è l’europeismo, dove sono i valori europei? La Macedonia del nord per iniziare i negoziati ha anche dovuto cambiare nome, ferita dolorosissima. Ma se davvero i paesi Ue ci tengono tanto ad avere anche i Balcani, ha detto il ministro francese per gli Affari europei Amélie de Montchalin, si sbrigassero a fare quello che ha chiesto la Francia.

 

Ieri il commissario ungherese per l’Allargamento, Olivér Várhelyi, dopo aver presentato il nuovo piano, ha detto a Politico che per fare qualcosa di nuovo era stato necessario assemblare vari pezzi e anche sull’aggettivo “nuovo” ha invitato a usare delle precauzioni. Questo piano consente ai paesi già membri di sospendere in qualsiasi momento i negoziati con chi vuole entrare, può sospenderli se ritiene che un paese sia rimasto indietro e se non ci sono dei progressi consistenti nel raggiungere i parametri richiesti dall’Ue. I governi dei paesi membri inoltre potranno giudicare i progressi dei candidati, finora se ne occupava la Commissione ma è stata giudicata troppo ottimista. A chi preme per entrare però l’Ue promette più denaro per adempiere alle richieste europee. Várhelyi ha detto che dovrà trattarsi di un processo politico e non soltanto amministrativo. La Commissione è convinta di aver costruito “un ponte per la Francia”, che aveva definito “bizzarro” il potenziale ingresso di Albania e Macedonia del nord. Ieri in Albania c’era il presidente del Parlamento Ue David Sassoli e ha detto che nell’ingresso di Tirana non c’è nulla di “bizzarro” , anzi, si è augurato che avvenga presto. La confusione resta tanta in famiglia, il rischio è che per fare come vuole Parigi si accumulino ritardi e conseguenze.

 

 Certi leader europei sanno parlare del sogno americano meglio di certi leader americani. Il modello nordico

 

I have a dream. Dopo esser scivolate sulle crepe europee, abbiamo trovato un leader che parla di sogni. Sanna Marin, primo ministro della Finlandia (sì, “la donna premier più giovane del mondo” che ha fatto sospirare tutti in Europa e di cui nessuno ricorda il nome. Non è nemmeno più la più giovane: l’austriaco Sebastian Kurz ha un anno di meno), ha detto in un’intervista al Washington Post di essere una grande fan del sogno americano. La Marin celebra il sogno con enfasi, ma anche con la consapevolezza che l’America odierna è diventata più cupa e meno sognante. E così azzarda: non c’è posto migliore della Finlandia e del nord europeo per realizzare il sogno americano. “Qui ogni bambino, indipendentemente dalle sue origini e dalle origini della sua famiglia, può diventare quello che vuole”. La Finlandia ha gli abitanti del Minnesota (5 milioni e mezzo) pure se è grande come la California, e il modello nordico soffre di questo suo essere piccino. Ma certi sogni non hanno a che fare con le dimensioni, e certi leader europei sanno parlare di sogno americano meglio di certi leader americani.