Salvini e l'irreversibilità dell'estremismo

Claudio Cerasa

Dal circo sulla Gregoretti alla giustizia via citofono. Dalla farsa sull’antisemitismo fino ai bambini usati come al Palasharp. Perché la campagna che si chiude oggi ha offerto nuove e solide ragioni per inquadrare l’irredimibilità del leader della Lega

Non sono infortuni, non sono provocazioni, non sono scivolate ma sono segni che indicano qualcosa di diverso, di più profondo, di più intimo: la natura più sincera di una leadership, il suo carattere senza filtri, il suo vero volto al di là della maschera. Il film di questa interminabile campagna elettorale, cominciato più o meno il giorno dopo l’estromissione della Lega dai palazzi del governo, ci dice molte cose sui protagonisti dei vari duelli che si andranno a disputare questa domenica tra la Calabria e l’Emilia-Romagna, ma ce ne dice una in particolare sul politico che in entrambi i contesti sarà certamente al centro dell’attenzione più di chiunque altro: Matteo Salvini. In Calabria e soprattutto in Emilia-Romagna il risultato che ci verrà consegnato domenica sera sarà prima di tutto l’esito di un referendum su Matteo Salvini. Ma più che avventurarci in complicati pronostici, il ragionamento utile da fare oggi riguarda un elemento specifico del carattere salviniano emerso negli ultimi mesi di campagna elettorale: la sostanziale irredimibilità del leader della Lega. Lo scoppolone ricevuto tra capo e collo la scorsa estate dopo i pieni poteri chiesti dal Papeete aveva indotto in una prima fase Matteo Salvini a cercare un cambio di registro, a rimodulare il suo estremismo, a coltivare il suo atlantismo e a mettere da parte la propria grammatica antieuropeista alla ricerca di una qualche forma di presentabilità. Salvini ci ha provato, e l’intervista rilasciata mesi fa al nostro giornale in cui prima di rimangiarsi le sue stesse parole diceva che l’euro è irreversibile, ne è stata una piccola testimonianza, ma con il passare del tempo non c’è stata una sola settimana in cui il leader della Lega non abbia dimostrato che i suoi tentativi di moderazione non hanno nulla a che fare con un cambio di registro ma sono solo dei tentativi di indossare delle maschere utili a nascondere il vero volto – questo sì irreversibile – della sua Lega. E da questo punto di vista gli ultimi scampoli di campagna elettorale hanno mostrato bene cosa c’è dietro alla tentata e impossibile svolta moderata di Salvini.

 

C’è il tema dell’antieuropeismo irreversibile emerso nei giorni in cui il Parlamento ha dovuto discutere della riforma del Fondo salva stati in cui la Lega ha lanciato una campagna per abolire, letteralmente abolire, un meccanismo senza il quale la moneta unica semplicemente non esisterebbe più. C’è il tema della xenofobia non reversibile emerso nei giorni in cui il leader della Lega ha fatto quello che neppure il Gabibbo si sarebbe mai sognato di fare, mettendo alla gogna via citofono – e finalmente abbiamo capito cosa vuol dire essere fuori come un citofono – un tunisino minorenne accusato senza prove da Salvini di essere un criminale ovviamente fino a prova contraria. C’è il tema del delirio di onnipotenza del leader della Lega emerso in modo chiaro nei giorni in cui l’ex ministro dell’Interno si è difeso sul caso Gregoretti rivendicando l’idea che i voti ricevuti ti possano permettere di essere considerato al di sopra della legge dimostrando così di non aver fatto alcuna gaffe quando chiedeva pieni poteri. C’è il tema dell’irresponsabilità del leader della Lega di fronte ai temi della giustizia emerso in modo drammaticamente chiaro nel corso del tentativo fatto dal’ex ministro dell’Interno con il caso Gregoretti di trasformare in una pagliacciata un argomento drammaticamente serio come l’essere vittime di una giustizia ingiusta. C’è il tema dell’uso strumentale della difesa di Israele che, nell’indifferenza dei molti liberali per Salvini, è stato trasformato dalla Lega in un mascara per nascondere le proprie impurità e in uno strumento utile per non sentirsi in dovere di condannare l’odio xenofobo prodotto dai partiti dell’estrema destra europea cugini stretti del progetto salviniano.

 

Infine, ma si potrebbe andare avanti per ore, c’è il tema dell’uso strumentale dei bambini esposti in campagna elettorale – vedi Bibbiano – con tecniche comunicative non così diverse da quelle oscene utilizzate anni fa al Palasharp contro il centrodestra del Cav. In democrazia, si sa, chi prende più voti degli altri vince e chi ha rispetto per la democrazia non può accusare la democrazia di non funzionare bene solo quando premia politici non graditi. Ma riconoscere la forza di un politico non amato è un conto. Un altro conto è invece dover chiudere gli occhi sulle oscenità di un politico solo perché quel politico risulta vincente. Non sappiamo come andrà a finire la doppia tornata regionale che si disputerà questa domenica, ma ciò che sappiamo è che questi mesi di campagna elettorale hanno dimostrato che per la Lega di Salvini la moderazione non è un fine ma è solo un mezzo per arrivare al potere. E quelli che qualcuno considera solo infortuni, provocazioni, scivolate sono purtroppo il segno di qualcosa di diverso, di più profondo, di più intimo. Sono tratti che mostrano qual è il vero volto – irredimibile – che si nasconde al di là di una maschera.

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.