La tattica di Salvini comincia a non convincere molti dei vecchi lumbàrd

Valerio Valentini

Fare del referendum sul taglio dei parlamentari un referendum sul governo. Pazza idea tra i leghisti

Roma. Seduto su un divanetto del Transatlantico, Dario Galli allarga le braccia con aria scettica: “Mi sembrerebbe clamoroso, ma del resto dopo aver chiesto ai nostri senatori di mettere le loro firme, si è rotto un tabù”. Il “clamoroso”, per dirla con le parole dell’ex viceministro dello Sviluppo, colonnello leghista di vecchia data e di lunga esperienza, starebbe nel fatto che Matteo Salvini potrebbe osare l’impensabile: e cioè decidere di fare campagna elettorale contro il taglio dei parlamentari, in vista del referendum che verrà. “D’altronde – prosegue Galli – è anche vero che Matteo è stato chiaro: qualsiasi occasione per fare cadere il governo deve essere sfruttata. Qualsiasi”. Solo che qualche metro più in là, con la maschera di lombarda scontrosità che spesso indossa, Giancarlo Giorgetti dice che “no, non esiste”.

 

Ma lo dice con addosso le tossine ancora forti della discussione di pochi minuti in un corridoio di Montecitorio, un confronto dai toni assai esagitati che lo ha visto sbottare sul grugno a Stefano Candiani, braccio destro di Salvini ai tempi del Viminale e suo fedelissimo soldato. Il tema del contendere è il caso Gregoretti, e la scombiccherata strategia messa in atto dai senatori leghisti nella seduta della Giunta per le autorizzazioni di lunedì: “Io a Salvini avevo consigliato – dirà poi Giorgetti – di votare a favore della relazione Gasparri, e dunque contro l’autorizzazione a procedere, e lasciare che fosse la maggioranza ad assumersi l’obbligo di mandarlo a processo”. E invece, alla fine, il Carroccio ha di fatto avvalorato l’accusa ai danni del suo leader, sia pure per contorti tornaconti elettorali in vista delle regionali emiliane. E non è che l’ultimo, questo, degli sfoghi di Giorgetti. Un altro è arrivato giovedì, davanti alla notizia del respingimento del referendum sul maggioritario da parte della Consulta: “Abbiamo calderolizzato troppo il quesito”, ha scosso il capo l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. E ce l’aveva non tanto con Roberto Calderoli, che dell’operazione è stato regista; ma con chi, nello staff della comunicazione di Salvini, aveva esasperato troppo il dibattito intorno alla voglia di usare il pronunciamento della Corte come una clava per andare al voto. 

 

 

Perché, in fondo, è su questo che la tattica di Salvini comincia a non convincere molti dei vecchi lumbàrd: nella sua speranza della spallata al governo, e nella sua conseguente ricerca dello scontro frontale con la maggioranza. “In Emilia possiamo farcela, ma poi questi si barricano qui dentro e non escono più”, dice Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera che l’aria del Palazzo la sa fiutare, e la paura della perdita della cadrega la percepisce forte. “Sì, bisognerebbe cambiare schema”, conviene Christian Invernizzi, mentre si muove guardingo in mezzo alla buvette, sperando che nessun cronista noti la sua infrazione all’ordine del digiuno. “Siate clementi”, sorride. Cambiare schema, dunque, “anche se ormai qui tutti gli schemi sono saltati”, e cioè provare a riaprire quel tavolo delle riforme condivise, preludio di un governissimo, per il quale proprio Giorgetti continua a lavorare più o meno nell’ombra. Perché il rischio è che dopo l’eventuale tracollo emiliano, con un M5s ormai allo sbando e un Luigi Di Maio sull’orlo perenne dell’abbandono (“Dopo le elezioni di domenica, evidentemente ci saranno delle conseguenza interne”, sentenzia l’ex sottosegretario grillino Simone Valente), s’inneschi non la fine della legislatura, ma un’operazione volta semmai a blindarla. Che contempla, a questo punto, anche un possibile allargamento del perimetro della maggioranza a pezzi di Forza Italia e del mondo moderato: “Sappiamo che ci sono dei contatti in tal senso”, ragionano in mezzo al Transatlantico Diego Sozzani e Roberto Pella. “Il Cav.? Giocare su due tavoli è la sua specialità”, aggiungevano, come ad alludere a un possibile via libera a Mara Carfagna per un ingresso in maggioranza. Che del resto sia imminente un rimpasto, quale che sia il responso delle urne emiliane, lo danno un po’ tutti per scontato, anche dentro il M5s.

 

Ed è qui che arriva, però, l’obiezione di Giorgetti. Perché se davvero si va verso un cambio di scenario, minacciare il collasso della legislatura non è saggio: a quel punto tutti si irrigidiscono, si attaccano alla poltrona, e il governo sopravvive, sia pure boccheggiando. Meglio sarebbe dare garanzie sulla sopravvivenza delle Camere, e tentare così di guadagnarsi un posto nella maggioranza che verrà. Solo che Salvini, in questo periodo, pare ascolti più che altro i consigli di Denis Verdini, che a tutti quelli che lo interpellano continua a dire che “i governi possono cadere anche per un incidente”. E siccome di possibili pietre d’inciampo – dalla prescrizione alla revoca delle concessioni autostradali – possono essercene parecchie dopo l’Emilia, meglio perseguire nella “strategia della spallata”. Che, per assurdo, potrebbe contemplare anche la mossa più impensabile: trasformare il referendum sul taglio dei parlamentari, votato dalla Lega per quattro volte in Parlamento, in un plebiscito contro il governo, fare campagna per il No e tentare la sorte. “Non se ne è ancora parlato”, dice il capogruppo Molinari. “Ma del resto, qui, cambia tutto di continuo, per cui nulla è escluso”.

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