Il lungo stallo italiano

Michele Salvati

L’avvento dei populismi, la crisi del M5s, il ritorno di destra e sinistra. E non c’è un governo liberaldemocratico ed europeista che interrompa il declino. Un libro e i nuovi segnali dal Pd

L’apocalisse della democrazia italiana” (Hans Schadee, Paolo Segatti, Cristiano Vezzoni, il Mulino, 2019) è una ricerca sulle origini dei due terremoti elettorali – nel 2013 e nel 2018 – che hanno sconvolto il sistema politico italiano e condotto alla prevalenza di partiti populisti/sovranisti su quelli dominanti nella Seconda Repubblica, Forza Italia e Pd. Un fenomeno unico tra i grandi paesi dell’Europa occidentale, come unica era stata la crisi di Mani pulite, che anch’essa aveva prodotto un collasso del precedente sistema, una rivoluzione tra i partiti che lo componevano e un drastico rinnovamento del ceto politico: due sconvolgimenti in un quarto di secolo… bel primato, quello italiano! 


La crisi della Prima Repubblica aveva generato un sistema che ancora poteva essere ricondotto al modello liberaldemocratico


 

La crisi della Prima Repubblica aveva però generato un sistema che ancora poteva essere ricondotto, seppure con fatica, al modello liberaldemocratico. Anzitutto teneva in piedi l’asse principale del confronto politico, Destra contro Sinistra, anzi lo esacerbava e personalizzava, trasformandolo in conflitto tra berlusconiani e antiberlusconiani. Spostava poi il confronto sull’attività di governo: gli elettori sceglievano (quasi) direttamente chi li avrebbe governati e non partiti liberi di allearsi come volevano in Parlamento: avrebbero poi giudicato quanto l’esecutivo aveva fatto nelle successive elezioni. In terzo luogo e soprattutto, essa non alterava la linea di fondo, europea e internazionale, che il nostro paese aveva sempre seguito. E questo spiega perché i principali nuovi partiti vennero accettati a nel sistema politico europeo, le sinistre riformiste nel Pse e Forza Italia nel Ppe.

 

Ma proprio come la seconda fase della Prima Repubblica non era riuscita ad adattare il nostro paese alle mutate circostanze economiche internazionali e agli indirizzi perseguiti in Europa – una condizione necessaria per la crescita – così non ci riuscì neppure il sistema emerso dalla sua crisi, la cosiddetta Seconda Repubblica. Oberata dal debito pubblico e da inefficienze diffuse, la crescita rallentò ulteriormente e quando arrivò la Grande Recessione del 2008 l’Italia la prolungò più a lungo degli altri Paesi, fino al 2014. Queste sono le circostanze in cui dilagarono e poi arrivarono al potere i populismi. Comune a entrambe le versioni italiane del fenomeno, Cinque stelle e Lega, era ed è la critica violenta, delegittimante, per i due grandi partiti (e coalizioni) che si alternarono al governo durante la Seconda Repubblica. Comune è anche un capro espiatorio esterno, l’Unione europea. Comune è infine un messaggio demagogico che interpreta con successo alcune domande popolari, senza però proporre riforme realistiche che ne consentano una soddisfazione effettiva. I principali ingredienti del populismo ci sono tutti. 


Sono passati quasi trent’anni senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che soddisfi i suoi cittadini


 

Sulla base di un’analisi dei dati elettorali e di interviste al medesimo gruppo di elettori tra il 2013 e il 2018, gli autori arrivano a conclusioni di grande interesse e parto da quella che a me sembra la più rilevante per interrogarci sul prossimo futuro politico del nostro paese. È stato spesso osservato che durante la Seconda Repubblica i passaggi dal campo della destra a quello della sinistra – e viceversa – erano assai limitati. Lo straordinario successo dei Cinque stelle, il loro rifiuto di collocarsi nell’uno o nell’altro campo, il discredito dei partiti che in essi si collocavano e si alternavano al governo, hanno reso fluido l’intero elettorato consentendo una migrazione di massa di elettori di Forza Italia e del Pd (e di astenuti) nei ranghi Cinque stelle, già nel 2013 e ancor di più nel 2018. Il disprezzo per i partiti, lo scontento dei cittadini per le loro condizioni di vita e l’incapacità della politica di migliorarle esistevano da tempo ed erano già esplosi vent’anni prima con la transizione alla Seconda Repubblica. Nel decennio scorso si sono manifestati contro l’assetto politico di quest’ultima, sempre nell’illusoria speranza che basti una rivoluzione al vertice del sistema politico, che basti “rottamare” i precedenti partiti e sostituirli con altri nuovi di zecca (o che sono riusciti a rinnovare radicalmente la propria immagine) per soddisfare rapidamente le aspirazioni più avvertite dagli elettori.

 

La fluidificazione dell’elettorato, l’emersione di domande non più vincolate da adesioni ideologiche profonde, non è necessariamente un male. “Non importa se il gatto è rosso o nero, basta che pigli i topi”: fuor di metafora, basta che il governo faccia politiche che effettivamente migliorino le condizioni di vita dei cittadini. E’ però un male se la fluidità elettorale e l’abbandono delle vecchie adesioni ideologiche non si accompagnano alla consapevolezza che pigliare i topi non è facile, che occorrono preparazione, competenza, continuità d’azione da parte dei governi e fiducia e pazienza nell’attenderne i risultati da parte degli elettori. La critica dei Cinque stelle al conflitto esasperato tra Destra e Sinistra della Seconda Repubblica non era di per sé sbagliata: molte difficoltà del nostro paese sono la conseguenza di problemi di arretratezza e di inefficienza difficili da risolvere, ma che poco hanno a che fare con quelle categorie. Ma per molti altri problemi le differenze ideologiche contano, e molto. E anche per quelli in cui sono meno rilevanti è necessario disporre di competenze e capacità di governo di cui i Cinque stelle si sono mostrati privi. 


Un male se la fluidità elettorale e l’abbandono delle vecchie adesioni ideologiche non si accompagnano alla competenza di chi governa


 

La crisi del “MoVimento” e la crescente popolarità di Salvini hanno così fatto rientrare dalla finestra il vecchio conflitto ideologico tra Destra e Sinistra che i Cinque stelle si erano illusi di aver cacciato dalla porta. E oggi la partita in corso sembra essere proprio questa: nelle prossime elezioni, quanti degli elettori che avevano abbandonato i grandi partiti della Seconda Repubblica per confluire nei Cinque stelle, o si erano astenuti, si schiereranno con la coalizione di destra, e quanti invece con una eventuale coalizione di sinistra, composta dal Pd, da una parte dei Cinque stelle e da partiti minori di centro-sinistra? Dopo la decisione della Consulta sul referendum Calderoli non si tratterebbe di vere “coalizioni” che si presentano come tali agli elettori prima del voto, ma semplici maggioranze/minoranze che probabilmente si formerebbero in Parlamento subito dopo.

 

Se prevalesse la prima scelta, l’apertura dei cancelli che in precedenza tenevano separati i due elettorati di destra e sinistra sarebbe stata una tappa intermedia necessaria a consentire quel passaggio da sinistra a destra che sulla base dell’offerta politica della Seconda Repubblica non poteva avvenire direttamente. Nulla di male se si trattasse di una destra liberaldemocratica, con un programma di riforme credibili nel contesto internazionale ed europeo in cui l’Italia sopravvive. Ma al momento non lo è, e la sua prevalenza elettorale produrrebbe solo un inasprimento del conflitto politico interno e ulteriori difficoltà economiche e politiche sul piano internazionale.

 

Non è detto però che la prima scelta prevalga. Se prevalesse la seconda, se i risultati elettorali consentissero in Parlamento la formazione di una maggioranza di sinistra, che cosa avverrebbe? In questa maggioranza sarebbe certo presente una più forte adesione al modello liberaldemocratico europeo, ma le difficoltà che essa incontrerebbe sarebbero molto serie: assenza di una leadership forte, eterogeneità della coalizione di governo, presenza ingombrante di pulsioni populistiche al suo interno. E soprattutto una crisi di credibilità del Partito democratico, visto da molti come “vecchio” arnese della Seconda Repubblica. L’aggressione dei populisti ha infatti lasciato il segno, quasi eliminando Forza Italia e minando l’autorevolezza del Pd. E un partito in crisi di autorità non riuscirebbe a imporre a un elettorato diviso ed esasperato un programma idoneo a rovesciare la tendenza al declino del nostro paese. 


Lo spettro di Weimar (ma non spingete troppo con le analogie). Giorgio Gori, una delle pochissime risorse di leadership rimaste nel Pd 


Questo spiega due disegni politici attualmente in discussione tra le forze che sostengono l’attuale governo. Il primo è un progetto di legge elettorale fortemente proporzionale, un disegno che probabilmente andrà in porto dopo la decisione della Corte costituzionale: questo non consentirebbe a Salvini di raggiungere gli agognati “pieni poteri” qualora vincesse le elezioni, ma renderebbe difficile a qualsiasi governo futuro di governare in modo efficace. Il secondo è il tentativo del Pd di riacquistare autorevolezza e credibilità mediante un congresso ri-fondativo ed eventualmente un cambio di nome. Come se ciò bastasse, restando identico il personale dirigente e la struttura interna, a farne un partito radicalmente “nuovo” agli occhi dei cittadini – ciò è avvenuto per la Lega, ma dopo una vera rivoluzione interna e sulla base di un programma sovranista – in grado di sfidare con successo il populismo.

 

In queste condizioni e con questi disegni ci si avvia ad affrontare le prossime elezioni politiche. Esse non risolveranno il problema di fondo della nostra democrazia e turbolenze politiche e difficoltà economiche sono purtroppo probabili. Ma se non lo risolvono, dalla crisi di Mani Pulite saranno passati quasi trent’anni – e ben nove elezioni politiche – senza che la democrazia italiana sia riuscita a produrre un governo che interrompa il declino del paese e soddisfi i suoi cittadini. Quanto a lungo può durare una situazione di stallo che non sembra presentare vie d’uscita compatibili con un contesto di democrazia liberale?

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“Quanto a lungo può durare una situazione di stallo…?”. L’interrogativo finale può indurre il lettore a immaginare una catastrofe imminente, come la fine della Repubblica di Weimar, essendo uscito da poco un bel libro di Siegmund Ginzberg (Sindrome 1933) che illustra inquietanti analogie tra la situazione di allora e quella in cui viviamo. Ma lo stesso Ginzberg non spinge l’analogia troppo oltre, anche se, per evitare fraintendimenti, avrebbe potuto dedicare un capitolo a segnalare le grandi differenze, interne e internazionali, tra la Germania di Weimar e l’Italia di oggi. Ma questo avrebbe appesantito un libro di facile lettura, che non pretende di essere una ricerca originale di storia e politica comparata. Per cui la mia risposta a quell’interrogativo è: “Molto a lungo”, e intanto il declino continuerebbe.

 

Per interrompere questa tendenza occorrerebbero governi liberaldemocratici ed europeisti con un forte consenso elettorale (… quasi un ossimoro). Per la sinistra un bel programma di questo tipo è quello illustrato dal manifesto di Giorgio Gori, pubblicato lunedì scorso sul Foglio: lo condivido in toto, come condivido molti aspetti dei programmi di Calenda e di Renzi. Ma Gori è una delle pochissime risorse di leadership che sono rimaste nel Pd e sarebbe augurabile che riuscisse a prevalere nel confronto politico interno. Non mi sorprende che non abbia fatto menzione, nel suo manifesto, al prossimo congresso e ai problemi di consenso elettorale che dovrà affrontare il Pd, anche a guida rinnovata. I problemi sui quali insiste la ricerca di Segatti e colleghi. Ogni cosa a suo tempo, ma i tempi stringono.