Un nuovo Centro. Elogio del partito che non c'è

Alessandro Barbano

Perché il paese ha bisogno di un riformismo alternativo tanto a una destra sovranista e statalista quanto a una sinistra non emancipata della vocazione minoritaria

Una strada c’è ma non si vede. Anzi, un’autostrada. Sulla quale si apre, nella stagione proporzionalista, lo spazio per una forza che spezzi la polarizzazione del quadro politico. Angelo Panebianco la chiama idea di Centro. Molti, troppi la raccontano a propria immagine e somiglianza. Il problema non è quello di darle un nome, o un leader. Ma piuttosto di capire se questo spazio intuito, e non definito, esista per davvero. E come trovarlo. L’editorialista del Corriere della Sera ci arriva con un processo logico che poggia su alcuni dati di esperienza. Il primo: l’esperimento maggioritario, lungo un quarto di secolo, è fallito perché riguardò solo la legge elettorale e non anche un assetto costituzionale coerente. Secondo: dopo la sentenza della Consulta che ha bocciato il referendum della Lega, non sarà possibile, per chissà quante generazioni, cambiare la Costituzione della Repubblica. Terzo: a questo punto non resta che affidarsi all’equilibrio instabile garantito da un partito di centro dal largo seguito elettorale, che si allei ora di qua e ora di là, dando un baricentro alla democrazia acefala, ma condannandola al trasformismo.

 

Proviamo a partire dall’ipotesi che le coordinate indicate da Panebianco siano corrette. E chiediamoci perché, se lo spazio al centro c’è, al netto dei tentativi di Renzi, Calenda e altri aspiranti leader, nessuno ancora sembra in grado di occuparlo e farlo suo. La prima risposta è che tanto la maggioranza quanto l’opposizione condividono, pur confliggendo, una strategia di stabilizzazione in chiave bipolare. La prima intende perseguirla attraverso la prosecuzione della legislatura, la seconda riportando il Paese al voto. Fino a questo momento l’alleanza giallorossa ha prevalso, perché è riuscita a trasformare alcune sue debolezze strutturali in ragioni di durata. 

 

1) la crisi delle leadership dei partiti che ne fanno parte e, per converso, la convenienza a rafforzare la posizione di un premier senza partito; 2) l’incompiutezza di un’alleanza ideologica e strategica tra il Pd e il Movimento 5 stelle e il difficile galleggiamento dei renziani tra una prospettiva di centralità di governo e una di irrilevanza elettorale; 3) il ribaltamento tra il dato delle urne del 4 marzo 2018 e la geografia del consenso disegnata dai sondaggi, che oggi non garantirebbe a gran parte della classe politica attuale la rielezione nell’ipotesi di un voto imminente. Queste ragioni di sopravvivenza sono fin qui valse almeno quanto la preoccupazione dichiarata di non consegnare a Salvini, con le urne, il governo e la presidenza della Repubblica. Non a caso, nei mesi scorsi in non poche occasioni perfino i parlamentari di Forza Italia – partito che ha una proiezione elettorale dimezzata rispetto al peso della rappresentanza parlamentare – sono usciti dall’Aula per evitare che il governo andasse sotto. Non a caso, ancora, pattuglie di riservisti responsabili spesso sono sembrate pronte a comporsi di fronte al rischio di un’implosione dei Cinque stelle.

 

Le dimissioni di Di Maio da capo politico del Movimento rispondono alla stessa strategia di puntellamento dell’esecutivo di Giuseppe Conte di fronte al voto in Emilia-Romagna, di cui, mentre scriviamo, non conosciamo ancora l’esito. L’obiettivo non è solo di anticipare e sormontare l’onda d’urto del tracollo elettorale pentastellato, ma anche di rendere plausibile con il “libera tutti” una desistenza tardiva della propria candidatura e un sostegno decisivo a Bonaccini per salvare la legislatura.
La tentazione comune di posizionare la Repubblica verso un equilibrio bipolare si coglie anche nell’apparente conflitto di maggioranza e opposizione sulla legge elettorale. Salvini ha giocato all’attacco puntando sul maggioritario, che gli avrebbe garantito il più possibile quell’autosufficienza dai lui infelicemente riassunta nell’immagine dei “pieni poteri”. Zingaretti e Di Maio si sono arroccati in catenaccio, trattando su un proporzionale con sbarramento che li proteggesse dalle mire di Renzi e da se stessi, in attesa di un futuro a sinistra tutto da costruire. Ma gli uni e gli altri immaginano un equilibrio repubblicano che stia di qua o di là, pur nell’incertezza di che cosa ci sarà di qua e di là.

 

Tutto questo per dire che le ragioni immediate della politica sono dissonanti con il corso della storia, che pure la politica ha contribuito a determinare. Se la storia vira verso un equilibrio proporzionalista e parlamentarista, la politica si aggrappa a un assetto duale e leaderistico. Di questa difesa in trincea è specchio il populismo strisciante e contrappositivo della Seconda e della Terza Repubblica. Che è ancora sotto i nostri occhi. Si esprime, per esempio, attraverso una postura ideologica comune a tutte le forze in campo, anche quelle che si pretendono repubblicane o antipopuliste, la cui propaganda innaffia i diritti e ignora i doveri, promette maggiore spesa pubblica e trascura la riduzione del debito, fa uso a larghe mani di sussidi e incentivi in nome di una leva distributiva che caratterizza, senza soluzione di continuità, le scelte economiche degli ultimi governi. Ciò dimostra una volta di più che la politica non è in grado di fornire risposte ideologicamente distinte ai problemi che deve affrontare, ma solo strategie marginalmente diverse. Cosicché la qualità della democrazia dipende essenzialmente dalla garanzia dell’alternanza tra forze che, nella dialettica, si contrappongono assai più aspramente di quanto non facciano nelle opzioni concrete di governo. Non è un caso che, smentendo ogni dichiarata discontinuità, la manovra della maggioranza giallorossa abbia confermato in toto quella della gialloverde che l’ha preceduta, tanto nel suo impianto ideologico, quanto nell’abitudine a scaricare attraverso il deficit i costi del welfare sulle generazioni future.

 

Il perché di questo paradosso spiega anche l’incompiutezza del sistema bipolare italiano: se i margini d’azione politica si accorciano, è naturale che le forze candidate al governo del paese tendano ad accentuare la loro presunta differenza per apparire più facilmente identificabili. Ciò comporta un inconveniente: gli elettori saranno sistematicamente delusi quando constateranno che l’azione dei loro eletti non si discosta in concreto da quella di coloro che li hanno preceduti al governo, e considereranno ciò come un tradimento delle promesse elettorali. Se questa è una deriva e insieme una ineliminabile imperfezione di molte democrazie contemporanee, lo scontro in Italia è tanto più plateale quanto più la politica fa difetto di mediazione e di sintesi della complessità sociale e scarica sui media la sua conflittualità.

 

Di fronte a questo processo, il giornalismo può giocare un ruolo decisivo: può cioè far ricorso alla sua autonomia e alla sua indipendenza intellettuale per filtrare e disinnescare l’aggressività, evitando che essa si traduca in distruttività per la democrazia. O piuttosto può agire passivamente da megafono, contribuendo a produrre un’ipertrofia di rappresentazioni politiche in cui prevale un tratto contrappositivo permanente, non più collegabile a fatti giornalisticamente rilevanti, ma frutto di un effetto di trascinamento. Bisogna riconoscere che in Italia questo secondo ruolo, che ha nel talk il suo modello, è da un trentennio prevalente sul primo. Non a caso la demagogia dei partiti si esprime anche nell’idea che la televisione sia ancora, non solo il luogo dove il consenso si forma, ma anche la fucina della nuova classe dirigente, il simulacro illusorio di tutte le residue competenze di un paese impoverito di saperi. Così lo stereotipo del giornalista d’assalto continua a ispirare le candidature per le suppletive al Senato: a Napoli Zingaretti ratifica l’alleanza con De Magistris puntando su Sandro Ruotolo, simbolo del giustizialismo e del benecomunismo in salsa partenopea. E il partito di Renzi, campione del garantismo in Senato, si dice pronto a sostenerlo. A Roma lo stesso Renzi e Calenda propongono al centrosinistra la candidatura di Federica Angeli, icona della lotta alla mafia metropolitana e volto consueto di molte trasmissioni.

 

Se un analista straniero volesse spiegarsi la reviviscenza del populismo rispetto al suo fallimento politico in Italia, non avrebbe che da osservare ciò che accade nel sistema mediale. E chiedersi, per esempio, perché le tv di Mediaset siano ormai da anni il megafono dell’epopea salviniana. Perché una ex direttrice di un telegiornale Rai non provi nessun imbarazzo a trasformare un eccentrico alpinista in un opinion leader su tutto lo scibile umano. Perché un quotidiano come la Repubblica continui a illudersi che il suo storico lettore riflessivo possa infatuarsi di certe costruzioni oracolari attorno a fenomeni come le sardine o Greta Thunberg. Il populismo comunicativo della politica e dei media ha bruciato in un quarto di secolo l’occasione di fare del bipolarismo la leva di una moderna democrazia dell’alternanza, poi l’ha mummificata in un teatrino dell’assurdo che si fa sempre più fatica a riconoscere come tale, assuefatti come siamo al diluvio di semplificazioni correnti. Per questo una strategia della complessità non riesce a costruire una sua narrazione credibile. Resta appannaggio di élite illuminate, ma, mai come in questa stagione, disconnesse dalle masse. Ogni tentativo di riportare il discorso pubblico sulle ragioni del declino italiano viene coperto dal rumore di fondo della demagogia: che sia la citofonata in diretta tv di Salvini alla famiglia di tunisini del Pilastro, indicati da alcuni abitanti come spacciatori di droga, o piuttosto il disegno di legge del guardasigilli Bonafede, che eterna i termini di prescrizione in un paese dove un imputato su due viene assolto dopo un giudizio di primo grado lungo in media quattro anni. Il flash di questi spot continua a monopolizzare la scena e sposta il fuoco della politica sul pathos di una contrapposizione che divide. E che, nella sua coazione a ripetere, impone la reiterazione caricaturale di un bipolarismo già morto. E’ come se il paese intero, in piena consonanza tra rappresentanti e rappresentati, non avesse per raccontarsi altri arnesi che quelli del populismo. 

 

 

 

La metafora dell’autostrada che si intuisce ma non si trova spiega la difficoltà di un’alternativa politica a farsi luce in questa selva oscura. E spiega soprattutto che, quando si parla di Centro, non s’intende uno spazio intermedio di populismo edulcorato dagli eccessi, ma anzitutto uno sguardo alternativo che poggi su un crudo esame di realtà, in grado di restituire alla politica una certa quota di problematicità. Proviamo qui di seguito a delinearlo, rimettendo a fuoco il destino di un paese che viene da un declino ormai più che ventennale. L’indicatore che meglio lo racconta non è il pil, ma la fuga dei giovani all’estero, con un saldo negativo crescente in modo esponenziale nell’ultimo decennio. Superare il populismo vuol dire accorgersi di questa diaspora e assumerla come la misura di una sfiducia collettiva, le cui ragioni sono in quella condizione tutta italiana che un pensatore come Luca Ricolfi chiama “società signorile di massa”, in libro che già sul Foglio abbiamo avuto occasione di recensire. Nel suo racconto l’Italia è insieme un’inerzia e un’utopia consumistiche, contrassegnate da alcune variabili: la stagnazione cronica; la crescita della rendita a danno dei redditi; il sorpasso dei lavoratori ad opera dei non lavoratori e l’accesso da parte di questi ultimi al consumo opulento del surplus che non hanno contribuito a produrre; il consolidarsi di un’infrastruttura paraschiavistica che coincide con l’occupazione di posizioni sociali infime e servili da parte di gruppi provenienti da Est Europa e Africa; la distruzione della scuola e di tutto l’apparato formativo del paese che ha prodotto l’inflazione dei titoli di studio, l’ipertrofia delle aspettative, la riduzione della produttività e della mobilità sociale e il vantaggio censitario; un dualismo contrappositivo tra un racconto vittimistico e un altro stigmatizzante del paese; il primato dell’uso sul possesso; una dipendenza patologica nei rapporti intrafamiliari e un individualismo anarchico, scarsamente sensibile al richiamo dell’interesse collettivo.

 

A queste condizioni, che spiegano perché l’Italia sia diventato uno spazio troppo angusto per chiunque coltivi un’idea di futuro, si aggiungono fattori mondiali di cambiamento, indotti dalla velocità con cui le tecnologie digitali impattano sulla struttura produttiva dei singoli paesi. La cui crescita, come ha spiegato di recente sul Foglio Guido Tabellini, è sempre più integrata nella catena globale del valore: dipende cioè dalla capacità di accesso delle imprese ai mercati internazionali e dal loro livello di specializzazione nei settori più innovativi, come informatica e biotecnologie. Se la prima delle due condizioni è soddisfatta da una buona parte della struttura produttiva del Nord Italia, la seconda è invece largamente ignorata da una manifattura nazionale di piccole e medie dimensioni, che ha ancora il suo centro di interesse nei settori tradizionali, dove più basso è il tasso di innovazione e più alta è la concorrenza delle economie con un costo del lavoro minore. La sfida trasformativa, che a queste imprese è richiesta, è più dura in un paese di vecchi, che non investe nella ricerca e nel merito, che sussidia il sommerso con l’evasione fiscale, che scoraggia gli investimenti nazionali e stranieri con il suo debito crescente, che spaventa l’imprenditorialità con il giustizialismo e la burocrazia e, da ultimo, che ignora le differenze di produttività con una contrattazione centralizzata dei salari, foriera al Sud di deindustrializzazione e lavoro nero.

 

Se questo è il quadro, le politiche di strisciante populismo che per tutta la Seconda Repubblica hanno ispirato l’azione dei governi di centrodestra e di centrosinistra si riflettono in maniera speculare nella Terza: lo statalismo distributivo, che finisce per declinare in welfare assistenziale l’intento keynesiano di sostenere la domanda, trova lo stesso consenso tanto in una sinistra pentita, di fronte agli incerti della globalizzazione, delle sue aperture liberali, quanto in una destra sovranista che fa uso spregiudicato della mano pubblica per blindare il consenso. Così la politica industriale coincide, oggi come ieri, con l’apertura di centocinquanta tavoli di crisi per tamponare con prestiti-ponte le casse dissanguate dell’impresa pubblica e per convincere con denaro pubblico quella privata a difendere indifendibili posizionamenti di mercato.

 

La domanda che riporta al Centro il ragionamento fin qui fatto è la seguente: c’è spazio per un riformismo alternativo tanto a una destra sovranista e statalista, egemonizzata da Salvini, quanto a una sinistra raccogliticcia e veteromassimalista, qual è quella che prova a nascere dall’investimento reciproco tra Cinque stelle e Pd? E’ immaginabile anche in Italia una prospettiva che qui definirò macroniana, ma con tutte le cautele del caso, poiché nessuno schema è replicabile in paesi diversi da quello in cui lo stesso è nato? E se è possibile immaginarla, quali sono le sue coordinate?

 

In un editoriale a mia firma, pubblicato sul Foglio il 15 agosto e intitolato “Manifesto per una democrazia liberale dotata di un futuro”, le identificai nel recupero della complessità che il populismo vuole ridurre e nel rilancio di un compromesso tra alcune culture senza voce e senza casa della democrazia italiana: i liberali, i popolari e i socialisti, con tutti gli accenti e le sfumature che questi pensieri portano con sé. Mi rendo ben conto che la prima obiezione che questa proposta solleva è la matrice datata dei pensieri politici qui richiamati. Socialismo è parola che, quando riaffiora sulla storia dalla soffitta del Novecento, prende con più facilità la veste di Corbyn che quella di Blair. Quanto al popolarismo, nessuno scommetterebbe sul ritorno del cattolicesimo politico. Tanto più dopo la rottamazione di quella storica “Vigilanza” vaticana sulla democrazia italiana, voluta e compiuta da Papa Francesco in nome della mondializzazione della chiesa. E che dire del liberalismo? Se ci fosse un “Chi l’ha visto?” del pensiero filosofico in Italia, ne sarebbe protagonista assoluto. E tuttavia mi chiedo: cos’altro c’è nella cassetta degli attrezzi della democrazia occidentale? E con quali arnesi altrove e in Europa si è posto argine all’avanzare del populismo?
Che l’usato sicuro della politica sia ancora una riserva di senso spendibile nei tempi correnti lo dimostra una sfida inedita come quella della sostenibilità. Il populismo la declina in un credo fondamentalista. Che cosa, se non le categorie del pensiero liberale e dell’etica sociale e cristiana, può farne la formula che regola il rapporto tra le aspettative di sviluppo di una società e la responsabilità che questa assume nei confronti di chi verrà dopo?

 

La seconda obiezione riguarda la responsabilità che le culture qui richiamate avrebbero sugli effetti distorsivi della globalizzazione. Ma è proprio su questo fronte che la sfida al populismo chiama le voci della democrazia liberale a una parresia laica. Su queste colonne, qualche giorno addietro, Luciano Capone e Carlo Stagnaro, contestando il rapporto Oxfam presentato al World Economic Forum di Davos, hanno dimostrato che “la diseguaglianza globale della ricchezza si è generalmente ridotta negli ultimi due decenni”. Se la globalizzazione ha portato in venti anni la povertà assoluta nel mondo da due miliardi a 800 milioni di persone, se questa riduzione della povertà è concentrata in aree del pianeta diverse dall’Europa, se pure in Europa il potere d’acquisto del cosiddetto ceto medio è diminuito, non tanto rispetto a ciò che si ha, quanto rispetto a ciò che si aspira a possedere, se insomma tutta questa complessità ha messo in crisi istituzioni e società, i liberali, i cattolici e i riformisti devono maledire la globalizzazione o devono piuttosto sostenerla, correggendone alcuni suoi effetti paradosso e alcuni eccessi? La risposta è scontata. E definisce la frontiera dove finisce la democrazia e inizia il populismo. C’è nella cultura liberale, cattolica e riformista una quota di irriducibile cosmopolitismo che áncora il giudizio di un’offerta politica all’avanzamento universale della condizione umana, che legittima l’anelito a promuovere il modello democratico e che impone di considerare il problema della solidarietà pregiudiziale rispetto a qualunque progetto politico e civile. 

 

Il giudizio sulla globalizzazione non può sfuggire a queste coordinate. Perciò la necessaria correzione degli eccessi e di talune distorsioni è l’occasione per un dialogo tra le diverse culture della democrazia liberale. Di fronte all’impatto della tecnofinanza sulla stessa statualità, il liberalismo deve rinunciare alla tentazione di un’autoregolazione assoluta del mercato, riconoscendo allo stato un ruolo a difesa dell’interesse collettivo. Di fronte al dirittismo civile e sociale che corporativizza gli interessi e pone la democrazia in ostaggio delle minoranze organizzate, la cultura progressista deve riagganciare i diritti ai doveri, dialogando anche con l’etica cristiana che da sempre nello spazio pubblico rappresenta un sedimento di valori e di responsabilità. Chi in nome di un irriducibile laicismo considerasse ancora il dialogo con i cattolici un ostacolo insormontabile, dovrebbe accettare che sia la Lega a intestarsi l’esclusiva del crocefisso nell’urna.

 

In realtà le condizioni qui descritte sono l’occasione di un inedito compromesso, capace di declinare le storiche identità del pensiero politico in una nuova forma di rappresentatività. Che vuol dire: noi siamo anzitutto quelli che si riconoscono nel dialogo e nella sintesi tra la cultura liberale, la cultura cattolica e la cultura riformista. Ma non siamo più nessuna di queste culture prese singolarmente. E ancora: noi intendiamo con questo confronto rifondare il patto rappresentativo che, disfacendosi, ha aperto la strada alla nascita del populismo. Qui non si parla di un redivivo patto consociativo. Ma di un’alleanza che si presenta come un laboratorio di futuro e che richiede una forma partito specifica e diversa da quelle esistenti. Chi pure ha pensato di contrapporre all’albagia del populismo un racconto altro del paese, oltre il recinto dei contenitori attualmente sul campo, lo ha proposto a partire dalla propria identità, e tra questi Renzi, Calenda, Toti e, con un tatticismo più prudente, Mara Carfagna. Ma, come scrivemmo nel già citato editoriale agostano, nessun Maradona della politica da solo oggi potrebbe farcela a scardinare l’equilibrio bipolare. Riuscì a Berlusconi nel ‘94, ma contro un vecchio quadro partitico in disfacimento e grazie a mezzi finanziari che raramente la storia consegna a un capo politico. Ma riuscì, soprattutto, perché il tycoon fece della sua offerta liberale il punto di incontro di culture diverse, presenti nella politica e nella società italiana.

 

Questo sforzo di sintesi oggi è ancora troppo timido. Con la conseguenza che tutte le novità politiche fin qui immaginate e messe in gioco patiscono un deficit di rappresentatività. Parlano a segmenti molto limitati della società italiana e rischiano perciò di tradursi nelle urne in fenomeni irrilevanti. O di essere risucchiati da uno dei due poli, finendo per cedere a uno strisciante collateralismo. Ma, in questa congiuntura, nessuna prospettiva politica può risultare credibile se non è, e non appare, in egual misura alternativa alla destra e alla sinistra. Per apparire e, soprattutto, per esserlo non basta dichiararlo. Occorre perseguire un’azione inclusiva fondata sul riconoscimento reciproco e sul dialogo tra le diverse identità coinvolte, anche attraverso forme federative. Solo una forza politica insieme liberale, popolare e riformista, estranea ai vecchi contenitori, svincolata da vassallaggi e autonoma rispetto alle future alleanze, potrebbe superare nelle urne la quota del dieci per cento dei consensi. Non è necessario spiegare quanto sarebbe importante che ciò accadesse, nella prospettiva di elezioni che possono consegnare il paese a una sola polarità populista. Questa pedagogia si contrappone all’idea e ai metodi del partito personale, come il fondista si contrappone allo scattista. Senonché, al netto delle suggestioni del presentismo, una prospettiva politica somiglia più a una maratona che a una gara sui cento metri. Il front man capace di stupire e persuadere in tv, esibendo la propria identità antipopulista, rischia di duplicare, in parziale inconsapevolezza, le semplificazioni del populismo.
Questo per dire che il riscatto della democrazia chiama alla responsabilità una leadership autorevole, coadiuvata da un quadro dirigente plurale e ispirata a una robusta visione culturale e strategica. In democrazia il leader solo al comando non vince. E se vince, è Salvini.

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