Un popolo che pensa, un popolo che sente

Giuliano Ferrara

Lasciamo stare il cuore immacolato di Maria, che in Emilia non vota, ma qualcuno è in grado di spiegare perché un politico virtuale sconfitto anche da sé stesso dovrebbe prendere i pieni poteri a Bologna la dotta, la grassa e la rossa? Guida anti sortilegio

Ho letto che il popolo non pensa, sente. Su questa base a vincere in Emilia sarà Salvini. Ne deduco che se una regione italiana va benone, e più che benone, si cambia il presidente e se ne affida la guida a una persona meno esperta e sperimentata, che il suo stesso leader mette in ombra in favore di un referendum su “monarchia o repubblica”. Sanità, trasporti, servizi al cittadino, cultura, urbanistica, formazione, export: volete un re o un presidente? A non pensare si fa peccato, ma si azzecca. Che cosa può sentire il popolo in Emilia, una volta rinunciato a valutare, considerare, soppesare, pensare? Uno dice: ma chissenefrega se per il controllo dell’immigrazione il ministro Lamorgese batte Salvini due a zero, chi se ne impipa se siamo passati da ansia e disumanità bulla al governo delle cose possibili, rivogliamo l’uomo-canottiera e mutande e mojito del Papeete, quello che strepitava e sequestrava le navi e chiedeva l’arresto dei capitani umanitari. In costiera, dicono, il popolo sente forte la necessità di riavere quello che di lì si tuffò in mare in mezzo metro d’acqua e batté la testa.

 

E poi, sentire per sentire, chi se ne importa se lo spread è calato e si risparmia, se un governo abborracciato, provocato dalla minaccia dei pieni poteri, fa più o meno quel che è necessario, e quando strafa o straparla è sempre sulla linea dell’esecutivo precedente costruito e sentito da e con Salvini. Dannare l’Europa con tono strafottente e autolesionista non è più di moda? Il popolo lavoratore e imprenditore però sente la cosa in modo diverso, e rinuncia a pensare. L’uomo forte sentito come necessario è quello che si abbuffa e digiuna, un giorno invoca l’immunità e il giorno dopo si ammanetta ganzo e spavaldo, sta sempre lì tra l’euro “irreversibile” e la reversibilità del rublo, si scatena nei comizi e incontra branchi di sardine affollate tra le correnti. Non c’è dubbio che il senatore ex Truce sia un tipaccio pieno di grinta, e per di più uno che fa il simpatico e si paragona a Guareschi e Silvio Pellico, ma la vittoria di Salvini in Emilia, un luogo che fino a poco fa, quando oltre a sentire il popolo pensava, era sempre in testa agli indici di lettura dei giornali, avrebbe del surreale. Una cosa impossibile divenuta possibile o addirittura reale in virtù di un sortilegio. Lasciamo stare il cuore immacolato di Maria, che in Emilia non vota, ma qualcuno è in grado di spiegare perché mai un politico professionale consumato e usurato, scalpitante animale da talk-show e da Bestia, un politico virtuale sconfitto per ko anche da sé stesso, dovrebbe arrivare uno e prendere i pieni poteri a Bologna la dotta, la grassa e la rossa?

  

Guazzaloca era un macellaio di talento, one of us, detto all’emiliana. Al quale fu opposta una candidata di sentimenti delicati, un po’ come la signora Borgonzoni, ma non necessariamente efficace sul piano dell’immagine, una che provocava il popolo a sentire prima di pensare, ma con qualche ragione. Ora è diverso. Bonaccini, eroe fisso dell’Innamorato fisso, ha un fisico bestiale, è più bestia della bestia, e un bilancio da paura. A sentire la cosa come si fosse parte del popolo, anche del popolo di Guazzaloca che a lui somiglia, la sua sconfitta contro l’asse Borgonzoni-Salvini sarebbe impensabile, posto che si possa anche continuare a pensare. A Pisa gli amministratori “de sinistra” si erano dimenticati di prendere l’autobus e arginare il moto anarchico e poco rassicurante dei centri sociali più tristi del mondo. A Ferrara non so, e già i nuovi se la cavano mica tanto bene. Ma a Bologna Modena Reggio, e nei distretti, e nelle province Bonaccini va a cavallo. Se perde il perché ce lo spiegheranno i liberali per Salvini, quelli che nello scorso mese di agosto esaltavano la sua tattica magistrale per la marcia su Roma. D’altra parte quando il popolo smette di pensare, e gli intellettuali “sentono” sulla sua scia, se ne vedono di tutti i colori.

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  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.