Cancellare il trucismo

Claudio Cerasa

Sicurezza, immigrazione, Europa, prescrizione, coronavirus, porti aperti e tweet chiusi. Cosa vuol dire superare la stagione del salvinismo di governo con i fatti? Una chiacchierata manifesto con il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese

Non dice mai emergenza, non parla mai di allarme, non usa i numeri per fare propaganda, non ha un account Twitter, non ha un profilo su Facebook, non ha una galleria su Instagram, non ha una Bestia da alimentare, non ha un partito a cui rispondere, non organizza comizi nel ministero, non gioca con la xenofobia, non usa gli sbarchi per conquistare voti, non si traveste da poliziotto, non fa sciacallaggio sui carcerati, disprezza gli estremismi, non infierisce sui suoi avversari e nel giro di cinque mesi, il ministro forse più importante e meno conosciuto del governo, è riuscito in un piccolo miracolo: far tornare a essere il suo ministero non più il simbolo di una paura ma il simbolo di una speranza.

 

C’è un processo non politico che forse Matteo Salvini potrà vincere nei prossimi mesi e quel processo ha a che fare con i reati molto severi di cui l’ex ministero dell’Interno è accusato per il caso della Gregoretti e presto capiremo se davvero il leader della Lega dovrà temere o no le accuse formulate contro di lui dal Tribunale dei ministri – sequestro di persona aggravato da abuso di poteri nei confronti di minori. C’è però, poi, un altro processo, questo sì tutto politico, che Matteo Salvini difficilmente potrà vincere e quel processo riguarda un terreno che non ha a che fare con il terreno giudiziario ma ha a che fare con il terreno della realtà.

 

E se ci si pensa bene le accuse dalle quali Matteo Salvini, nel futuro, avrà più difficoltà a difendersi sono quelle che hanno a che fare non con il suo possibile abuso di potere ma con ciò che all’epoca del governo Salvini ha fatto con i suoi poteri. Di là, nel mondo di Salvini, l’idea di governare l’immigrazione ha coinciso con l’idea di rendere credibile uno scenario non credibile, ovvero fermare l’immigrazione, e per provare a rendere verosimile quello scenario l’ex ministro dell’Interno ha alimentato in tutti i modi una retorica farlocca: chiudere idealmente i porti, chiedere all’Europa di disinteressarsi del Mediterraneo, disinteressarsi alla modifica del Regolamento di Dublino, fottersene della redistribuzione dei migranti in Europa, al punto da costruire alleanze con tutti i paesi disposti a fare di tutto pur di trasformare l’Italia nell’imbuto dell’Europa, e considerare infine la presenza del ministro in Libia meno importante della presenza del ministro nello studio di Giletti. Di là, nel mondo di Salvini, c’è l’idea dell’immigrazione utilizzata per alimentare la paura e per consolidare i sondaggi.

 

Dall’altra parte, nel mondo post Salvini, c’è un’idea diversa, non utopistica ma pragmatica, portata avanti da un ministro che ha tutte le caratteristiche per provare a essere anche nel futuro il simbolo di ciò che può significare essere degli anti salviniani non a parole ma con i fatti. Abbiamo passato un’ora al Viminale con il prefetto Luciana Lamorgese, già prefetto di Venezia, già capo di Gabinetto al Viminale nel 2013, con Angelino Alfano, e successivamente, nel 2017, con Marco Minniti, prima di diventare prefetto di Milano nello stesso anno e prima di essere nominata consigliere di Stato, nel 2018, da Giuseppe Conte, e in un’ora di chiacchiere con il ministro abbiamo provato a capire meglio cosa vuol dire oggi sicurezza in Italia, a che livelli è la percezione dell’insicurezza, cosa c’è da aspettarsi dal processo al leader della Lega, cosa c’è da aspettarsi dal processo al governo, cosa c’è da augurarsi sulla prescrizione, cosa c’è da temere quando si parla di antisemitismo. Il ministro ha risposto a tutte le nostre domande, ci ha offerto numeri interessanti sui rimpatri, i ricollocamenti, sui nuovi meccanismi dell’Europa, dove si dimostra che il muro contro muro non porta risultati ma porta problemi, e la nostra conversazione con il ministro parte da qui. Da una curiosità, che poi coincide in modo plastico con l’essenza della discontinuità tra il ministro truce e la ministra non truce: i tweet.

CC: Ministro, ma in questi cinque mesi non ha mai avuto voglia di fare un tweet?

LL: Guardi, abbiamo nostri mezzi di comunicazione, e direi che va bene così.

 

CC: Davvero non ha mai avuto la tentazione di misurare sulla rete il suo consenso per un qualche risultato conseguito?

LL: Mi sembra che il paese sia piuttosto consapevole dei nostri risultati, anche senza tweet.

 

CC: E allora quali sono i risultati più significativi che ha raggiunto finora?

LL: Il maggiore coinvolgimento dell’Europa nella gestione del fenomeno dell’immigrazione è stato il risultato più importante. Mi sono impegnata molto per raggiungere l’accordo di Malta del 23 settembre, i cui effetti sono stati visibili a partire dal mese di ottobre. Ho seguito questa vicenda in prima persona perché la collaborazione europea è il cardine delle nostre politiche sull’immigrazione. Molti giornali hanno sostenuto che l’accordo non avesse prodotto alcun risultato, ma in realtà la situazione è migliorata essenzialmente in due modi.

  

“Quando i migranti arrivano, sappiamo già dove verranno ricollocati.
L’Italia, si fa carico dei controlli di sicurezza e sanitari sui migranti,
che vengono poi ricollocati negli altri stati membri nel giro di un mese
e mezzo. E’ stato riconosciuto il fatto che entrare in Italia
significa entrare in Europa”  

 

CC: Come?

LL: Innanzitutto, abbiamo riscontrato grande vicinanza da parte degli altri paesi europei. Ora è la Commissione europea, e non più l’Italia, a richiedere la ridistribuzione dei richiedenti asilo sbarcati in Italia e lo fa prima dell’arrivo della nave in porto. Per capirci: quando i migranti arrivano, sappiamo già dove verranno ricollocati. Il paese di primo sbarco, l’Italia, si fa carico dei controlli di sicurezza e sanitari sui migranti, che vengono successivamente ricollocati negli altri stati membri nel giro di un mese e mezzo. Molti giovani migranti prendono l’aereo per Parigi o per la Germania. Questo indica un’accelerazione delle procedure, che prima duravano alcuni mesi. In altre parole, se non fosse chiaro: è stato riconosciuto il fatto che entrare in Italia significa entrare in Europa. In questo modo, il Regolamento di Dublino è stato superato nei fatti pur non essendoci stata una modifica formale. Con il trasferimento, i migranti vengono iscritti nel sistema Eurodac dal paese ricevente. Ad esempio, quando arrivano in Germania sono completamente a carico delle autorità tedesche, come se quello fosse il paese di primo sbarco. Anche la Romania ha aderito a questo sistema di recente al vertice di Zagabria. Tutto questo è rilevante perché significa che il paese ricevente è chiamato a decidere se i migranti hanno il diritto di restare e a provvedere al rimpatrio se non ne sussistono le condizioni.

 

CC: Proviamo a quantificare, ministro.

LL: Dal primo gennaio del 2019 fino alla mia entrata in carica, lo scorso 5 settembre, ci sono stati 85 trasferimenti. Dal 5 settembre a oggi la cifra è salita a 470 e questo indica il successo della nostra strategia. In totale, dal 1° gennaio 2019, 555 sono stati i richiedenti asilo trasferiti in Europa: 470, cioè l’85 per cento, sono partiti dopo l’accordo di Malta. Nel 2019 la media mensile è passata da 11 (nei primo otto mesi dell’anno) a 98 nei quattro mesi successivi al vertice de La Valletta.

 

CC: I rimpatri sono un altro tema importante. Ci può dare qualche numero per capire che cosa è cambiato da un governo all’altro?

LL: In questo caso la difficoltà consiste nello sviluppare gli accordi con i paesi di origine. Nel 2019 i rimpatri forzati sono aumentati: passando da 6.820 nel 2018 (con una media giornaliera pari 18,6) a 7.054 nel 2019 (con una media giornaliera di 19,3). Nei primi otto mesi del 2019 (fino al 4 settembre) i rimpatri forzati sono stati 4.647 (con una media di 18,8 al giorno); negli ultimi quattro mesi dell’anno sono stati 2.407 (con una media di 20,3). Nel 2020 i rimpatri, al 9 febbraio, sono stati 660.

 

CC: Che cosa è cambiato, politicamente parlando, per quanto riguarda i rimpatri?

LL: Gli accordi che funzionano meglio sono con Nigeria, Tunisia ed Egitto. Abbiamo dato un’ulteriore spinta tenendo conto che ci sono migliaia di stranieri attualmente detenuti in carcere. Ho lavorato con il ministro della Giustizia per rimpatriare questi soggetti: nel 2019 sono stati 890 gli stranieri espulsi in seguito a un provvedimento dell’autorità giudiziaria. Nel 2018 erano stati 831, nel 2017 799. Non voglio però cadere nella logica del mio predecessore. Credo sia sbagliato assumere che i successi di un’amministrazione siano merito del ministro di turno. Gli uffici del Viminale lavorano bene a prescindere, e anche miei predecessori hanno dato un impulso per aumentare il numero di rimpatri.

 

CC: Proviamo a fare un quadro ancora più completo mettendo sul tavolo tutti i numeri più importanti, anche quelli meno noti, relativi al tentativo dell’Italia di governare l’immigrazione.

LL: Dal 2015 a oggi, nell’ambito del programma di reinsediamento sono stati trasferiti in Italia 2.510 rifugiati da Giordania, Libano, Libia, Siria, Sudan, Turchia. Il Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, inoltre, lo scorso 19 settembre ha comunicato formalmente alla Commissione europea un impegno aggiuntivo in materia di resettlement per il 2020 pari a 700 rifugiati, di cui 70 dal Niger, 130 dalla Libia, 250 dalla Giordania, 250 dal Libano.

 

Rimpatri: “Gli accordi che funzionano meglio sono con Nigeria, Tunisia
ed Egitto. Abbiamo dato un’ulteriore spinta tenendo conto che ci sono migliaia di stranieri attualmente detenuti in carcere”. “Stiamo cercando
di allargare il gruppo di governi che hanno condiviso lo spirito di Malta” 

 

CC: E quanti sono oggi i corridoi umanitari attivi?

LL: A oggi ci sono quattro protocolli di intesa firmati. Il primo, che risale al 2015, è stato sottoscritto tra il ministero degli Affari esteri, il ministero dell’Interno, la comunità di Sant’Egidio, la federazione delle Chiese evangeliche e la Tavola Valdese e ha riguardato un totale di 1.000 persone, prevalentemente di nazionalità siriana, trasferite in Italia dal Libano nel biennio 2016-2017. Questo protocollo è stato rinnovato nel novembre del 2017, per un ulteriore contingente di 1.000 persone, da traferire nel biennio 2018-2019. In tale ambito, 886 richiedenti asilo sono stati già trasferiti in Italia dal Libano. Le organizzazioni proponenti hanno chiesto una proroga fino a marzo 2020, al fine di poter completare l’impegno. Un ulteriore protocollo è quello sottoscritto con la Conferenza episcopale italiana e la comunità di Sant’Egidio, sottoscritto nel 2017 e conclusosi nel 2019, grazie al quale sono arrivati 496 richiedenti asilo principalmente dall’Etiopia. Quest’ultimo protocollo è stato rinnovato il 3 maggio 2019 e troverà attuazione in Etiopia, Niger e Giordania, per una durata di 24 mesi e un numero massimo di 600 beneficiari, di cui 122 sono già arrivati dall’Etiopia. Infine, dal dicembre 2017 a oggi sono state organizzate otto operazioni di evacuazione umanitaria che hanno consentito il trasferimento di 808 richiedenti asilo dalla Libia e 105 dal Niger.

 

CC: Possiamo forse dire che si è verificato il seguente cambiamento rispetto al precedente governo. La strategia della chiusura, fino a qualche mese fa, prevedeva la possibilità che i migranti non arrivassero più. L’operazione Sophia è così rimasta senza navi, i porti sono stati idealmente chiusi e l’Italia si è disinteressata della Libia, dell’Europa e si è addirittura disinteressata di partecipare ai vertici più importanti. E’ giusto dire che l’attuale governo invece sta tentando di governare l’immigrazione senza chiudere i confini e utilizzando l’Europa come valore aggiunto e non come punto di debolezza? E se sì, come si fa a far funzionare questo valore aggiunto?

LL: L’azione dell’Europa è indispensabile per cercare di dare una efficace risposta al fenomeno migratorio che è strutturale e non può quindi essere affrontato con interventi emergenziali, tantomeno da singoli paesi. Stiamo cercando di allargare il gruppo di governi che hanno condiviso lo spirito di Malta. In questa direzione un grande sforzo lo stanno compiendo la Germania e la Francia ma anche altri paesi: la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda. Lunedì scorso ero in visita in Germania, fra pochi giorni sarò a Madrid e a breve tornerò a Berlino.

 

CC: Finora, ministro, ha spiegato che il Regolamento di Dublino sta cambiando nei fatti, e questo è già un buon punto. Ma quali sono a suo avviso gli obiettivi più importanti che ancora devono essere realizzati a livello comunitario?

LL: Mi auguro che ci sia una maggiore partecipazione degli stati membri all’accordo di Malta. Tuttavia una strategia integrata e condivisa da tutti i partner europei in tema di immigrazione non può prescindere da una comune azione politica e diplomatica nei confronti dei paesi terzi. In particolare, sarebbe auspicabile una gestione comune degli accordi di rimpatrio perché così facendo molti paesi del nord e dell’est Europa si sentirebbero rassicurati al momento di manifestare agli stati in prima linea sulle rotte migratorie la loro disponibilità ad accogliere i migranti.

 

CC: Negli ultimi anni c’è stata grande confusione riguardo al numero degli immigrati irregolari presenti in Italia. Può aiutarci a fare chiarezza?

LL: I migranti irregolari in Italia sono stati stimati in 600 mila, successivamente questa cifra è stata ridotta a 90 mila. Tuttavia, sarebbe davvero difficile quantificarli con precisione. Il loro numero è sicuramente maggiore di 90 mila, ma credo che comunque non sia utile fare stime grossolane. 

 

CC: Prima del vostro arrivo i richiedenti asilo diventavano automaticamente degli irregolari a causa dei decreti Sicurezza. Avevate manifestato l’intenzione di intervenire su questo tema. Come?

LL: Sui decreti Sicurezza stiamo lavorando tenendo conto dei rilievi formulati dalla Presidenza della Repubblica e molto presto presenterò la proposta di un testo agli esponenti della maggioranza. Quindi non posso entrare nel merito delle modifiche che sono sottoposte non solo a una valutazione tecnica ma anche a una verifica politica.

 

CC: Il decreto Sicurezza è stato criticato da destra e sinistra perché distrugge di fatto il sistema di integrazione. Ci può dire se almeno su questo il governo interverrà?

LL: Credo molto nell’integrazione. Abbandonare queste persone senza offrire loro una prospettiva alimenta il rischio che vengano attratti dai circuiti criminali. Se i migranti si sentono rifiutati dallo stato, tra l’altro, si corre anche il rischio che rispondano al richiamo della radicalizzazione. Ma un’efficace integrazione ha bisogno di risorse adeguate: per questo il Viminale, davanti a una grave situazione in cui i bandi di gara andavano sempre deserti a causa di tagli lineari, ha riconosciuto ai prefetti la possibilità di aumentare in modo flessibile, a seconda delle diverse esigenze territoriali, i fondi da destinare ai servizi per i migranti.

 

CC: Cosa ne pensa del processo a Salvini? Crede che le accuse siamo fondate?

LL: Non mi esprimo su questo tema, e poi non ho intenzione di entrare nel merito delle vicende giudiziarie. Ogni ministro segue una sua linea a cui poi è chiamato a rispondere.

 

CC: Ma martedì c’è stato un voto in Parlamento ed è un tema che non si può lasciare cadere così. E’ stato un bene o un male secondo lei votare a favore del processo a Salvini? E se lei fosse stata in Parlamento, cosa avrebbe votato?

LL: Non sono né un deputato né un senatore!

 

CC: Ma non pensa sia importante rivendicare il fatto che il diritto del mare non debba essere schiacciato sotto il peso della propaganda politica?

LL: La magistratura verificherà se il diritto internazionale è stato osservato o meno. Bisognerà stabilire se il ministro ha assunto un determinato comportamento per ragioni di sicurezza nazionale.

 

CC: Il caso della Ocean Viking, la nave delle Ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere con a bordo 403 migranti soccorsi nel Mediterraneo, che a fine gennaio ha attraccato al molo San Cataldo di Taranto, dopo diversi giorni rimasta in mare, è simile alla vicenda Gregoretti, come sostiene Salvini?

LL: Questo governo non ha mai bloccato le navi in mare e non ha mai rifiutato l’assegnazione di un porto sicuro a chi lo ha richiesto secondo le convenzioni internazionali. Grazie all’Europa, che con la Commissione si muove già prima dello sbarco, siamo stati in grado di gestire senza clamore mediatico tutte le fasi che precedono l’approdo delle navi nei porti.

 

CC: Molti cittadini si pongono la seguente domanda: l’Italia come si deve comportare davanti al rifiuto di Malta? Deve considerare che è un paese piccolo, che ospita già molti immigrati oppure deve fare altri ragionamenti?

LL: Malta ha ospitato il vertice dello scorso settembre che, come ho detto, ha rappresentato un punto di svolta sul piano della solidarietà europea. E’ comunque vero che Malta è insieme all’Italia uno dei paesi più esposti sulle rotte migratorie ma è anche evidente che è un piccolo paese impossibilitato ad assorbire grossi flussi..

 

CC: Il ministero dell’Interno è preoccupato dal fatto che l’arrivo degli immigrati dall’Africa possa essere un pericolo rispetto alla diffusione del coronavirus?

LL: Dopo aver scritto al ministero della Salute, sono state rafforzate con un decalogo ad hoc le misure di prevenzione per la sanità marittima. Non credo che, al momento, ci siano i rischi di un contagio, ma se dovessero verificarsi casi, abbiamo preso tutte le precauzioni. La nostra azione è stata mirata e tempestiva.

  

CC: Il rafforzamento della Turchia in Libia è diventato sì o no un problema? Molti osservatori sostengono che questo sia un pericolo dato che la Turchia, tradizionalmente, fa un uso piuttosto disinvolto dei flussi migratori.

LL: Dieci giorni fa abbiamo ricevuto il ministro dell’Interno libico, che ha espresso preoccupazione per la situazione generale del suo paese. Abbiamo fatto notare un disimpegno negli ultimi tempi della guardia costiera libica nelle operazioni di salvataggio. Abbiamo anche parlato del memorandum, la cui nuova stesura, ancora oggetto di una trattativa tra Roma e Tripoli, prevede tra l’altro centri per i migranti gestiti dalle agenzie Onu e una maggiore attenzione alla tutela dei diritti umani. Il ministro dell’Interno libico è apparso ben disposto. Tuttavia, la situazione in Libia deve essere valutata nel suo complesso. Non possiamo abbandonare quel paese anche perché la sua forte situazione di instabilità determina evidenti effetti sui flussi migratori lungo la rotta mediterranea. In questi giorni, il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, si è recato in Libia proprio per favorire il processo di stabilizzazione in linea con ciò che è stato deciso nella conferenza di Berlino.

 

CC: Gli ultimi sondaggi rilevano che gli italiani hanno meno paura dell’immigrazione rispetto al passato. Sta cambiando qualcosa nel nostro paese, anche a livello di opinione pubblica?

LL: Sarebbe sbagliato nascondere il problema e non è questo il mio obiettivo. L’anno scorso il numero degli sbarchi è stato poco più di undicimila, molto meno delle cifre davvero allarmanti degli anni precedenti. Da ministro, per quanto mi riguarda, intendo rassicurare i cittadini spiegando la reale situazione. L’immigrazione è un fenomeno strutturale che esiste da sempre, a partire da quando i nostri concittadini emigravano in America. Occorre gestirlo e possiamo farlo soltanto con un forte impegno dell’Europa.

 

CC: Ministro, ma l’Italia è un paese xenofobo?

LL: Non siamo un paese xenofobo. Le faccio un esempio. Uno dei problemi nella mia esperienza da prefetto di Milano – una città europea e al passo con i tempi – era la presenza massiccia di migranti irregolari davanti alla stazione. Questa situazione produceva un diffuso senso di insicurezza, che abbiamo contrastato ricorrendo a operazioni straordinarie settimanali. Non possiamo ignorare che la percezione della sicurezza si autoalimenti e culmini in un rigetto di tutto ciò che è diverso. Ma la nostra non può essere una società chiusa, piuttosto, deve aprirsi alle diversità che rappresentano una fonte di ricchezza. Per questo ritengo che tante paure si debbano combattere garantendo migliori condizioni di sicurezza per tutti i cittadini.

 

CC: Esiste in Italia un filone di pensiero secondo cui la xenofobia si combatte solo con l’integrazione. Ci sembra di capire che lei sostiene che contro la xenofobia l’integrazione non basti, perché bisogna anche dimostrare ogni giorno di saper governare il fenomeno e non invece di essere ostaggio di quel fenomeno.

LL: E’ così. Un fattore importante è rappresentato dal contenimento del degrado e della emarginazione nelle periferie. In tale direzione tutte le istituzioni sono chiamate a fare la loro parte e un ruolo fondamentale è riservato ai comuni. Le amministrazioni locali hanno una funzione cruciale nella tutela della sicurezza urbana. Tante le azioni che devono essere poste in essere. Innanzitutto è essenziale partire dalle iniziative che incidono sulla vivibilità: evitare che le strade diventino dormitori, garantire l’illuminazione, promuovere attività culturali e iniziative per i ragazzi. Occorre investire per lo sviluppo e la crescita economica e sociale delle nostre città.

 

CC: Perché alcune città riescono a mantenere il decoro attorno alla stazione mentre altre non ci riescono? Se un sindaco fosse disposto ad agire in modo muscolare potrebbe risolvere il problema?

LL: Il sindaco non può agire da solo ma deve coordinarsi con i prefetti nell’ambito dei comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica. La tutela della sicurezza urbana comporta necessariamente lo sviluppo di sinergie tra i diversi livelli istituzionali. E’ importante agire sul lato della prevenzione.

 

“L’anno scorso gli sbarchi sono stati poco più di undicimila, molto meno
delle cifre davvero allarmanti degli anni precedenti”.
“Non possiamo ignorare che la percezione della sicurezza si autoalimenti
e culmini in un rigetto di tutto ciò che è diverso.
Ma la nostra non può essere una società chiusa”

 

CC: Immigrazione a parte, quali sono oggi i primi tre problemi legati alla sicurezza in Italia?

LL: Al momento non ci sono emergenze ma situazioni che richiedono grande cura e attenzione per quei territori più esposti alla pervasività della grande e piccola criminalità organizzata. Abbiamo attuato con il prefetto di Roma un modello di intervento operativo per una grandissima città come la capitale, con tanti municipi esposti a gravi e diversi problemi, non ultimo lo spaccio della droga. Stiamo intervenendo con uomini e mezzi a Foggia dove esiste una criminalità organizzata con la dovuta energia: mesi fa avevamo promesso di aprire una sezione operativa della direzione investigativa antimafia e sabato scorso sono stata in città per inaugurarla rispettando i tempi annunciati. Tutte queste situazioni vanno affrontate con grande determinazione. Un plauso alla magistratura e a tutte le forze dell’ordine per il forte impegno quotidiano. Ne sono testimonianza le innumerevoli operazioni condotte ogni giorno sull’intero territorio nazionale. Certamente grande attenzione deve essere rivolta al contrasto ai traffici di sostanze stupefacenti e all’aumento del consumo di droga e dei reati collegati. Preoccupa anche la disoccupazione giovanile che comporta un incremento del numero di persone facilmente attratte dalla criminalità.

 

CC: Recentemente lei ha espresso preoccupazione anche per i femminicidi: in che misura rappresentano un’emergenza?

LL: Le donne continuano ad essere vittime di violenze. Vittime italiane in altissima percentuale con violenze commesse ne 74 per cento dei casi da italiani senza distinzione di latitudine l’aumento di vittime di reato di sesso femminile è lo stesso sull’intero territorio nazionale. Significativa è la rinnovata propensione e fiducia nel denunciare: effetto, probabilmente, anche del codice rosso recentemente entrato in vigore che offre alle donne che subiscono episodi di violenza un percorso preferenziale e accelerato di tutela. Siamo pronti ad intervenire per renderlo ancora più efficace. Ma sono consapevole che non è sufficiente agire solo sul piano normativo. La violenza sulle donne è soprattutto un problema culturale ed è per questo che occorre lavorare nelle scuole e con le famiglie, tra i ragazzi e le ragazze, perché è lì che deve partire il cambiamento per diffondere la cultura del rispetto.

  

CC: Non crede che un problema serio per il nostro paese sia il proliferare di episodi legati all’antisemitismo?

LL: Lo è. Dieci anni fa non avremmo mai pensato di vedere tante stelle di David incise sulle porte di casa. Questi casi mi preoccupano molto. Cose che fino a qualche anno fa non erano nemmeno pensabili, come l’allarmante banalizzazione della Shoah.

 

CC: In Italia e nel resto del mondo sono tre le cause scatenanti dell’antisemitismo: islamismo fanatico, estremismo di sinistra ed estremismo di destra. Si può condannare l’antisemitismo dimenticando una di queste tre cause?

LL: Qualunque forma di estremismo sdogana comportamenti inaccettabili, che talvolta vengono attuati con grande disinvoltura non solo contro gli ebrei. Se si vuole condannare l’antisemitismo, non si può trascurare nessuna di queste cause. Chi lo fa non combatte davvero l’antisemitismo. A Pomezia, per stare a uno degli ultimi casi di cronaca, gli episodi di antisemitismo hanno coinvolto alcuni ragazzini: significa che manca una conoscenza della storia e per questo credo sia fondamentale il ruolo degli educatori.

 

CC: Crede che in Italia ci sia un’emergenza antisemitismo legata alla proliferazione di un estremismo di destra?

LL: Non faccio differenza tra una parte politica e l’altra: tutti gli estremismi sono pericolosi.

 

CC: All’interno di un paese che spesso fatica a riconoscere i propri meriti, viene propagata la fake news secondo cui lo stato, in questi anni, non è riuscito a fare i conti con la mafia, e che anzi si è messo spesso d’accordo per fare chissà quali trattative. Possiamo dire che a oggi lo Stato sta vincendo la guerra contro la mafia?

LL: L’impegno contro tutte le mafie è costante e irrinunciabile. Le organizzazioni criminali sono cambiate e non sono più quelle di una volta. Le seconde generazioni dei sodalizi mafiosi cercano ogni giorno di infiltrare la società, insinuandosi nella vita politica ed economica. Ma lo Stato affronta gli attacchi della mafia con inquirenti e investigatori che sono tra i migliori al mondo. Se la domanda è chi stia vincendo oggi tra la mafia e lo Stato, io non ho dubbi: sta vincendo lo Stato.

 

L’antisemitismo: “Qualunque forma di estremismo sdogana comportamenti inaccettabili, non solo contro gli ebrei”. “Dobbiamo garantire
la durata ragionevole dei processi con tutte le garanzie previste
dalla Costituzione, per questo condivido la necessità
di una riforma del processo penale”

 

CC: Qual è l’articolo della Costituzione a cui un ministro dell’Interno dovrebbe essere più legato?

LL: Non uno ma tutti quelli che garantiscono le libertà civili, tutelano il processo democratico e disciplinano l’articolazione complessa dello Stato e i rapporti con gli enti territoriali. In uno stato moderno e plurale la condivisione degli obiettivi tra il governo nazionale e locale è un bene per il paese.

 

CC: Fino a che punto un ministro dell’Interno – pensiamo per esempio ai rischi legati al terrorismo – può permettersi di essere garantista e seguire fino in fondo l’articolo 27 della Costituzione?

LL: Non può esserci alcuna deroga al principio costituzionale secondo il quale ogni indagato debba essere considerato innocente fino a sentenza definitiva. In ogni caso interessi di sicurezza nazionale giustificano interventi di prevenzione nel rispetto comunque delle regole costituzionali.

 

CC: Un altro articolo importante, ci permetta di dire soprattutto in questa fase, è l’articolo 111 della Costituzione. Glielo ricordo: “La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata”. Non ha paura che, alla luce del dibattito sulla prescrizione portato avanti dal governo di cui lei fa parte, ci sia il rischio concreto che l’Italia si stia avviando in uno scenario caratterizzato da una durata sempre più irragionevole dei processi?

LL: Dobbiamo garantire la durata ragionevole dei processi con tutte le garanzie previste dalla Costituzione. Per questo condivido la necessità di una riforma del processo penale, accanto a misure che incidano in modo energico sull’organizzazione degli uffici giudiziari, garantendo risorse umane e finanziarie per l’esercizio di funzioni nevralgiche anche per lo sviluppo e la crescita del paese.

 

CC: Un altro tema cruciale, su questo fronte, riguarda il processo mediatico, ormai considerato a tutti gli effetti una parte integrante del processo giudiziario. Non pensa che anche su questo tema l’Italia dovrebbe fare qualcosa in più per non trasformare in barbarie il mondo della giustizia?

LL: Il processo mediatico a volte non corrisponde ai fatti reali e la stampa dovrebbe comunque seguire sempre una linea di rispetto e prudenza quando tratta vicende personali e comunque delicate. Una notizia non può distruggere la reputazione di una persona.

 

CC: Chiudiamo con due piccole curiosità ministro. In questo momento che libro sta leggendo?

LL: “Prove tecniche di resurrezione” di Antonio Polito. Mi hanno molto colpito le pagine in cui lui, pur raccontando che, arrivato a una certa età, prova un senso di angoscia e di smarrimento perché inizia a pensare seriamente alla morte, esorta tutti a riappropriarsi della vita prima che sia troppo tardi. E’ una riflessione molto profonda a cui io cerco di rispondere ogni giorno con l’ottimismo.

 

CC: E il libro sul suo comodino qual è?

LL: Tra gli altri, c’è un libro a cui sono particolarmente legata e che tengo sul comodino. E’ di Luisa Adorno, si intitola “L’ultima provincia”. Quando ero prefetto a Milano ne ho comprate diverse copie e le ho regalate alle persone a me più vicine: il romanzo è ambientato settant’anni fa e racconta la storia di un prefetto che viene trasferito per avere rifiutato gli ordini di un superiore. La moglie, che non riteneva giusta questa punizione, gli chiede di resistere e di provare a rimanere al suo posto. La risposta del prefetto: “Non ho più niente da chiedere, ho dato anche troppo…”.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.