Un membro dell'equipaggio di una nave ong, la Open Arms, in navigazione (foto LaPresse)

Il Mediterraneo non è più in quarantena

Luca Gambardella

Dalla missione europea Irini al ritorno della nave umanitaria Alan Kurdi al largo della Libia. Il coronavirus cambia le operazioni di salvataggio dei migranti e porta con sé anche conseguenze politiche per l'Italia

Oggi è nata ufficialmente Irini, la missione gemella di Sophia che, dopo cinque anni di risultati deludenti, ieri ha chiuso i battenti. Mentre l’Europa è assorbita dalla lotta alla pandemia, il passaggio di consegne è avvenuto in sordina, forse anche a testimoniare come le aspettative che qualcuno aveva riposto nella missione – come il ministro degli Esteri Luigi Di Maio – siano finite per ridimensionarsi. Ieri, l’Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza dell’Ue, Josep Borrell, ha provato a giocarsi anche la carta dell’epidemia per provare a sponsorizzare Irini: “L’intesa dimostra che anche in tempi duri come quelli del coronavirus, continuiamo ad avere senso di responsabilità e a giocare un ruolo importante nel promuovere la pace”. Alla fine però, il compito principale di Irini sarà lo stesso di Sophia, cioè quello di garantire l’embargo in Libia stabilito dall’Onu nel 2011.

  

  

La continuità nelle operazioni è confermata dal fatto che il comando è rimasto a Roma, nelle mani del contrammiraglio Fabio Agostini, che era stato assegnato alla guida di Sophia appena un mese e mezzo fa. Il controllo politico e strategico invece ricadrà sul Comitato politico di sicurezza di Bruxelles che, ogni quattro mesi, potrà fare una verifica dei risultati ottenuti: nel caso in cui la presenza delle navi militari costituisse un “pull factor” per le partenze dei migranti si metterebbe fine alla missione. Per questo i leader europei hanno preso tutte le precauzioni necessarie a scongiurare un rischio simile: le unità saranno schierate solo davanti alle coste occidentali della Libia proprio per evitare di facilitare troppo gli “incontri ravvicinati” con i barconi, che renderebbero obbligatori i salvataggi (come previsto dalle convenzioni internazionali).

 

L’esatta collocazione delle navi è protetta da segreto militare, ma si prevede che le unità navali e aeree finiranno per lasciare aperta la navigazione persino davanti a Misurata, un porto strategico per le forniture militari provenienti da altri paesi. Insomma, per paura di dovere effettuare salvataggi in mare, la missione potrebbe rinunciare anche a fare rispettare l’embargo che pure dovrebbe essere il suo obiettivo principale.

 

L’Italia ha ottenuto che i migranti eventualmente salvati dalle navi militari siano condotti in Grecia, dato che il nostro paese, il più colpito dalla pandemia in Europa, dice di non essere in grado di assicurare l’accoglienza dei naufraghi in questo momento. Proprio la chiusura dei porti italiani alle navi militari a causa del Covid-19 apre a un altro quesito: cosa fare con le navi ong? Dal 27 febbraio scorso la sicurezza nel Mediterraneo centrale è stata affidata alle sole attenzioni della Guardia costiera libica. Le navi umanitarie sono state ritirate dalle stesse ong a causa delle difficoltà logistiche nel mettere insieme squadre di recupero per via della pandemia che ha reso complicati gli spostamenti in Europa. Nel frattempo gli sbarchi sono crollati: in tutto il mese di marzo, secondo i dati pubblicati oggi dal Viminale, c’è stato un crollo degli arrivi in Italia, con appena 241 persone sbarcate. Ma proprio l’assenza di qualcuno che monitori il Mediterraneo centrale rende impossibile stabilire quali siano i numeri reali di chi parte e di chi muore al largo della Libia.

  

 

Così da ieri è tornata in mare la nave Alan Kurdi della ong tedesca Sea Eye. Con il via libera delle autorità spagnole e in stretto contatto con il proprio paese di bandiera – la Germania – la nave con 60 membri di equipaggio si è subito diretta verso le coste libiche. “Come potremmo restare in porto adesso che non c’è nemmeno una nave di salvataggio?”, ha detto la comandante Bärbel Beuse. Nonostante assicuri di avere preso tutte le precauzioni per evitare complicazioni sanitarie a bordo, rese complicate anche proprio dall’epidemia di coronavirus, il rischio principale è che la decisione dell’ong torni ad alimentare scontri e polemiche sull’autorizzazione degli sbarchi in Italia. Lo scorso febbraio, quando il Viminale diede il via libera allo sbarco a Pozzallo di 274 migranti salvati dalla Ocean Viking, il leader della Lega Matteo Salvini non mancò di attaccare il governo e di rilanciare la dottrina dei porti chiusi: “Nemmeno nella situazione di grave emergenza nazionale in corso il governo ritiene di dover chiudere i porti. Non ho parole”. Ora che le ong tornano in mare, il rischio che l’emergenza sanitaria e la strumentalizzazione degli sbarchi finiscano per intrecciarsi è concreto. E in Italia, qualcuno non aspetta altro per cavalcare l'onda dell’indignazione collettiva.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.