Uomini alleati del governo di unità nazionale combattono a Tripoli (AP Photo/Ricard Garcia Vilanova)

La missione Ue nel Mediterraneo non spaventa Russia e Turchia

Luca Gambardella

La Germania potrebbe contribuire a Irini solamente con un aereo e con zero navi. Intanto, chi può continua a violare l'embargo in Libia

La missione europea Irini è ormai prossima a essere schierata nel Mediterraneo, ma la Russia e la Turchia sembrano intenzionate a voler sfidare ancora l’embargo Onu sulle armi in Libia. Ieri è arrivato il via libera del Comitato politico e di sicurezza dell’Ue sugli ultimi dettagli dell’operazione, a cominciare dalla flotta e dalla catena di comando. Oggi i ministri degli Esteri dell’Ue, riuniti in Consiglio, hanno fatto altri piccoli passi avanti. Fonti europee parlano di un clima positivo ma anche di alcune “questioni tecniche da finalizzare”. La missione “partirà così come stabilito nello spirito di quanto stabilito alla Conferenza di Berlino dello scorso gennaio”, ma resta ancora da capire chi contribuirà come in termini di navi e di aerei da mettere a disposizione della missione sorella di Sophia, che ha chiuso i battenti lo scorso 31 marzo.

 

Il comando operativo resterà all’Italia, rappresentata dal contrammiraglio Fabio Agostini, mentre il comandante della forza dovrebbe essere un greco, come trapelato in queste settimane. Per quanto riguarda la composizione della forza militare, la Germania ha dato disponibilità per schierare 300 militari e un solo aereo da ricognizione, un Lockheed P-3 Orion. La partecipazione limitata di Berlino era attesa e contribuisce a mantenere aspettative piuttosto basse sull’efficacia della missione. Basti pensare che fino a quando Sophia era ancora dotata di una flotta, i tedeschi avevano sempre dato il proprio contributo fornendo almeno una fregata. Stavolta la Germania si limiterà a osservare il Mediterraneo dall’alto. Stamattina anche l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, lo spagnolo Josep Borrell, ha lanciato un appello per chiedere uno sforzo maggiore da parte di tutti gli stati membri: “I paesi che vogliono la pace in Libia devono sostenere Irini”, ha scritto sul sito di informazione online Bruxelles 2.

 

Chi osserva da vicino la genesi della nuova missione europea sono Russia e Turchia, che da tempo violano l’embargo del 2011 in Libia insieme agli Emirati arabi uniti. Il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, ha espresso dubbi sulla legittimità dell’operazione europea. Sebbene esista una risoluzione delle Nazioni unite del 2011 che impone l’embargo e considerato che la Russia ha potere di veto al Consiglio di sicurezza, Lavrov ha ribadito martedì che “bisogna chiedere il sostegno delle Nazioni Unite” per quella che ha definito una missione con un “nobile obiettivo”ma che solleva “alcuni dubbi”. Nei fatti, quella dei russi somiglia molto a un’azione di disturbo per ostacolare quella che comunque nasce come un’operazione fragile. “I media occidentali sono focalizzati per ora solo sull’invio di mercenari in Libia, ma la politica russa ha intrapreso da tempo anche un’altra partita, che è quella politica. Per Mosca non ci sono in ballo solo gli uomini del gruppo Wagner” che sostengono il generale Khalifa Haftar, spiega al Foglio Maxim Suckov, professore al Moscow State Institute per le relazioni internazionali.

 

Per Suckov “il Cremlino ha gradualmente aumentato la sua influenza anche sul piano politico del conflitto”. Il riferimento è al piano segreto rivelato da Bloomberg e dal Daily Beast un paio di giorni fa: nell’aprile dello scorso anno, Yevgeny Prigozhin, leader della Wagner e uomo molto vicino a Vladimir Putin, aveva avvicinato il figlio di Gheddafi, Saif al Islam, per verificare se ci fossero le possibilità di farne il leader politico della nuova Libia. I due consulenti inviati da Mosca, Maxim Shugaley e Samir Seifan, incontrarono Gheddafi almeno tre volte prima di essere arrestati a Tripoli. “Mentre gli Stati Uniti restano defilati dallo scenario libico, e probabilmente resteranno tali anche per quest’anno, i russi cercano di gestire la transizione con una strategia che potremmo definire del ‘leading from behind’”, dice Suckov.

 

Ma oltre alla partita russa, c’è anche quella turca. Martedì, parlando a una riunione del suo partito Akp, il presidente Recep Tayyip Erdogan ha detto che “il sostegno al governo di Tripoli continuerà fino a quando Haftar non sarà sconfitto”. Nel frattempo i voli diretti dalla Turchia alla Libia con armi e mezzi a sostegno dell’alleato Fayez al Serraj sono aumentati. Venerdì scorso una dozzina di caccia turchi F16 hanno scortato tre Boeing KC-135R, un E-7T e un C130: si tratta di aerei di grandi dimensioni, adatti al trasporto di uomini e mezzi. Come tracciato da Itamilradar, un sito che analizza le rotte dei mezzi militari, i tre Boeing hanno spento il transponder appena iniziata la discesa verso la Libia occidentale. Una missione senza precedenti per la quantità di mezzi coinvolti. C’è da chiedersi come, un domani, possa intervenire Irini in una circostanza analoga.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it