Libia, Italia e Malta "non sicuri". Il Mediterraneo centrale diventa un limbo per i migranti

Luca Gambardella

I bombardamenti a Tripoli sfiorano ormai il porto della città e rendono inutilizzabili gli ospedali. Dopo Roma anche La Valletta chiude tutto per via del coronavirus

Per la prima volta il Mediterraneo centrale non ha un porto sicuro ed entrambe le sponde del mare sono state chiuse d’imperio. Ieri sera, l’agenzia Onu per i migranti, l’Oim, ha annunciato che anche le autorità libiche ora definiscono il loro stesso paese “porto non sicuro” a causa dei bombardamenti del generale della Cirenaica Khalifa Haftar. “Circa 280 migranti che sono stati intercettati ieri rimangono stipati su una motovedetta della Guardia costiera libica, visto che le autorità si rifiutano di farli sbarcare”, spiega un comunicato. “La situazione è tragica – ha detto Federico Soda, capo della missione Oim in Libia – Dopo un viaggio pericoloso di 72 ore centinaia di persone passeranno la notte su una barca sovraccarica in un clima di grande tensione”. Anche i porti di Misurata e di Bengazi sono stati chiusi e i viaggi delle poche compagnie cargo che ancora operavano con l’Europa sono stati cancellati.

 

 

Nelle ultime ore la Turchia, che come l’Italia sostiene il governo di unità nazionale di Fayez al Serraj, ha accelerato le forniture di armi e droni verso gli aeroporti di Tripoli, Misurata e Zuwara. La risposta di Haftar è stata violenta, con bombardamenti che hanno preso di mira gli aeroporti, ma anche le zone limitrofe al porto di Tripoli. Tra gli obiettivi colpiti c’è l’ospedale di al Khadra, che è stato chiuso per i danni causati dal lancio dei razzi di Haftar che dura ormai da lunedì. L’abbandono della struttura è preoccupante perché era stata scelta come centro di cura specializzato per i casi di Covid-19. Gli ultimi appelli di mercoledì scorso rivolti dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea per un cessate il fuoco sono stati ancora una volta inascoltati e ormai ammontano a 27 le strutture sanitarie rese inutilizzabili dai combattimenti. Se l’epidemia di coronavirus dovesse diffondersi nel paese sarebbe una tragedia, dice l’Onu, che è ancora alla ricerca di un inviato speciale dopo il passo indietro di Ghassan Salame di inizio marzo. La ricerca di un degno successore, in grado di tentare ancora una volta di dare seguito alla Conferenza di Berlino e al confronto diplomatico, è complicata: si era fatto il nome del ministro degli Esteri dell’Algeria, Ramtane Lamarra. Ma i suoi legami con Mosca sono considerati un po’ troppo stretti. E visti gli interessi della Russia in Libia e il sostengo militare che garantisce ad Haftar, il suo profilo non convince gli Stati Uniti.

 

 

Nel frattempo, se il fronte meridionale del Mediterraneo centrale è chiuso per via dei combattimenti, i porti più a nord sono ormai fuori uso a causa dell’epidemia di coronavirus. Dopo il decreto interministeriale dell’Italia di martedì scorso, ieri anche Malta ha comunicato alla Commissione Ue che l’epidemia non rende più La Valletta un porto sicuro. Sessanta migranti sono stati fatti sbarcare sull’isola ma le autorità maltesi hanno annunciato che si tratta dell’ultimo caso. Alcuni dei naufraghi portati al sicuro hanno però denunciato alla piattaforma AlarmPhone di avere subito maltrattamenti da parte degli uomini della Marina militare maltese che erano stati inviati per soccorrerli. “Sono venuti e hanno tagliato il filo della trasmissione del nostro motore. Hanno detto che non vogliono che nessuno arrivi a Malta”, ha raccontato uno dei naufraghi. Il governo della Valletta non ha smentito le accuse. E ora, tra la guerra e la pandemia, il Mediterraneo centrale è rimasto senza sponde e sembra essere più sguarnito che mai.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it