La ragion di stato non è un comizio al paese, caro Salvini

Giuliano Ferrara

La differenza tra un’azione patriottica e una demagogia che esibisce la forza fino all’illegalità, come sulla Gregoretti

Attenzione: questo è un pezzullo salviniano, almeno nelle intenzioni, il risultato chissà, giudicherete voi. Allora, prendiamo sul serio la petizione di principio alla quale nel processo Gregoretti il senatore Salvini è approdato, per uscire dalla condizione di ostaggio di una maggioranza divenutagli ostile. Non più da parte sua la rivendicazione orgogliosa del “reato”, l’invocazione a essere processato con milioni di italiani, no, ora la linea cambia e il suo nucleo centrale è il seguente: io come ministro dell’Interno ho autorizzato o non ho impedito la salvezza via mare, per di più in acque maltesi, di quel centinaio di naufraghi, non ha senso pensare che uno imbarchi un naufrago per farlo prigioniero, Truce magari sì ma pirata no, e il fatto di averli trattenuti in mare su una nave militare italiana dipende solo dalla tutela dell’interesse nazionale, un fatto politico puro, che era quello di obbligare i partner europei a farsi carico anche loro dell’immigrazione sulla via dei porti italiani, questione di diplomazia, di coordinamento politico fra stati e di giustizia per così dire distributiva. Bene. All’argomento che distingue un’azione politica dai suoi risvolti penali, la privazione ingiusta e fuorilegge della libertà personale per non parlare della violazione del diritto del mare, siamo sensibili. Quante volte in passato abbiamo predicato l’autonomia e il primato della politica, che è sempre una potenziale zona grigia tra il letteralismo giuridico e la ragion di stato? Mille volte, centomila volte, un milione di volte abbiamo predicato questo in materia di contrasto al terrorismo e in altre materie incandescenti. E dunque, per coerenza, dobbiamo assolvere il senatore Salvini dal penale in nome del politico. 

 

Finisce qui il mio salvinismo leale verso la verità delle cose. Finisce qui, perché qui si inizia l’analisi politica, e il penale a questo punto dipende da come la si fa, del comportamento del ministro Salvini ex Truce incarnazione dello stato e della sicurezza. Ha egli spiegato nei vertici europei la sua irrevocabile richiesta di condivisione nei modi di un uomo di stato? No. Li ha trascurati. Non ci è proprio andato. Ha egli cercato una soluzione legale che combinasse in qualche modo, difficile ma era questo il suo dovere di ministro dell’Interno, la salvezza e libertà dei naufraghi e degli equipaggi e al tempo stesso la cooperazione tra partner europei? No. Non ci ha nemmeno provato. Si è limitato a esibire via Facebook, a vantaggio di telecamere e di opinione pubblica nazionale, la forza, la minaccia militare di andare contro l’interesse urgente all’approdo in un porto sicuro di una nave militare italiana. Ha fatto una serie di comizi, che per quanto atti politici, in presenza di una situazione di patente illegalità delle indicazioni date ai guardiani dei porti, non sono politica propriamente, ma selvaggia esibizione e primitiva della forza per la costruzione di un mito personale. E ha fatto questo non per risolvere un problema, come una qualunque benedetta Lamorgese, ma per creare un sentimento di ostilità italiana verso l’Europa traditrice, per alzare un’ondata demagogica di paura e insieme di orgoglio per l’uso della potenza marittima italiana allo scopo di sventare una minaccia.

 

Ed ecco che quei naufraghi e l’equipaggio costretti in alto mare per molti giorni si trasformano non già nel pegno politico di una politica ma in ostaggi illegalmente trattenuti e ristretti a vantaggio di una campagna politicoide di tipo nazionalista e del suo banditore vagabondo e assente dalle sedi decisionali dovute, Viminale compreso, se vogliamo.

 

Per tornare al paragone con il controterrorismo e il jihadismo, è come se invece di fare la legge sui collaboratori di giustizia o pagare segretamente dei riscatti all’estero le autorità avessero minacciato di praticare la tortura contro chi non parlava, con qualche esempio magari, e fra gli applausi del “popolo”, oppure avessero rivendicato il diritto di usare il denaro italiano per corrompere i banditi jihadisti allo scopo di salvare vite italiane. La ragion di stato, che il senatore ora invoca, funziona se oscilla tra soluzioni legali, magari ardite come gli incentivi al pentimento, e cose fatte con la mano sinistra nell’ignoranza di cosa fa la destra, per di più con molta, molta discrezione. Diventa invece materia penale quando si manifesta come demagogia, esibizione di un diritto speciale della forza bruta, e variante ignobile di un banalissimo comizio di paese, il comizio al paese.

  • Giuliano Ferrara Fondatore
  • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.