L'isola di Nisida, che ospita il carcere minorile

Storia di Liz, dalla prigione a una nuova vita. Grazie al carcere di Nisida, grazie alla legge italiana

Marìka Surace

Arrestata da adolescente a Malpensa, ha cercato sua madre, ha sbagliato ancora, ha rischiato il rimpatrio e si è meritata la sua chance

L’incontro con Elizabeth, che preferisce essere chiamata Liz, è in centro storico, a poche centinaia di metri dalla stazione di Napoli Piazza Garibaldi. Qui, nell’edificio che ospitava un vecchio lanificio, c’è la sede della Cooperativa Dedalus, uno dei punti di riferimento cittadini per le fasce più deboli della popolazione, soprattutto vittime di tratta e minori. Queste strade, sempre affollate, rumorose di voci e traffico, sono le stesse che Liz ha percorso la prima volta che è uscita da Nisida, l’istituto penale minorile in cui ha finito di scontare la sua pena qualche mese fa.

 

La sua storia in Italia, che assomiglia a molte altre ma ha un finale diverso da quasi tutte, inizia all’aeroporto di Malpensa, nel 2013, dove viene arrestata per spaccio internazionale di stupefacenti. Nata in un paesino della Repubblica dominicana, dove ha sempre vissuto con i nonni perché il padre è morto e la madre vive in Italia da quando lei aveva pochi mesi, Elizabeth è solo un’adolescente che viene coinvolta, suo malgrado, nel traffico internazionale di droga. Dopo cinque mesi di custodia cautelare nel carcere minorile di Pontremoli, il tribunale di Milano decide di darle un’occasione.

 

“Sono stati 5 mesi e 18 giorni terribili: ero a disagio, non capivo cosa mi stesse succedendo e soprattutto cosa ne sarebbe stato di me. Nessuno parlava la mia lingua. Quando il giudice ha detto che mi avrebbe concesso la messa alla prova, non ero consapevole del fatto che fosse un’opportunità. E infatti, ho combinato il guaio”. Il guaio, come lo chiama lei, è la rinuncia, dopo nove mesi, all’accoglienza in comunità. Da cui scappa. “Lì lavoravo, imparavo l’italiano, ma mi sentivo comunque diversa dagli altri. Pensavo a mia madre, che non viveva lontano dalla comunità. E visto che per me era importante ricucire il rapporto con lei, ho pensato che avremmo dovuto vivere insieme. Così una sera non sono proprio tornata in comunità. Peccato che nessuno mi avesse spiegato quali sarebbero state le conseguenze”.

 

Le conseguenze, appunto, sono immediate: i giudici revocano la messa alla prova e la condanna di Liz, tre anni e 4 mesi di reclusione, diventa definitiva. Quando, nell’agosto 2016, viene arrestata vicino a casa della madre, è spaventata ma non ancora consapevole della gravità di quanto successo. “Il mio unico pensiero, in quel momento, era il fatto che con mia madre le cose non fossero andate bene. Del carcere non mi preoccupavo perché ci ero già passata e pensavo che in qualche modo sarei uscita presto, come la prima volta. Solo dopo ho capito che non sarebbe stato così semplice. E quando ho compreso anche che né mia madre né nessun altro familiare avrebbero potuto aiutarmi, è stato come se tutto intorno a me andasse a pezzi”.

 

Ci sono frammenti che si perdono per sempre, dopo una rottura. Ma ci sono riparazioni che, anche senza quei frammenti, valgono una vita intera. Quando Elizabeth si è ritrovata, poco più che ventenne, senza nemmeno più un muro familiare cui appoggiare sconforto e speranze, è ripartita da quella rottura. Mettendo il mare tra lei e il mondo di prima, l’unico che conosceva. Ha ricominciato da un’isola dell’arcipelago delle Flegree: Nisida. Dove ha sede, appunto, uno dei più importanti istituti penitenziari minorili d’Italia. Un’isola sull’isola, come l’ha definita Valeria Parrella nel suo ultimo romanzo, Almarina, ambientato proprio tra le celle del carcere, che oggi ospita circa 70 minori, ragazzi e ragazze che “hanno combinato un guaio”. In Almarina l’autrice racconta come a volte la salvezza passi proprio attraverso la privazione di libertà. A patto che il percorso sia finalizzato a un obiettivo. Quello del reinserimento sociale. Sancito dall’articolo 27 comma 3 della nostra Costituzione.

 

“Appena arrivata ero arrabbiata con tutti, con me stessa, con mia madre, con chi mi aveva arrestata. Guardavo con diffidenza ogni tentativo di dialogo, non ne vedevo il senso. L’unica cosa che sapevo era che in carcere, per quanto possa essere ben gestito, non hai più la tua dignità: ti senti sempre in dovere verso qualcuno e qualcosa. Non fai mai quello che vuoi fare, ma fai sempre quello che ti dicono gli altri. Opponevo resistenza. Poi, però, i giorni passavano e così i mesi. E alla fine mi sono ammorbidita. Ho capito che se all’inizio venivo trattata con durezza dagli educatori e dagli psicologi, era perché mi si chiedeva un impegno sincero, un cambiamento. Da lì in poi il mio rapporto con le persone all’interno di Nisida è diventato costruttivo. E alla fine non ho trovato solo me stessa, ma ho trovato anche un’altra famiglia”.

 

All’interno dell’istituto si punta molto sulla formazione professionale dei ragazzi, ritenuta fondamentale nel percorso educativo. Liz ha iniziato a frequentare i corsi di italiano e poi a svolgere lavoro inframurario. Per poi iniziare un vero e proprio tirocinio aziendale, nel settore della ceramica.

 

“Ero brava. Sono brava. Ma soprattutto quello è stato il mio primo lavoro onesto: guadagnavo dei soldi che erano miei, imparavo a fare una cosa che mi piaceva. E, soprattutto, non solo ho capito che avrei potuto farcela da sola, ma che questo era necessario per ricominciare a vivere: se la mia famiglia vera, quella che stava fuori dal carcere, avesse interferito ancora, non avrei avuto spazio per me. Così ho deciso di tagliarli fuori, anche se con sofferenza”.

 

Il percorso va così bene che Ornella Riccio, lungimirante magistrato di sorveglianza del Tribunale di Napoli, decide di segnalare Liz ai servizi sociali, in modo da individuare una comunità di accoglienza che la ospiti per farle scontare il resto della pena in misura alternativa. Purtroppo i tempi si allungano e il posto non si trova. Nel frattempo, lei non smette di sperare. E anche di riflettere sul significato di quello che sta facendo. “Mi hanno spiegato che alla fine della pena mi aspettava l’espulsione dal territorio italiano: il reato da me compiuto è un reato cosiddetto ostativo al rinnovo del permesso di soggiorno. Insomma, sarei stata rimpatriata nel mio Paese. Il giudice di Pace di Napoli aveva convalidato il mio accompagnamento coatto alla frontiera. Questa cosa mi faceva disperare e al tempo stesso arrabbiare: che senso aveva che facessi tutte quelle cose, che mi alzassi al mattino, che lavorassi, se tanto alla fine sarei tornata dove non potevo e non volevo più vivere? Parlavo con l’avvocato, con il direttore del carcere, con le educatrici, con la professoressa di italiano. E a loro chiedevo un’alternativa”.

 

La determinazione di Liz ha del miracoloso, o forse è che dopo averne passate tante la tigna diventa parte del tuo carattere: sai cos’hai fatto per emanciparti, sai quanto ti è costato e non rinunci facilmente a quello che hai ottenuto. Decide così di non fare domanda per ottenere i giorni di liberazione anticipata, perché sa che una volta uscita dal circuito detentivo avrà meno strumenti per combattere. Rimane a Nisida, attaccata a una speranza che non ha nemmeno una forma precisa. E qualcosa, alla fine, succede.

 

Il 4 ottobre 2018 sette giudici della Corte Costituzionale iniziano un viaggio molto particolare, in sette istituti penitenziari italiani. Per la prima volta dalla sua nascita, la Consulta visita le città con le sbarre, per dialogare con chi è recluso e con chi lavora lì dentro. Tra le carceri scelte per questo viaggio, c’è Nisida. Ed è il giudice Giuliano Amato a recarsi sull’isola.

 

Quando ai ragazzi di Nisida spiegano il ruolo dei giudici della Corte Costituzionale e annunciano la visita, Liz si fa avanti. “Ho chiesto alla professoressa di italiano se avrei avuto la possibilità di parlare con i giudici o se invece sarebbe stata una visita più formale. Mi ha spiegato che l’obiettivo del viaggio era proprio l’ascolto, e che quindi saremmo stati incoraggiati a parlare, a raccontare i nostri dubbi e i nostri obiettivi”. Elizabeth, dunque, si prepara per fare la domanda che le sta più a cuore. E quando il giudice costituzionale Amato è davanti a lei, dice: “Non mi sembra giusto che uno straniero, che ha fatto un percorso in carcere e vuole integrarsi nella società, venga espulso. Lei che ne pensa?”.

 

Il magistrato comprende che in quella domanda c’è molto più buon senso che in decine di pagine di diritto scritto. E a pranzo si siede accanto a Liz, che gli racconta la sua storia. Da quel momento, si attiva un meccanismo di collaborazione virtuosa: il professore di diritto costituzionale Marco Ruotolo segnala il caso a Cild, la Coalizione italiana libertà civili e diritti. Che si avvale dell’esperienza di alcuni suoi membri come Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, in tema di tutela delle vittime di tratta. E di Antigone, in tema di diritti e garanzie del sistema penale.

 

Grazie all’intervento coordinato di avvocati e operatori, ma grazie anche all’attenzione del direttore del carcere, Gianluca Guida, e del magistrato del Tribunale di Sorveglianza di Napoli, nonché alla disponibilità della questura, si è applicata al caso di Elizabeth una norma del nostro ordinamento troppo spesso ignorata: l’articolo 18 comma 6 del Testo Unico Immigrazione. La norma prevede che a fine pena venga rilasciato un permesso di soggiorno a coloro che hanno compiuto il reato da minorenni. E che, durante l’esecuzione della pena, abbiano intrapreso un programma di integrazione con un’associazione accreditata. Uno strumento importante che, dopo il caso di Elizabeth, è stato applicato altre due volte, sempre a Napoli. E che consente al minore autore del reato (che, ricordiamolo, a volte è anche vittima, poiché, come nel caso di Liz, è spesso eterodiretto da adulti) di proseguire in libertà il reinserimento già intrapreso in carcere. “Non ci credevo. E non ci ho creduto fino all’ultimo giorno. Fino a quando le porte di Nisida, per me, si sono aperte. E non c’era l’incubo dell’ignoto ad aspettarmi, ma una nuova vita”.

 

Una nuova vita che non le fa dimenticare il passato. Il cuore di Liz, che ora vive in una piccola comunità e segue dei corsi di cucito e fotografia presso la cooperativa Dedalus, è ancora in carcere. “Non posso che pensare a tutti quelli che sono rimasti lì, a quelli che usciranno presto o che hanno pene più lunghe. Cammino per le strade, ogni tanto devo ripetermi che sono libera, che sono fuori. Ma sento la loro mancanza, ci scriviamo. Vorrei che a tutti loro venisse data un’altra possibilità. Tutti sbagliamo, siamo esseri umani. Ma se inizi a credere che un altro modo di vivere è possibile, meriti una chance. Soprattutto se impari la cosa più importante di tutte: farsi aiutare, fidarsi di chi ne sa più di te. Perché non c’è niente di male a dire che da sola non ce la fai”.

 

Marìka Surace è avvocato immigrazionista