La guerra dei simboli

Salvatore Merlo

Salvini annette Peppone, il fazzoletto rosso e le coop. Le Sardine al Papeete. Storia di una pazza battaglia parallela

Roma. La foto con il vecchietto avvolto nel fazzoletto rosso, quella con Peppone a Brescello, le parole dolci rivolte alle cooperative un tempo del popolo nelle interviste rilasciate al Carlino, e prima del #digiuno di questi ultimi giorni – culminato però ieri sera con l’appuntamento previsto al ristorante Cicciofox – ecco tutto l’immaginario della Bologna grassa, dunque i tortellini in brodo e la cotoletta annegata nel burro e parmigiano. E insomma Matteo Salvini sta concludendo la sua campagna elettorale in Emilia-Romagna proprio come l’aveva cominciata, con una caccia sorniona e spavalda ai simboli svuotati e all’immaginario persino gastronomico del partito quadrinominato, il Pci-Pds-Ds-Pd. Eccolo fare su e giù per l’appennino, Pievepelago e Fiumalbo, Frassinoro e Montefiorino, Pavullo, più in montagna che in città, ripercorrendo le tappe della lotta partigiana, ché è ancora lì che si combatte e si vince davvero, oggi come allora. Così, mentre la sinistra di partito è rinchiusa tutta a Bologna e a Modena, dentro le mura, solo le sardine adesso usano il metodo Salvini contro Salvini, e dunque danno la caccia ai simboli dell’avversario: tutti al Papeete, col mojito fuori stagione.

 

A Maranello con il cappellino della Ferrari, a Cesenatico con la foto di Pantani, a Coriano con la moto di Marco Simoncelli, e dove non c’è un simbolo da afferrare, una storia di cui appropriarsi, ecco le felpe, a Tornolo come a Camugnano, persino una visita in provincia di Reggio Emilia, vicino Cavriago, novemila abitanti, l’unica piazza in Italia che ospita un busto bronzeo di Lenin… ma “scommetto che oggi anche Peppone voterebbe per noi”. Una frase solo apparentemente buttata lì, eppure forse nemmeno troppo sbagliata, perché quelli descritti da Guareschi erano comunisti chiusi, sovranisti ante litteram, che percepivano la novità come un pericolo al punto che il sindaco comunista Peppone non amava don Camillo soprattutto perché veniva da fuori, era l’elemento estraneo che turbava l’esistenza uniforme e sempre uguale del paese.

 

Ed eccolo allora Salvini che dà la caccia a tutti gli emblemi, le immagini e le raffigurazioni di quelle terre che sono le stesse in cui nel biennio rosso i socialisti prendevano il 60 per cento, e che poi però divennero compattamente fascistissime proprio come Quartesano, il paesello in cui nacque Italo Balbo, prima di passare con trasporto al Partito comunista per i successivi cinquant’anni. E oggi? Oggi terra di avventure per Salvini, pirata e assimilatore, irriverente che non teme nulla, che punta dunque sull’appennino e sui paeselli della Resistenza, con le loro iconografie, perché le città gli appaiono marginali come lo erano ai tempi della lotta partigiana, malgrado la capitolazione della ormai leghista Ferrara.

 

Mentre la riviera è un approdo più semplice, lui la sente già sua, si muove a proprio agio, non c’è nulla di cui lui debba appropriarsi : Ravenna e Riccione gli preesistono, salviniane prima di Salvini. E l’Adriatico infatti, prima di essere il Papeete beach trasformato in succursale del ministero dell’Interno, era già la commedia scollacciata anni Ottanta di Gigi e Andrea, l’edonismo e il disimpegno, era “Rimini Rimini”, era “Acapulco prima spiaggia” girato a Cesenatico. E così quando Salvini dal palco di una piazza romagnola, o al bar, flette il braccio, palmo della mano in avanti, dita ripiegate, e lo muove avanti e indietro a stantuffo per indicare quell’energica attività scopatoria con la quale secondo lui “il vecchio sistema ci vuole fregare”, ecco compiuta la perfetta sovrapposizione dei codici e dei linguaggi: è proprio Gigi e Andrea, quella canzone famosissima che si intitolava “che ci do che ci do”, e faceva così: “Viva le donne che son come marmellata / ne assaggi una, poi ne fai una scorpacciata / e ci dai che ci dai che ci dai!”. E’ infatti proprio lì, sull’Adriatico, al Papeete, che adesso andranno le sardine, insomma ci andrà la sinistra, forse troppo tardi, chissà, per l’ultima battaglia all’ultimo simbolo, nel tentativo di capovolgere le sorti di un confronto che mira alla profanazione dell’altrui immaginario, il mojito sta infatti alle sardine come Peppone sta a Salvini. Ma lui si è mosso prima, per storpiature allitterazioni suggerite da un senso di moderna musicalità politica e social. Perché davvero in Emilia-Romagna non c’è simbologia che Salvini, con la facilità degli audaci o di chi ignora, di chi è troppo pieno o troppo vuoto, non abbia già corteggiato e divorato, per qualcuno persino dissacrato con un selfie e con un bacione su Instagram.

 

Forse ormai gli resiste solo Guccini, che qualche giorno fa ha rivelato di non essere mai stato comunista, ma che pure non voterà per la Lega ma per Stefano Bonaccini. Potrebbe non essere abbastanza, chissà, per impedire al camaleonte Salvini – nei due giorni di campagna elettorale che gli restano – di passare dal “che ci do che ci do” di Cesenatico a “L’avvelenata” delle osterie fuori porta, insomma di accaparrarsi anche la canzone di Guccini che forse più gli somiglia, contraddittoria ma senza contrizione, “io tutto, io niente / io stronzo, io ubriacone / io poeta, io buffone / io anarchico, io fascista / io diverso ed io uguale / negro, ebreo, comunista”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.