Svolte togliattiane

Paolo Cirino Pomicino

Zingaretti può imprimere una svolta al Pd solo se saprà superare i dogmi della vocazione maggioritaria

Al direttore - Qualche giorno fa Nicola Zingaretti ha dato l’annuncio di un profondo cambiamento del partito sino a non escludere anche il cambio del nome. Insomma un partito nuovo e non un nuovo partito! Una prospettiva che ci rimanda con la mente allo stesso annuncio fatto da Palmiro Togliatti nel 1944, subito dopo la svolta di Salerno. La novità di Togliatti era quello di passare da un partito chiuso nella declamazione dei propri principi ad un partito capace di fare politica. Un partito cioè che, forte della propria identità, fosse capace di dare risposte ai bisogni della classe operaia concorrendo così alla crescita civile del paese. Il Pd oggi, invece, è privo di una vera identità e quindi di una conseguente visione del futuro perché ha scelto di rinunciare dopo il 1991 e poi nel 2007 alla identità socialista così come gli amici della sinistra Dc hanno scelto di muoversi nella stessa direzione rinunciando alla propria imaginando così di trovare la terza via tra comunismo e socialismo da un lato e il cattolicesimo politico dall’altro. La conclusione è quella che vediamo oggi, e cioè un partito in difficoltà dal quale sono andati via tre segretari nazionali (Bersani Epifani e Renzi, due di cultura socialista e uno di flebile cultura democristiana mentre il quarto, Veltroni, ha ritrovato la sua antica vocazione cinematografica) e che non riesce da 12 anni ad essere il vero pilastro del sistema politico italiano come lo furono da sponde diverse la Dc ed il Pci nei rispettivi ruoli di maggioranza e di opposizione.

 

L’annuncio di Zingaretti dunque può essere una novità importante perché mai come oggi l’Italia ha bisogno di ritrovare culture politiche in grado di affrontare le grandi sfide del terzo millennio. Anni fa da un letto di ospedale risposi alla campagna di opinione fatta da un grande quotidiano che sosteneva la fine del socialismo argomentando, invece, che c’era bisogno di un partito socialista in grado di interpretare bisogni, inquietudini e aspirazioni di una parte importante della società italiana. E naturalmente spiegai ai miei lettori del tempo perché un democristiano e un popolare convinto come me sostenesse l’attualità del pensiero socialista proprio nel momento in cui il socialismo italiano, invece di superare l’antica scissione di Livorno del 1921, rinnegava nei fatti e nel nome quel pensiero, quella storia e quel nome. E lo spiegai ricordando una vecchia lettera di Giuseppe Mazzini ai patrioti austriaci. In quella lettera Mazzini diceva “io difendo la vostra libertà perché amo la mia libertà” così come allora io difendevo e difendo il pensiero socialista perché amavo ed amo il popolarismo sturziano.

 

Tutto ciò senza mai scivolare nella ridicola vocazione maggioritaria che ha isolato oggi il Pd, costretto a scegliere come alleato di governo i 5 stelle, e cioè il nulla culturalmente e politicamente, senza naturalmente offesa per nessuno. La stagione che viviamo è certamente diversa da quella di 30 anni fa ma ciò che passa per modernità (non c’è né destra né sinistra) non è altro che un modernismo da pochi amici al bar che non conoscono né i processi profondi che attraversano le società nazionali ne’ tampoco la storia delle culture politiche, dei loro successi e delle loro sconfitte. Per queste ragioni noi apprezziamo quell’annuncio di Zingaretti nella speranza che non si tratti solo di un “allargamento” organizzativo” ma di un recupero identitario di cui la società italiana ha bisogno come dimostrano le piazze di Salvini  e delle sardine. Quelle piazze, però, rischiano o di scivolare, anche inconsapevolmente, verso derive autoritarie o di dissolversi come neve al sole (vedi il processo di dissoluzione del movimento 5stelle che richiederà un approfondimento in altra occasione). Trasformare quelle folle in una forza democratica e responsabile richiede però una cultura di riferimento senza la quale ogni partito diventa un comitato elettorale senza una visione e senza un orizzonte. Parole come “democratico” “progressista” o genericamente “sinistra” non sono una identità di per sé ma sono azioni conseguenti a una cultura maturata e vissuta in anni di dibattiti nella società italiana e nelle università tra politologi, filosofi, politici, intellettuali, giovani e donne che da tempo chiedono ai partiti una sola domanda”diteci chi siete prima ancora di dirci cosa volete”. Essere, insomma, per spiegare cosa si vuole e alimentare così quel senso di appartenenza senza il quale ciascuno è preso da uno smarrimento per cui “l’uno vale l’altro” e insieme purtroppo non valgono niente.

 

C’è dunque bisogno di una reazione culturale prima ancora che organizzativa con la speranza che l’iniziativa di Zingaretti vada in questa direzione nella quale la destra è decisamente più avanti. Una speranza infine che si smetta con quella ipocrisia per cui si parla di partiti di centrosinistra e di centro destra. Il Centro o è “popolare” o non c’è come dimostrano paesi come la Germania e l’Austria ed alcuni paesi dell’Europa dell’est o come la Spagna. Ma questa è un’altra storia.

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