La vocazione minoritaria della sinistra italiana non si supera con un nuovo nome

Claudio Cerasa

Tra Tolo Tolo e Sòla Sòla. Si potrebbe liquidare l'idea lanciata dal segretario Pd, Nicola Zingaretti, con una battuta, ma il tema è serio. E non bastano nuove alleanze, serve un nuovo sogno

Buona parte dell’opinione pubblica italiana, sabato scorso, quella naturalmente interessata all’argomento, ha mostrato segni di smarrimento di fronte a un’affermazione consegnata a Repubblica dal segretario del Pd Nicola Zingaretti. Zingaretti ha tenuto a far sapere che dopo le elezioni in Emilia-Romagna scioglierà il Pd non “per fondare un nuovo partito ma per fondare un partito nuovo”. La conversazione con Repubblica ha ricordato a molti un dialogo andato in onda per la prima volta in Italia nel 1982 tra un imbianchino impegnato a pedalare in mezzo al traffico di Milano con un enorme pennello legato sulla schiena, che dopo aver spiegato a un vigile la sua scelta bizzarra – “devo dipingere una parete grande, ci vuole il pennello grande” – si sente rispondere così dallo stesso vigile: “Non ci vuole un pennello grande, ma un grande pennello”.

 

Si potrebbe liquidare con una battuta l’idea lanciata del segretario del Pd – e si potrebbe anche notare che non è il massimo presentarsi a elezioni importanti come quelle in Emilia-Romagna spiegando che il partito che si invita a votare è un partito vecchio da rifondare – ma in verità il tema sollevato senza eccessi di chiarezza da Nicola Zingaretti è un tema che andrebbe preso dannatamente sul serio e che riguarda il problema dei problemi della sinistra europea: come uscire dalla trappola mortale della vocazione minoritaria. Se il Pd, insieme con il suo leader, ha intenzione di non confinare all’interno della sfera della pura mediocrità l’appello lanciato dal suo segretario farebbe bene a utilizzare quest’occasione per compiere uno sforzo diverso rispetto al tradizionale dibattito che ciclicamente viene innescato da ogni segretario che prova a ridiscutere il futuro di un partito di sinistra: trasformare una discussione sull’identità culturale in una discussione sulle alleanze future.

 

Più il Partito democratico cercherà di nascondere la sua incapacità a declinare una nuova vocazione maggioritaria con gli strumenti dell’algebra, immaginando di colmare il gap con il centrodestra attraverso la promessa seducente come un calcio in mezzo alle gambe di un rapporto strutturato con un partito che quasi non esiste più come il M5s, e più l’ambizioso dibattito somiglierà sempre più a un dibattito finalizzato a fare il contrario rispetto a quello che dovrebbe fare un partito in difficoltà: cambiare il nome di un partito per evitare di cambiare i nomi di chi quel partito lo governa. Per dare un senso di dignità alla discussione occorrerebbe non fare l’unica cosa che oggi il Pd sembra avere intenzione invece di fare – ovvero cambiare gattopardescamente il nome del partito per non cambiare nulla – e occorrerebbe invece concentrarsi sul problema dei problemi: l’assenza di un sogno.

 

Il centrodestra a trazione salvinana può può mettere i brividi (e noi li mette) ma può contare su un messaggio forte che arriva dritto nella testa e nella pancia degli elettori: la promessa di dare più protezione agli italiani mettendoli al riparo da alcuni famigerati e spesso fittizi nemici della nostra sovranità. Può sembrare solo un dettaglio ma l’assenza all’interno del centrosinistra di un sogno chiaro e diverso dalla semplice volontà di proteggere l’elettore dall’incubo nazionalista dovrebbe essere un elemento più centrale rispetto alla pigra idea di cambiare nome e di far crescere la barba ai leader desiderosi di far dimenticare il proprio passato. Senza un sogno, un sogno che magari metta insieme qualcosa di diverso dal semplice appello all’unità, qualcosa che abbia a che fare con il patriottismo europeo, qualcosa che abbia a che fare con la volontà di liberare le energie del paese, qualcosa che abbia a che fare per esempio con la volontà di alzare i salari degli italiani, qualcosa che abbia a che fare con la volontà di spezzare le catene che tengono intrappolata la crescita italiana, non c’è alternativa possibile. 

 

Le elezioni in Emilia-Romagna, così come le successive regionali, ci ricorderanno che in Italia sta tornando una forma più o meno solida di bipolarismo e ci dimostreranno che i partiti attorno ai quali questo bipolarismo si sta andando a riconfigurare coincidono con il profilo della Lega e con quello del Pd. Più che preoccuparsi dunque di come inscatolare le sardine, di come coinvolgere nel partito la società civile, di come far sentire rappresentati i corbynisti italiani, uno dei più grandi soggetti progressisti d’Europa dovrebbe porsi una domanda più semplice: cosa manca al Pd per fare quello che Checco Zalone è riuscito a fare al cinema, ovvero rendere popolare la lotta contro il nazionalismo collettivo? Se la risposta che il Pd vorrà dare a questa domanda è aggiungere una lettera al suo nome sarà la dimostrazione che la gauche italiana più che un modello di governance in stile Tolo Tolo si ritrova con modello di governance in stile Sòla Sòla. Il tempo c’è, l’ambizione è giusta e senza mediocrità qualcosa di positivo potrebbe persino nascere. Good luck.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.