Il Pd è sulla strada giusta? Mah, risponde il “padre” Michele Salvati

Marianna Rizzini

Il “vaste programme” per l’Italia e i problemi irrisolti. E come risolvere invece la crisi di credibilità del partito

Roma. C’è il segretario del Pd Nicola Zingaretti che, al “conclave” di Contigliano, offre al governo un “piano strategico in cinque punti” rilanciando “l’alleanza piena” con i Cinque stelle, dopo aver aperto a Sardine, sindaci e ambientalisti. E c’è chi il Pd lo guarda, letteralmente, con gli occhi preoccupati del padre che vede il figlio incamminarsi lungo una strada che non è detto sia quella giusta. È il caso del professor Michele Salvati, colui che del Pd teorizzò l’idea e che ora, davanti alla ventilata rifondazione zingarettiana, pensa che non si possa evitare di riflettere a fondo sulle cause e sulle conseguenze della crisi di autorità (ancora in corso) del maggiore partito del centrosinistra: “C’è una ricerca illuminante”, dice Salvati, “contenuta nel saggio ‘L’apocalisse della democrazia italiana’, scritto da Hans Schadee, Paolo Segatti e Cristiano Vezzoni. Una ricerca sulle origini dei due terremoti elettorali del 2013 e del 2018, quelli che hanno sconvolto il sistema politico italiano e portato alla prevalenza di due partiti populisti-sovranisti sui due grandi partiti della Seconda Repubblica, il Pd e Forza Italia. Un fenomeno unico tra i paesi occidentali”. L’insoddisfazione profonda degli elettori, espressa in quelle due tornate elettorali, dice Salvati, “era già presente ai tempi di Mani pulite, altro evento unico che ha prodotto, venticinque anni prima, un’altra rivoluzione e un altro collasso del sistema”. E però, dice Salvati, “la Seconda Repubblica ha sì proposto uno schema esasperato berlusconiani-antiberlusconiani, mantenendo intatto l’asse principale del confronto politico, destra contro sinistra, ma ha anche risparmiato la cornice liberal-democratica e la collocazione europeista-atlantista del paese. Inoltre gli elettori sceglievano quasi direttamente da chi essere governati. Tuttavia in quegli anni sono rimasti irrisolti i principali problemi, dovuti a un mutamento delle circostanze economiche e politiche internazionali a cui l’Italia non è riuscita ad adattarsi”. Nel 2013, dice Salvati, “si è visto in atto quello che era già presente in potenza, sotto il peso del debito pubblico e di gravi inefficienze che hanno prolungato, in Italia, gli effetti negativi della grande recessione del 2008. Terreno fertile, questo, per il dilagare dei populismi”.

 

E allora che cosa può (o deve) fare il Pd? “Intanto bisogna prendere atto”, dice Salvati, della persistenza della suddetta “crisi di credibilità politica” dei maggiori partiti usciti dalla Seconda Repubblica, “che non riescono a imporre agli elettori soluzioni idonee a rovesciare la tendenza al declino del nostro paese”. (E due giorni fa qualcuno, nel Pd – vedi l’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, durante il conclave – ha provato a far presente che non di sola sicurezza sociale si potrà vivere, e che il discorso sulla crescita non si può eludere). C’è un altro elemento da tener presente, dice Salvati, pur nell’incertezza del quadro (si capirà verso quale sistema elettorale si andrà tra oggi e domani, dopo la decisione della Consulta sull’ammissibilità del referendum abrogativo del sistema proporzionale all’interno della legge elettorale): “Il crollo dell’illusione a Cinque stelle che la destra e la sinistra siano categorie obsolete. Sono rientrate dalla finestra, la destra e la sinistra, nel contesto della crisi del M5s e dell’affermazione di Matteo Salvini, anche se ancora non sappiamo come si schiereranno, alle prossime elezioni, gli elettori che avevano abbandonato in massa i grandi partiti della Seconda Repubblica”. In qualsiasi caso, l’interrogativo a cui rispondere è un altro: “Quanto a lungo può essere tollerata una situazione di stallo che non sembra presentare vie d’uscita compatibili con un contesto di democrazia liberale?”. Il Pd, se vuole rifondarsi, dice Salvati, dovrebbe prima di tutto riflettere sul “vaste programme”: come ovviare al declino economico-istituzionale del paese.

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  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.