La convivenza europea con il virus

Paola Peduzzi e Micol Flammini

Bruxelles presenta la fase due, mette mano alla privacy e fa una promessa

Convivenza e collaborazione sono le parole chiave della exit strategy europea dalla pandemia. La convivenza riguarda i paesi europei – da sempre – ma soprattutto oggi riguarda l’ospite indesiderato, il coronavirus: “La strada verso la normalità è molto lunga”, ha detto la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, la fase due (e quelle successive) sarà una danza dentro e fuori dai lockdown, regole che si allentano per poi ritornare rigide. Ci vuole un minimo di sincrono tra paesi, per non pestarsi i piedi, tanto abbiamo capito che uno stato da solo non può debellare il virus: servono collaborazione e coordinamento. E una promessa che si stipulerà il 4 maggio durante una conferenza virtuale: l’Ue farà tutto il possibile per contribuire alla ricerca di un vaccino, che è l’unica exit strategy su cui siamo tutti d’accordo. 

  

La road map delineata dalla Commissione europea per l’uscita dal lockdown mostra ancora una volta la difficoltà di Bruxelles a creare una voce comune in Europa. Si sono tutti (o quasi) convinti che solidarietà e collaborazione sono indispensabili per uscire dalla crisi, ma in questi giorni molti paesi dell’Ue hanno iniziato ad allentare le misure restrittive indipendentemente da quello che facevano altri paesi. Anche se qualcuno si lamenta del fatto che la regia europea sia lenta e a volte fuori fuoco, anche l’exit strategy rispecchia in realtà il futuro della danza che ci aspetta durante la convivenza con il coronavirus. Tutti i piani presentati – anche il documento europeo lo conferma – prevedono gradualità e differenze geografiche: ci si muove necessariamente al ritmo del contagio e per questo i movimenti sono diversi tra loro. Quel che Bruxelles chiede però è un coordinamento minimo – una notifica basterebbe – di come ogni paese si vuole muovere, per un motivo molto banale: la libertà di circolazione impatta su tutti gli stati membri, è il motivo per cui l’unica libertà concessa è alle merci – per non spezzare le catene produttive – ma in nessun paese, neanche in quelli che vorrebbero accelerare questa fase di riapertura, si parla di circolazione tra paesi diversi.

   

La curva lenta

Il documento della Commissione sulla “de-escalation” del Covid-19 parte con una curva e con una constatazione. La curva è la solita: i contagi per paese, l’Italia è sempre in alto. La constatazione è: la curva dei contagi sale molto in fretta ma scende molto lentamente. Cioè questa fase sarà molto più lunga della prima, o come ci è capitato di dirci spesso nelle ultime settimane: la parte facile è stata chiuderci in casa, è riuscire che sarà faticoso. E soprattutto senza tempo: uno studio pubblicato dai ricercatori di Harvard conferma la teoria della danza e dice che la distanza, in qualche forma, continuerà fino al 2022 (impareremo a non sobbalzare più, fa parte della danza che ci aspetta). La Commissione individua tre criteri per capire se il momento della fase due è arrivato: criteri epidemiologici che indicano un abbassamento dei contagi, sufficiente capacità in termini di posti letto e strutture mediche (per i picchi che torneranno), appropriata capacità di controllo dei dati sul contagio. Tre sono i princìpi ispiratori che dovrebbero guidare le scelte nazionali: la scelta di riaprire deve essere legata a questioni sanitarie; ci deve essere un coordinamento tra gli stati; rispetto e solidarietà tra stati restano essenziali. L’elenco che segue poi riguarda la gradualità e l’indispensabile sostegno del contact tracing, mentre sull’apertura dei confini la gradualità implica: prima si aprono i confini interni (con molta lentezza), per il confine esterno si dovrà aspettare uno “stadio due”, che suona almeno come una fase quattro.

 

Chi ci tiene alla privacy?

L’idea di una applicazione di tracciamento dei contagiati uguale per tutti gli europei e ideata a Bruxelles era piaciuta molto, soprattutto all’interno delle istituzioni europee. Ma nonostante i primi sforzi e gli appelli del Garante europeo della protezione dei dati, è stato accettato che ogni paese avrà la sua, ma ci sarà una regia per fare in modo che la privacy dei cittadini venga rispettata. Questa regia sarà europea, ci sarà bisogno di linee guida, di una cassetta degli attrezzi, di un terreno comune a tutti per sviluppare applicazioni secondo le regole europee della privacy. Le raccomandazioni della Commissione europea per ora prevedono: un approccio coordinato paneuropeo per l’uso delle app e un approccio comune per modellare e prevedere l’evoluzione del virus attraverso i dati anonimi e aggregati ricavati dalla localizzazione. Non potendo quindi creare una app che vada bene per tutti, Bruxelles sta cercando di definire dei limiti legali entro i quali gli stati membri dovranno muoversi per sviluppare i loro modelli di contact tracing. Tutti gli stati hanno le loro difficoltà, ieri il Financial Times raccontava che sessanta accademici olandesi hanno scritto al governo, che ha chiesto agli esperti di tecnologia di sviluppare una app entro la fine di aprile, per dire che con delle scadenze così frettolose è facile che il prodotto presenti diverse pecche e proprio il rispetto della privacy potrebbe essere il lato più trascurato. Gli annunci sono tanti, le speranze altrettante, ogni nazione sta seguendo i suoi metodi e il compito dell’Unione europea anche qui sarà quello di coordinare la raccolta e la condivisione dei dati, “per affrontare la pandemia in modo armonizzato”. I dati nella lotta al coronavirus sono una fonte preziosa, raccoglierli serve ad avere informazioni su come si comporta il virus, ma questo non deve lasciare spazio alla violazione di norme imprescindibili per le nostre democrazie: tutti i paesi devono agire in linea con la normativa europea sulla privacy. A controllare ci penserà l’Ue che guarda con molta attenzione allo sviluppo di progetti di consorzi di aziende e istituti come il Pan-european privacy preserving proximity tracing, di cui fanno parte otto paesi membri tra i quali anche l’Italia. Il contact tracing è un sostegno alla fase due, ci stanno pensando tutti i paesi a realizzarlo e dovranno tenere ben presenti i due pilastri stabiliti dalla Commissione: volontarietà e dati anonimi. Ma a che punto sono gli stati in fatto di raccolta dati e applicazioni?

 

Le app di Vienna

L’Austria ha riaperto martedì, le città erano piene di entusiasmo, persone in fila con le mascherine che si affacciano nei primi negozi riaperti. Il cancelliere Sebastian Kurz ha avvertito che si tratta di un periodo di prova in cui tutti dovranno muoversi con estrema cautela e che Vienna è “pronta a tirare il freno a mano” se dovessero aumentare i contagi. In fatto di tracing, a marzo la compagnia telefonica A1 aveva fornito al governo i dati degli spostamenti dei cittadini, dai quali si vedeva che gli austriaci si muovevano pochissimo, ma non appena è stato dato l’annuncio sono state sollevate molte preoccupazioni sul rispetto della privacy. La compagnia ha detto che questi dati sono disponibili da tempo, usati in progetti di collaborazione con l’Università di Graz ma comunque rimangono anonimi: a ciascun telefono viene assegnato un numero casuale generato automaticamente per il tracciamento e il numero cambia ogni 24 ore. Nel frattempo durante la pandemia sono nate due app, una sviluppata dalla Croce Rossa e l’altra da un consorzio di professionisti. Si chiamano StoppCorona e Novid20, sono basate su tecnologie Bluetooth e inviano notifiche agli utenti se sono entrati in contatto con individui contagiati. Lo fanno associando a ogni utente un ID.

  

Una fiaker, la carrozza trainata da cavalli per cui Vienna è famosa, di fronte al palazzo di Hofburg (foto LaPresse)

   

Le mosse di Berlino

La Germania ieri ha annunciato che da lunedì ripartirà, a poco a poco. Prima i negozi di 800 metri quadrati, le scuole ricominceranno progressivamente dal 4 maggio, mentre tutti gli eventi e gli assembramenti rimangono vietati fino al 31 agosto. Intanto Berlino in fatto di tecnologia si sta muovendo su più fronti. I ricercatori degli istituti Robert Koch e Fraunhofer Heinrich-Hertz stanno lavorando a una applicazione con connessione Bluetooth ispirata al modello di TraceTogether, l’app di Singapore che funziona così: chi è stato contagiato può decidere di inviare i propri dati alle autorità sanitarie che possono decrittarli e avvisare le persone che sono entrate in contatto. Anche la compagnia telefonica Deutsche Telekom ha annunciato di aver trasmesso in modo anonimo i dati dei suoi utenti all’istituto Robert Koch, interessato a vedere quanto i cittadini seguissero le restrizioni per questioni di emergenza. C’è ancora una strada ed è quella dell’app GeoHealthApp che studia lo storico dei movimenti degli utenti per stabilire come si muove il virus.

 

Le evoluzioni di Madrid

La Spagna ha lanciato una app con un progetto guidato dall’imprenditore Martín Varsavsky e nato dalla collaborazione tra il governo, gli sviluppatori di Google, la compagnia di telecomunicazioni Telefónica, la società di servizi urbani Ferrovial e altre aziende tech. L’applicazione si chiama CoronaMadrid, era nata come un sito internet per dare consigli ai cittadini, istruirli su come comportarsi e poi è diventata una forma di contact tracing. L’ideazione dell’applicazione è arrivata dopo un’apposita legge di emergenza, e i dati, secondo quanto stabilito dalla legge sulla privacy, saranno conservati fino alla fine della crisi sanitaria.

 

Gli occhi di Varsavia

Già a marzo il governo polacco aveva sviluppato un’app chiamata Kwarantanna domowa (quarantena a domicilio) e serve soprattutto alla polizia per controllare che le persone non infrangano le norme restrittive, chi viene messo in quarantena deve scaricarla per forza. Il sistema controlla sia la persona, che deve mandare delle foto, sia la posizione. Chi deve rimanere a casa e non lo fa deve pagare una multa di 5000 zloty, 1.100 euro. I dubbi sul rispetto della privacy che questa app solleva sono entrati anche nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali che si terranno, tra infinite polemiche e paure, il 10 maggio.

 

Un pensiero alla Grecia (no, non le spiagge)

La Grecia è uscita solo due anni fa da una crisi economica durata quasi un decennio, e questo avrebbe dovuto essere l’anno del riscatto, con una crescita più alta dal 2007, per alcuni addirittura attorno al 3 per cento. Poi è arrivata la pandemia e secondo uno studio dell’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo, dei 47 paesi avanzati del mondo la Grecia sarà la più colpita, a causa della dipendenza economica dal settore dei servizi e dal turismo. Ma come scrive il Wall Street Journal “c’è speranza, che arriva dalla più inusuale delle fonti: la performance del governo greco durante una crisi”. La Grecia ha circa 2.200 casi di contagio e circa 100 morti su una popolazione di 11 milioni di persone: il tasso di contagio e di morte pro capite è tra i più bassi d’Europa. Secondo gli esperti la ragione è che il governo di Kyriakos Mitsotakis ha optato per il lockdown quando in Grecia c’erano soltanto 624 casi e 15 decessi. E la comunicazione è stata impeccabile: l’aggiornamento quotidiano delle 18 è affidato a Sotirios Tsiodras, il capo della task force scientifica che fin dall’inizio di marzo gestisce l’emergenza (Tsiodras è diventato il volto del pragmatismo greco in questa crisi, non si fa che parlare della sua passione per i canti religiosi bizantini, della sua seconda vita da corista in chiesa e dei suoi sette figli). Questo appuntamento è fondamentale per i greci, perché Tsiodras unisce al resoconto dettagliato di quel che ogni giorno si sa del contagio in Grecia anche le informazioni scientifiche che emergono a livello internazionale e un appello quotidiano alla perseveranza e all’unità. Yannis Palaiologos, corrispondente europeo del giornale Kathimerini, dice: per la Grecia questo potrebbe essere un momento di svolta, “la nascita di un nuovo patto sociale” che si fonda sulla fiducia tra cittadini e istituzioni. Che per la Grecia – e non solo – sarebbe un ritorno alla normalità che sa di rivoluzione.

 

Una donna fa jogging ad Atene durante il lockdown ordinato dal governo greco (LaPresse)

  

Ricapitolando (e una risoluzione)

Il Parlamento europeo voterà tra oggi e domani a favore dei “recovery bond garantiti dal bilancio europeo” e per l’attivazione di “410 miliardi del Mes con una specifica linea di credito”. La risoluzione è stata firmata dai quattro principali gruppi al Parlamento europeo, popolari, socialdemocratici, liberali e verdi. Del voto dei partiti italiani ancora non si sa molto, soprattutto di quello del M5s. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, chiedeva ancora una volta se i soldi messi a disposizione dall’Ue siano sufficienti, “dobbiamo raggiungere un accordo – ha scritto su Twitter – non accettare compromessi”. I numeri, per ricapitolare (grazie a David Carretta, come sempre): l’Ue ha messo a disposizione oltre 3 mila miliardi di euro. Interventi fiscali per 430 miliardi. Garanzie e liquidità per 2.240 miliardi. Sure: 100 miliardi. Mes: 240 miliardi. Bei: 240 miliardi. Fondi europei vari: 40 miliardi.

  

La Brexit, scusate

Ieri c’è stato un primo incontro dopo tanto tempo (e virtuale) tra i negoziati della Brexit. Si parlava del mercato ittico – uno dei tormenti di questa seconda fase – ma tutt’attorno si diceva: quand’è che fate l’annuncio ufficiale della proroga? I tempi per le trattative erano già stretti (fine anno), ora pare impossibile poterli rispettare. Per non parlare di quel senso di ripensamento che ha iniziato a percorrere ambienti finora impermeabili: da quando Boris Johnson ha detto pubblicamente che senza “gli angeli” stranieri che lo hanno salvato avrebbe potuto morire di coronavirus, molti hanno realizzato che la dipendenza del sistema sanitario dall’immigrazione è stata sottovalutata (eufemismo). Uno studio che ha iniziato a circolare nelle ultime ore ha aggiunto altro carburante ai ripensamenti: il Data Science Campus dell’Istituto nazionale di statistica ha preso i Community Report di Google e lo ha incrociato con dati demografici e regionali. Ben W. Ansell, professore di Istituzioni democratiche comparate al Nuffield College e a Oxford, ha preso i risultati del Data Science Campus e li ha incrociati con la mappa elettorale del referendum per la Brexit del 2016, ha fatto molte rette di regressione (alcune le ha messe anche su Twitter) ed è arrivato a una conclusione: c’è una relazione tra le regioni che hanno scelto la Brexit e la riluttanza ad adottare misure restrittive per combattere il coronavirus. Non tutti i dati vanno nella stessa direzione (c’è un aggregato dei dati londinesi molto poco gestibile), ma quel che il prof Ansell dice è: “Sarei molto sorpreso se le divisioni culturali ed economiche che hanno scandito la Brexit non avessero alcun impatto sul comportamento delle persone nella più grande crisi inglese in tempo di pace. Il coronavirus ridurrà alcune divisioni politiche ma non tutte e non tutte insieme”. Il prof Ansell però lascia alla realtà qualche beneficio del dubbio proprio perché una pandemia non è la Brexit, le opzioni fantasiose possono essere letali, non c’è voglia di salti nel buio, quel che sembra concreto e di buon senso ha la meglio. L’opposto del referendum del 2016, insomma.

  

Abbiamo fatto giusto in tempo a imparare qualche funzione sfiziosa di Zoom, immaginando foto che non pubblicheremo mai (selfie poi, che orrore), che abbiamo dovuto disinstallarlo. Troppo pericoloso per la privacy, lo dice anche la Commissione europea (che già aveva vietato le chat su WhatsApp passando al più sicuro Signal). Lo staff di Bruxelles usa Skype for Business per le conversazioni interne e WebEx per quelle esterne. Ma quel che vorremmo per il futuro è una foto non dello schermo con le tante faccine dei partecipanti ai meeting, ma di chi sta dietro al leader che partecipa al meeting. Le orecchie e gli occhi che non si vedono, gli sguardi che preferiamo. 

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